Quando si studiava nozionisticamente la geografia, la classica domanda trabocchetto era l’appartenenza della Groenlandia. Per rispondere Danimarca bisognava aver studiato. Altro trabocchetto è costituito dal suo nome, che significa terra verde. Intorno al 980 i norreni islandesi (popolazione vichinga) scoprirono la Groenlandia e, trovandola disabitata, la popolarono nella parte sudoccidentale. Il loro capo, Erik il rosso, pare che così l’abbia definita non perché presentasse colori diversi dal bianco dei ghiacci, ma – come narra “La saga di Erik il rosso”- , perché “”… la gente sarebbe stata più disposta ad insediarsi lì se avesse avuto un buon nome». Esempio rudimentale di “fake news”. Tanto è vero che le condizioni climatiche, le scarse risorse alimentari ed economiche (esportazione di pelli di foca, denti di tricheco, stoccafisso…), i proibitivi collegamenti con l’altra sponda, dopo alcuni secoli, fecero perdere le tracce degli insediamenti vichinghi. E così rimasero padroni del campo gli abitanti originari della Groenlandia, le popolazioni dei Thule e dei Dorset, dai quali derivano gli attuali Inuit, grandi cacciatori di orsi e balene, molto più adatti a vivere a quelle latitudini. La loro solitudine cessò allorché il Regno di Danimarca-Norvegia, erede dei vichinghi, rivendicando la propria sovranità, nel 1721 inviò una spedizione per restaurare la cristianità. Non trovandosi più traccia dei norreni-vichinghi, vennero battezzati gli Inuit e vennero fondate colonie commerciali lungo la costa. Passato il putiferio napoleonico, la Norvegia si separò dalla Danimarca e a quest’ultima rimasero le colonie. Veniamo adesso ai giorni nostri, per constatare che la Groenlandia ci riserva ancora sorprese.
Allorché il neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con toni arroganti, ha sbrigativamente affermato l’intenzione di appropriarsi della Groenlandia, abbiamo creduto ad una sparata da gradasso, mentre in realtà esprimeva grossolanamente un desiderio coltivato da più di un secolo dagli Stati Uniti. Nel 1868, il segretario di Stato Henry Seward propose di acquistare la Groenlandia in occasione dell’acquisizione dell’Alaska, con l’intendimento (attenzione che le cose riappaiono) di circondare il Canada e sottrarlo agli inglesi per asfissia. Quella volta il Congresso votò contro. Con il nuovo secolo e la velocizzazione dei collegamenti, divenne fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti il constatare, da un lato, la crucialità di quell’isola di ghiaccio per la sicurezza americana e, dall’altro, la debolezza di chi ne esercitava la sovranità, ai confini di una Germania divenuta minacciosa. Nel 1910 si avviò una complicata trattativa, fatta di lambiccati scambi territoriali tra Stati Uniti, Germania, Danimarca. Non se ne fece nulla, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale e la minaccia d’invasione della Danimarca da parte dell’esercito tedesco, assecondò la conclusione dell’acquisto da parte degli Stati Uniti, per 25.000 dollari oro, delle isole caraibiche danesi, che fronteggiano lo strategico canale di Panama (ed ecco un altro tema trumpiano). Ma nel 1940 i peggiori incubi si materializzarono, allorché Hitler invase la Danimarca e ne occupò le colonie. I tedeschi piazzarono stazioni metereologiche sulla costa occidentale della Groenlandia, e misero gli occhi su una miniera di criolite, indispensabile per la produzione dell’alluminio, che significa aerei. Gli Stati Uniti non potevano attendere ed occuparono l’isola militarmente, trattando con esponenti danesi in esilio. A fine guerra gli Stati Uniti tornarono alla carica proponendone l’acquisto per 100 milioni di dollari. Copenhagen puntò i piedi e ripiegò su ampie concessioni per usi militare, favoriti in seguito dall’appartenenza della Danimarca al sistema difensivo occidentale della NATO.
Oggi due ulteriori fattori rendono ancor più cruciale la posizione della Groenlandia. Il cambiamento climatico, con lo scongelamento dell’Artide, rende praticabili a russi e cinesi rotte e territori del nord e sfruttabili, agli occhi degli americani, i ricchi giacimenti minerari al centro dell’isola. Dall’altro lato, i groenlandesi (56.800 persone, prevalentemente Inuit), che godono di un’ampia autonomia e sono a un passo dall’indipendenza, non sentono particolari obblighi verso danesi o americani, abbinati nella retorica anticolonialistica, e tendono a favorire chi più li remunera (in puro stile trumpiano dell’incasso immediato). I cinesi dal 2015 al 2017 hanno investito in Groenlandia due miliardi di dollari, tentando di estenderli alle estrazioni minerarie e a strutture navali dismesse. Nel 2018 una telefonata di fuoco del Dipartimento di Stato americano fece fermare l’accordo con i cinesi per la costruzione di tre aeroporti.
