editoriale

Pasqua, attraversare la morte per vincerla e trovare la vita

27 aprile 2025

Cuneo

croce (foto Pixabay) (foto Pixabay) C’è una logica che emerge dal racconto di Pasqua, che sia quello dell’Esodo o della vicenda di Gesù, e non pare allora neppure un caso che le due si sovrappongano. Ed è una logica che potrebbe non suonarci particolarmente familiare o comoda. Il nostro tempo culturale, infatti, sembra muoversi sulla linea di un eterno presente, di una costante possibilità di scelta e di revisione delle decisioni. Come se fossimo eternamente adolescenti, ci piace pensarci in grado di ricominciare sempre da capo, come se niente fosse, come se avessimo resettato le nostre vite. Fatichiamo così a scendere a patti con lo scorrere del tempo e con le conseguenze delle nostre scelte, e quindi anche con gli snodi decisivi. Scherzando, ma non troppo, mi trovo talora a dire agli studenti del primo anno delle scuole superiori che rischiano di trovarsi all’inizio del progetto più a lunga gittata della loro vita: tutti quelli successivi potrebbero avviarsi all’insegna del “Proviamo, e poi vedremo come va”. Con questa impostazione, tutto ciò che ci sfida, che si presenta come impegnativo e serio, preferiamo aggirarlo, non prenderlo in considerazione, trascurarlo. Il racconto di Pasqua ci racconta altro, in tutti i suoi livelli. È infatti una festa a molti strati, più numerosi dei due che ricordavamo all’inizio. Indicava il passaggio dei pastori, che nella prima luna piena di primavera abbandonavano gli accampamenti invernali, più sicuri e protetti, per andare a cercare erba buona lontano, noi diremmo “in alpeggio”. Era anche la festa primaverile della mietitura dell’orzo, con la distruzione di tutte le farine dell’anno precedente, per purificare i depositi, ma a rischio di non avere abbastanza da mangiare dopo. E poi è il racconto dell’uscita dall’Egitto degli ebrei, oppressi. Tutti noi possiamo capire la sensazione di oppressione, ci siamo passati tutti. A volte ci accorgiamo che forse le sofferenze di chi abbiamo vicino sono più grandi delle nostre, ma non c’è chi non si sia sentito schiacciato da ciò che non aveva scelto. A questi oppressi si prospetta una liberazione che dapprima contemplano come spettatori, mentre Mosè sfida il faraone. Ma poi arriva una notte in cui bisogna decidere da che parte stare, se tingere con il sangue dell’agnello gli stipiti delle porte (denunciandosi come “quelli che stanno dalla parte di Mosè”) e se partire con lui. E per chi parte, presto ci si trova inseguiti dall’esercito, e davanti il mare. Per gli ebrei il mare non è soltanto un ostacolo, ma il simbolo del disordine incontrollabile, del caos, della morte. E quando il mare si apre, sono chiamati a entrarci dentro, a fidarsi, senza certezze. Dietro c’è la morte, ma forse anche la possibilità di un accordo, di tornare a vivere di cipolle e da oppressi. Davanti c’è l’incertezza di una promessa, di una chiamata, che promette vita ma non offre garanzie. Non è stato diverso per Gesù: l’ora della prova è il Getsemani, perché è la possibilità di fuggire, di salvarsi. Rinnegare ciò che aveva predicato e mostrato dell’amore del Padre, ma salvare apparentemente la vita. E invece la vita, ci dice Pasqua, sta nell’entrare nel mare, nell’attraversare la morte, nel gettare il lievito vecchio, nell’abbandonare gli accampamenti invernali. Non fuggendo da ciò che ci spaventa, ma attraversandolo, perché solo così potrà essere alle spalle, vinto. «Il senso dell’esodo è che una terra promessa c’è, ed è avanti. Ciò non significa che la storia abbia un senso. Probabilmente non ce l’ha. Ma, è questo il paradosso del credente, le verrà dato» (P. De Benedetti).
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