(foto Pixabay)
La Pasqua, in ebraico “pesach” - passaggio - ricorda che la vita ci chiede spesso di attraversare esperienze di cui a priori faremmo a meno. Pensando all’avventura umana di Gesù: la caduta, il tradimento, la solitudine, la sofferenza fisica, la condanna a morte.
Trattandosi di attraversamenti, non è un caso che Gesù parli di sé stesso come di una porta. “Essere una porta impone l’esperienza della testimonianza”, scrive lo psicanalista Massimo Recalcati ne “La notte del Getsemani”. Non si tratta solo di teorizzare l’importanza delle esperienze - anche negative - come porte, ma di “essere” porta, di non separare il dire dal fare. Mantenere un filo diretto tra il dire e il fare significa aver compreso che i valori non sono verità disincarnate e astratte, ma gesti di un soggetto responsabile. Gesù testimonia con la sua vita che cosa significa passare attraverso la porta che ciascuno è per se stesso, grazie all’accettare quello che la propria vita chiede di volta in volta. Essere porta significa consentire alla vita di passare, a prescindere dal fatto che rispetti i nostri programmi oppure no. In questa libertà di aderire alla vita, Gesù si lascia attraversare anche dall’esperienza del tradimento di chi gli è prossimo. Giuda prima, Pietro poi. Il vero tradimento non è quello dello sconosciuto, ma di chi è amico, fratello, amato, maestro, con cui esiste un patto di confidenza fondato sulla parola. Per questa ragione il tradimento ha sempre la natura di un trauma: essere abbandonati da coloro che ci hanno amato, nel momento del bisogno. Al tradimento Giuda reagisce con il suicidio, Pietro con le lacrime. Le lacrime di Pietro insegnano qualcosa sulla natura dell’amore umano: è spesso incoerente con il sentimento e con la parola. Ma saper cogliere la propria contraddizione, la propria inadeguatezza, non impedisce l’amore, anzi ne rende possibile la ripartenza. L’attraversamento della porta del proprio amore mancante può diventare apertura a una nuova esperienza dell’amore.
editoriale
(foto Pixabay)
La Pasqua, in ebraico “pesach” - passaggio - ricorda che la vita ci chiede spesso di attraversare esperienze di cui a priori faremmo a meno. Pensando all’avventura umana di Gesù: la caduta, il tradimento, la solitudine, la sofferenza fisica, la condanna a morte.
Trattandosi di attraversamenti, non è un caso che Gesù parli di sé stesso come di una porta. “Essere una porta impone l’esperienza della testimonianza”, scrive lo psicanalista Massimo Recalcati ne “La notte del Getsemani”. Non si tratta solo di teorizzare l’importanza delle esperienze - anche negative - come porte, ma di “essere” porta, di non separare il dire dal fare. Mantenere un filo diretto tra il dire e il fare significa aver compreso che i valori non sono verità disincarnate e astratte, ma gesti di un soggetto responsabile. Gesù testimonia con la sua vita che cosa significa passare attraverso la porta che ciascuno è per se stesso, grazie all’accettare quello che la propria vita chiede di volta in volta. Essere porta significa consentire alla vita di passare, a prescindere dal fatto che rispetti i nostri programmi oppure no. In questa libertà di aderire alla vita, Gesù si lascia attraversare anche dall’esperienza del tradimento di chi gli è prossimo. Giuda prima, Pietro poi. Il vero tradimento non è quello dello sconosciuto, ma di chi è amico, fratello, amato, maestro, con cui esiste un patto di confidenza fondato sulla parola. Per questa ragione il tradimento ha sempre la natura di un trauma: essere abbandonati da coloro che ci hanno amato, nel momento del bisogno. Al tradimento Giuda reagisce con il suicidio, Pietro con le lacrime. Le lacrime di Pietro insegnano qualcosa sulla natura dell’amore umano: è spesso incoerente con il sentimento e con la parola. Ma saper cogliere la propria contraddizione, la propria inadeguatezza, non impedisce l’amore, anzi ne rende possibile la ripartenza. L’attraversamento della porta del proprio amore mancante può diventare apertura a una nuova esperienza dell’amore.
Porta
19 aprile 2025
Cuneo
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La Pasqua, in ebraico “pesach” - passaggio - ricorda che la vita ci chiede spesso di attraversare esperienze di cui a priori faremmo a meno. Pensando all’avventura umana di Gesù: la caduta, il tradimento, la solitudine, la sofferenza fisica, la condanna a morte.
Trattandosi di attraversamenti, non è un caso che Gesù parli di sé stesso come di una porta. “Essere una porta impone l’esperienza della testimonianza”, scrive lo psicanalista Massimo Recalcati ne “La notte del Getsemani”. Non si tratta solo di teorizzare l’importanza delle esperienze - anche negative - come porte, ma di “essere” porta, di non separare il dire dal fare. Mantenere un filo diretto tra il dire e il fare significa aver compreso che i valori non sono verità disincarnate e astratte, ma gesti di un soggetto responsabile. Gesù testimonia con la sua vita che cosa significa passare attraverso la porta che ciascuno è per se stesso, grazie all’accettare quello che la propria vita chiede di volta in volta. Essere porta significa consentire alla vita di passare, a prescindere dal fatto che rispetti i nostri programmi oppure no. In questa libertà di aderire alla vita, Gesù si lascia attraversare anche dall’esperienza del tradimento di chi gli è prossimo. Giuda prima, Pietro poi. Il vero tradimento non è quello dello sconosciuto, ma di chi è amico, fratello, amato, maestro, con cui esiste un patto di confidenza fondato sulla parola. Per questa ragione il tradimento ha sempre la natura di un trauma: essere abbandonati da coloro che ci hanno amato, nel momento del bisogno. Al tradimento Giuda reagisce con il suicidio, Pietro con le lacrime. Le lacrime di Pietro insegnano qualcosa sulla natura dell’amore umano: è spesso incoerente con il sentimento e con la parola. Ma saper cogliere la propria contraddizione, la propria inadeguatezza, non impedisce l’amore, anzi ne rende possibile la ripartenza. L’attraversamento della porta del proprio amore mancante può diventare apertura a una nuova esperienza dell’amore.