editoriale
Quando si studiava nozionisticamente la geografia, la classica domanda trabocchetto era l’appartenenza della Groenlandia. Per rispondere Danimarca bisognava aver studiato. Altro trabocchetto è costituito dal suo nome, che significa terra verde. Intorno al 980 i norreni islandesi (popolazione vichinga) scoprirono la Groenlandia e, trovandola disabitata, la popolarono nella parte sudoccidentale. Il loro capo, Erik il rosso, pare che così l’abbia definita non perché presentasse colori diversi dal bianco dei ghiacci, ma – come narra “La saga di Erik il rosso”- , perché “”… la gente sarebbe stata più disposta ad insediarsi lì se avesse avuto un buon nome». Esempio rudimentale di “fake news”. Tanto è vero che le condizioni climatiche, le scarse risorse alimentari ed economiche (esportazione di pelli di foca, denti di tricheco, stoccafisso…), i proibitivi collegamenti con l’altra sponda, dopo alcuni secoli, fecero perdere le tracce degli insediamenti vichinghi. E così rimasero padroni del campo gli abitanti originari della Groenlandia, le popolazioni dei Thule e dei Dorset, dai quali derivano gli attuali Inuit, grandi cacciatori di orsi e balene, molto più adatti a vivere a quelle latitudini. La loro solitudine cessò allorché il Regno di Danimarca-Norvegia, erede dei vichinghi, rivendicando la propria sovranità, nel 1721 inviò una spedizione per restaurare la cristianità. Non trovandosi più traccia dei norreni-vichinghi, vennero battezzati gli Inuit e vennero fondate colonie commerciali lungo la costa. Passato il putiferio napoleonico, la Norvegia si separò dalla Danimarca e a quest’ultima rimasero le colonie. Veniamo adesso ai giorni nostri, per constatare che la Groenlandia ci riserva ancora sorprese.
Allorché il neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con toni arroganti, ha sbrigativamente affermato l’intenzione di appropriarsi della Groenlandia, abbiamo creduto ad una sparata da gradasso, mentre in realtà esprimeva grossolanamente un desiderio coltivato da più di un secolo dagli Stati Uniti. Nel 1868, il segretario di Stato Henry Seward propose di acquistare la Groenlandia in occasione dell’acquisizione dell’Alaska, con l’intendimento (attenzione che le cose riappaiono) di circondare il Canada e sottrarlo agli inglesi per asfissia. Quella volta il Congresso votò contro. Con il nuovo secolo e la velocizzazione dei collegamenti, divenne fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti il constatare, da un lato, la crucialità di quell’isola di ghiaccio per la sicurezza americana e, dall’altro, la debolezza di chi ne esercitava la sovranità, ai confini di una Germania divenuta minacciosa. Nel 1910 si avviò una complicata trattativa, fatta di lambiccati scambi territoriali tra Stati Uniti, Germania, Danimarca. Non se ne fece nulla, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale e la minaccia d’invasione della Danimarca da parte dell’esercito tedesco, assecondò la conclusione dell’acquisto da parte degli Stati Uniti, per 25.000 dollari oro, delle isole caraibiche danesi, che fronteggiano lo strategico canale di Panama (ed ecco un altro tema trumpiano). Ma nel 1940 i peggiori incubi si materializzarono, allorché Hitler invase la Danimarca e ne occupò le colonie. I tedeschi piazzarono stazioni metereologiche sulla costa occidentale della Groenlandia, e misero gli occhi su una miniera di criolite, indispensabile per la produzione dell’alluminio, che significa aerei. Gli Stati Uniti non potevano attendere ed occuparono l’isola militarmente, trattando con esponenti danesi in esilio. A fine guerra gli Stati Uniti tornarono alla carica proponendone l’acquisto per 100 milioni di dollari. Copenhagen puntò i piedi e ripiegò su ampie concessioni per usi militare, favoriti in seguito dall’appartenenza della Danimarca al sistema difensivo occidentale della NATO.
Oggi due ulteriori fattori rendono ancor più cruciale la posizione della Groenlandia. Il cambiamento climatico, con lo scongelamento dell’Artide, rende praticabili a russi e cinesi rotte e territori del nord e sfruttabili, agli occhi degli americani, i ricchi giacimenti minerari al centro dell’isola. Dall’altro lato, i groenlandesi (56.800 persone, prevalentemente Inuit), che godono di un’ampia autonomia e sono a un passo dall’indipendenza, non sentono particolari obblighi verso danesi o americani, abbinati nella retorica anticolonialistica, e tendono a favorire chi più li remunera (in puro stile trumpiano dell’incasso immediato). I cinesi dal 2015 al 2017 hanno investito in Groenlandia due miliardi di dollari, tentando di estenderli alle estrazioni minerarie e a strutture navali dismesse. Nel 2018 una telefonata di fuoco del Dipartimento di Stato americano fece fermare l’accordo con i cinesi per la costruzione di tre aeroporti.
