editoriale

“Il giorno della Liberazione”: quello inventato da Trump con i dazi e quella vera di casa nostra

25 aprile 2025

Cuneo

Donald Trump (foto Ansa/Sir) (foto Ansa/Sir) Alcune dichiarazioni rese da chi ha elaborato e messo in atto le strategie americane sui dazi, e che è ancora alla guida della politica economica, destano non poche perplessità. Pare, infatti, che il presidente Trump abbia fatto tutto da solo e d’impulso. O, per dirla con lo stesso Presidente: “Non abbiamo utilizzato avvocati, l’abbiamo scritta col cuore: ne parlavamo da un po’, abbiamo deciso di premere il grilletto e lo abbiamo fatto oggi. E ne siamo felici”. Il dato, poco rassicurante, è che, in tre mesi dall’insediamento della nuova amministrazione, i mercati hanno bruciato una ricchezza paragonabile al PIL annuale della Cina. Gli effetti delle avventate decisioni adottate non sono controllabili e, per certi aspetti sono curiosi e paradossali. I timori per gli aumenti dei prezzi si sono presto convertiti in preoccupazioni per la crescita dell’inflazione e di una recessione globale, il che si è tradotto in una minore domanda di energia, principalmente di petrolio che, secondo molti analisti, è tra le cause del calo del prezzo del greggio che, a sua volta, ha generato minori introiti per i paesi produttori e, tra questi, la Russia che, dicono gli esperti di strategie militari, anche per questa ragione ha dovuto ridimensionare il proprio sforzo bellico in Ucraina, con ciò contribuendo a vanificare le funeste profezie trumpiane che, in occasione del celebre scontro nello studio ovale con il Presidente Zelensky, aveva indicato in due settimane il periodo nel quale gli ucraini avrebbero potuto resistere all’avanzata russa senza il sostegno americano. In realtà, le due settimane erano già scadute prima dell’altalena dei mercati provocata dai dazi, e questo aggiunge ulteriori motivi per dubitare della precisione delle stime del tycoon. In tutto questo, in molti ricorderanno che il giorno dell’annuncio dell’imposizione dei dazi, il 2 aprile, è stato battezzato come “Il giorno della liberazione”. L’associazione tra politiche protezionistiche statunitensi e il concetto stesso di “liberazione” pare oltremodo forzato. L’idea che gli Stati Uniti, la superpotenza economica, politica, finanziaria, militare e tecnologica globale per eccellenza, fosse vessata dal resto del mondo con i propri prodotti (comprati e venduti in dollari), è semplicemente assurda. I temi della liberazione, però, anche per le evidenti manipolazioni alle quali si prestano, meritano, mai come in questi tempi e soprattutto in questi giorni, una rinnovata attenzione. Proprio per rimanere negli Stati Uniti, per lo meno per come li si vede da questo lato dell’Atlantico, stupisce l’apparente inerzia dell’opposizione, della società civile, della cultura e delle università americane. Di fronte alle deportazioni sommarie, allo smantellamento del welfare, delle organizzazioni sanitarie, dei dipartimenti per l’istruzione pubblica, ai licenziamenti di migliaia di lavoratori governativi o al taglio dei finanziamenti alle università che non si allineano ai diktat all’amministrazione americana, ci si chiede, infatti, dove siano finiti il coraggio, la determinazione e la spinta ideale delle proteste universitarie e delle storiche marce per i diritti. Se è vero, infatti, che, purtroppo, all’orizzonte non si vedono nuovi Martin Luter King o John o Robert Kennedy, è altrettanto vero che dalla vitalità della cultura e della società civile americana era ed è lecito aspettarsi ben altra reazione rispetto ad alcune lodevolissime, ma isolate, prese di posizione e alle manifestazioni, in tono minore, che pure hanno avuto luogo. Secondo quanto si legge sugli organi di stampa americani, le risposte più credibili indicano nella paura la ragione principale dell’inerzia. Pare che nelle chat di chi è sceso in piazza si consigli a chi partecipa alle manifestazioni di lasciare a casa il cellulare per evitare il tracciamento o di indossare mascherine chirurgiche per non consentire il riconoscimento facciale e, così, non incorrere in rappresaglie. Se qualcuno riteneva che nel mondo occidentale la libertà di pensiero fosse una conquista oramai, consolidata, dovrà, purtroppo, ricredersi. Nei prossimi giorni celebreremo la Festa della Liberazione, una festa vera e non posticcia come quella inventata dal Presidente Trump; tra i molti valori che questa ricorrenza porta con sé, in questi tempi difficili ci sarà anche quello di indurre a riflettere su quanto siano preziose le libertà fondamentali e su quanto sia importante custodirle.
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