editoriale

Globalizzazione e interconnessione sono alla base delle catene globali del valore

10 maggio 2025

Cuneo

Pianeta Terra (foto Pixabay) (foto Pixabay) Le “catene globali del valore” sono tutte quelle interconnessioni che caratterizzano un modello organizzativo e produttivo distribuito in diverse aree geografiche. Globalizzazione e interconnessione sono alla base delle catene globali, soprattutto nella produzione e nel commercio dei beni intermedi (cioè, dei beni che servono a produrre altri beni) che, in alcuni settori, fanno registrare volumi superiori a quelli dei beni finiti, destinati ai consumatori. La conseguenza, come è facile intuire, è stata la specializzazione (talvolta esasperata) in singole fasi dell’intero processo produttivo inteso in senso ampio, cioè comprensivo anche della ricerca e sviluppo, del design o della logistica. Più o meno di pari passo con la globalizzazione, gli operatori economici si sono orientati alla ricerca di singoli segmenti dei processi produttivi ad alto valore aggiunto, abbandonando o limitando fortemente gli investimenti in quelli ritenuti meno appetibili, perché meno remunerativi. Secondo gli analisti, alcune svolte politiche nel mondo occidentale, come la Brexit o il consenso ottenuto da movimenti antiglobalizzazione o associabili all’area del sovranismo, sono stati alimentati da un bacino elettorale composto dalle persone che più hanno risentito degli effetti della rilocalizzazione delle fasi meno pregiate del processo produttivo. Alcuni tra quelli che hanno perso il lavoro per la chiusura di una linea produttiva, che è stata spostata altrove, hanno dato il proprio sostegno a chi ha proposto slogan, generalmente a buon mercato, con i quali si ventilava la necessità di tornare a essere “padroni a casa nostra” oppure si prometteva di fare questo o quel paese “di nuovo grande” (“great again”). Con semplificazioni non dissimili da quelle di chi, nel nostro paese, propone di gestire i flussi migratori pattugliando i quasi 8000 chilometri delle coste italiane, non manca chi vorrebbe azzerare tutto quello che è capitato, a livello globale, a partire dagli anni Ottanta. Tuttavia, le reazioni improntate all’isolazionismo o al particolarismo sono destinate a fallire e a generare problemi maggiori di quelli che dovrebbero risolvere. Come dimostrano i dati dell’economia britannica dopo la Brexit e gli impatti dei primi 100 giorni della presidenza Trump su quella americana, paradossalmente, a subire, in misura maggiore di altri, le conseguenze delle chiusure alla comunità internazionale sono e saranno gli elettori che non hanno votato oppure che hanno premiato chi ha deciso e messo in atto quelle politiche. L’inflazione e la recessione che gli esperti temono per effetto dei dazi, ad esempio, colpiranno le fasce più vulnerabili della popolazione e cioè proprio quelle persone, disoccupate o a basso reddito, che hanno visto nella globalizzazione il male da sconfiggere e in chi assicurava di combatterla il rimedio, senza distinguere quali aspetti della globalizzazione meritano, effettivamente, di essere corretti. A ben vedere, la semplificazione consiste nel confondere alcuni specifici aspetti della globalizzazione per come è stata gestita (o non lo è stata) e l’oggettiva interconnessione globale. La globalizzazione, infatti, è un processo e può e deve essere governata (molto) meglio di quanto non sia stato fatto, mentre l’interconnessione è un dato di realtà e negarlo non conduce da nessuna parte. Negli ambienti economici, da tempo si parla di “coopetizione”, e cioè di strategie che mettono insieme la cooperazione e la competizione tra i diversi operatori economici, con l’obiettivo di valorizzare le convergenze di interessi. Uno degli aspetti nefasti della produzione e del commercio globali, per come sono stati interpretati fino ad oggi, è stato quello di valorizzare il vantaggio nel breve termine con pratiche predatorie che hanno danneggiato tutti. Saccheggiare i paesi più poveri per l’appropriazione di materie prime, o desertificare intere aree urbane del mondo sviluppato ricollocando attività produttive in luoghi dove la manodopera costa meno (e dove, spesso, mancano elementari misure di tutela dei lavoratori), rappresentano, nel medio termine, pessime scelte, oltre che sul piano etico, anche dal punto di vista economico, perché impoveriscono tutti, a livello sia globale, sia locale. Il momento storico che stiamo vivendo impone di ripensare le catene globali del valore non per distruggerle, ma per riscoprire e sostenere ciò che davvero rappresenta un anello prezioso sistema, anche dal punto di vista sociale e anche se non remunerativo nel breve periodo.
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