La Groenlandia da Erik il rosso a Trump: storia di una terra contesa da sempre
21 aprile 2025
Cuneo
Quando si studiava nozionisticamente la geografia, la classica domanda trabocchetto era l’appartenenza della Groenlandia. Per rispondere Danimarca bisognava aver studiato. Altro trabocchetto è costituito dal suo nome, che significa terra verde. Intorno al 980 i norreni islandesi (popolazione vichinga) scoprirono la Groenlandia e, trovandola disabitata, la popolarono nella parte sudoccidentale. Il loro capo, Erik il rosso, pare che così l’abbia definita non perché presentasse colori diversi dal bianco dei ghiacci, ma – come narra “La saga di Erik il rosso”- , perché “”… la gente sarebbe stata più disposta ad insediarsi lì se avesse avuto un buon nome». Esempio rudimentale di “fake news”. Tanto è vero che le condizioni climatiche, le scarse risorse alimentari ed economiche (esportazione di pelli di foca, denti di tricheco, stoccafisso…), i proibitivi collegamenti con l’altra sponda, dopo alcuni secoli, fecero perdere le tracce degli insediamenti vichinghi. E così rimasero padroni del campo gli abitanti originari della Groenlandia, le popolazioni dei Thule e dei Dorset, dai quali derivano gli attuali Inuit, grandi cacciatori di orsi e balene, molto più adatti a vivere a quelle latitudini. La loro solitudine cessò allorché il Regno di Danimarca-Norvegia, erede dei vichinghi, rivendicando la propria sovranità, nel 1721 inviò una spedizione per restaurare la cristianità. Non trovandosi più traccia dei norreni-vichinghi, vennero battezzati gli Inuit e vennero fondate colonie commerciali lungo la costa. Passato il putiferio napoleonico, la Norvegia si separò dalla Danimarca e a quest’ultima rimasero le colonie. Veniamo adesso ai giorni nostri, per constatare che la Groenlandia ci riserva ancora sorprese.
Allorché il neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con toni arroganti, ha sbrigativamente affermato l’intenzione di appropriarsi della Groenlandia, abbiamo creduto ad una sparata da gradasso, mentre in realtà esprimeva grossolanamente un desiderio coltivato da più di un secolo dagli Stati Uniti. Nel 1868, il segretario di Stato Henry Seward propose di acquistare la Groenlandia in occasione dell’acquisizione dell’Alaska, con l’intendimento (attenzione che le cose riappaiono) di circondare il Canada e sottrarlo agli inglesi per asfissia. Quella volta il Congresso votò contro. Con il nuovo secolo e la velocizzazione dei collegamenti, divenne fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti il constatare, da un lato, la crucialità di quell’isola di ghiaccio per la sicurezza americana e, dall’altro, la debolezza di chi ne esercitava la sovranità, ai confini di una Germania divenuta minacciosa. Nel 1910 si avviò una complicata trattativa, fatta di lambiccati scambi territoriali tra Stati Uniti, Germania, Danimarca. Non se ne fece nulla, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale e la minaccia d’invasione della Danimarca da parte dell’esercito tedesco, assecondò la conclusione dell’acquisto da parte degli Stati Uniti, per 25.000 dollari oro, delle isole caraibiche danesi, che fronteggiano lo strategico canale di Panama (ed ecco un altro tema trumpiano). Ma nel 1940 i peggiori incubi si materializzarono, allorché Hitler invase la Danimarca e ne occupò le colonie. I tedeschi piazzarono stazioni metereologiche sulla costa occidentale della Groenlandia, e misero gli occhi su una miniera di criolite, indispensabile per la produzione dell’alluminio, che significa aerei. Gli Stati Uniti non potevano attendere ed occuparono l’isola militarmente, trattando con esponenti danesi in esilio. A fine guerra gli Stati Uniti tornarono alla carica proponendone l’acquisto per 100 milioni di dollari. Copenhagen puntò i piedi e ripiegò su ampie concessioni per usi militare, favoriti in seguito dall’appartenenza della Danimarca al sistema difensivo occidentale della NATO.
Oggi due ulteriori fattori rendono ancor più cruciale la posizione della Groenlandia. Il cambiamento climatico, con lo scongelamento dell’Artide, rende praticabili a russi e cinesi rotte e territori del nord e sfruttabili, agli occhi degli americani, i ricchi giacimenti minerari al centro dell’isola. Dall’altro lato, i groenlandesi (56.800 persone, prevalentemente Inuit), che godono di un’ampia autonomia e sono a un passo dall’indipendenza, non sentono particolari obblighi verso danesi o americani, abbinati nella retorica anticolonialistica, e tendono a favorire chi più li remunera (in puro stile trumpiano dell’incasso immediato). I cinesi dal 2015 al 2017 hanno investito in Groenlandia due miliardi di dollari, tentando di estenderli alle estrazioni minerarie e a strutture navali dismesse. Nel 2018 una telefonata di fuoco del Dipartimento di Stato americano fece fermare l’accordo con i cinesi per la costruzione di tre aeroporti.