editoriale

I dazi, le emergenze e lo strapotere dell’“uomo solo al comando”

13 aprile 2025

Cuneo

Donald Trump (foto Ansa/Sir) (foto Ansa/Sir) In molti hanno sollevato perplessità sulla formula utilizzata dal Presidente Trump per calcolare i dazi che stanno scuotendo l’economia e la finanza in tutto il mondo. Come noto, il calcolo (contestato da molti economisti) parte dal deficit nel saldo importazioni/esportazioni a svantaggio degli Stati Uniti (e cioè la differenza tra il valore delle importazioni e quello delle esportazioni) per poi dividere quella somma per il valore totale delle importazioni dallo Stato che si prende in considerazione e così ricavarne una percentuale, poi divisa per due, “per pura magnanimità” (secondo la narrazione trumpiana). Così, ad esempio, nel 2024 il valore delle importazioni negli Stati Uniti dalla UE è stato di € 605,8 miliardi di dollari e la differenza tra esportazioni e importazioni è stata di 235,6 miliardi, dunque 235,6/605,8 = 0,39, che secondo Trump corrisponde a un 39% di dazi teorici che, diviso due, porta all’imposizione di dazi pari al 20% sui beni importati dall’Unione Europea. L’astrusità della formula è solo uno degli aspetti paradossali di quanto sta capitando. Negli Stati Uniti, infatti, come riportato da alcuni organi di stampa, i giuristi si stanno interrogando sulla legittimità della procedura seguita per l’applicazione dei dazi e si stanno chiedendo se il Presidente abbia davvero il potere di applicarli. Il sistema giuridico statunitense, infatti, stabilisce che sia l’organo assembleare, vale a dire il Congresso, quello competente a decidere in materia. La procedura, inoltre, prevederebbe vari passaggi di approfondimento, studio e confronto con il mondo produttivo e istituzionale, nonché analisi e pubbliche audizioni, fino alla stesura di una relazione, nel contraddittorio tra maggioranza e opposizione, che viene poi sottoposta al Presidente che, solo all’esito di questo procedimento, dovrebbe decidere se introdurre o meno i dazi. Si tratta di un processo che può durare mesi o, addirittura, anni. Tutto ciò, a meno che non venga proclamato uno stato d’emergenza, con l’attribuzione al Presidente di poteri eccezionali, in forza dell’International Emergency Economic Powers Act, una legge degli anni Settanta, generalmente utilizzata per l’applicazione di sanzioni economiche in presenza di crisi internazionali. In virtù di questa legge, e delle prerogative presidenziali in essa riconosciute, il Presidente Trump ha proceduto in autonomia, senza coinvolgere il Congresso e senza dover espletare tutte le fasi del procedimento, in forza di uno stato di emergenza proclamato subito dopo avere ricevuto il mandato presidenziale. Tra i temi sui quali si sta dibattendo in questi giorni negli Stati Uniti, dunque, non ci sono solo quelli legati alla fondatezza delle analisi economiche effettuate e al merito degli interventi messi in atto, ma anche quelli, ancora più delicati, che riguardano la corretta attribuzione delle competenze tra l’organo assembleare per eccellenza, il Congresso, e l’organo monocratico che ha più potere nel mondo occidentale e cioè il Presidente degli Stati Uniti. Questa riflessione può essere utile e feconda anche oltre i confini americani, soprattutto in tempi nei quali il dibattito politico ed economico pare sempre più condotto e fondato su personalismi che alimentano spirali decisionistiche in cui le assemblee democraticamente elette vengono messe ai margini. Rispetto a questi processi non è estranea una certa cultura che alimenta la sensazione di un perenne stato d’emergenza che richiede decisioni e azioni in tempi rapidi. Le vere emergenze, invece, sembrano essere quelle innescate da decisioni avventate, poco ponderate e, in definitiva, sbagliate. Se davvero si vuole interrompere la sequenza di discutibilissime scelte adottate da uomini soli al comando e particolarmente inclini al decisionismo, la via maestra pare essere quella della riscoperta del valore dei processi decisionali condivisi, che passano per le assemblee democraticamente elette e che richiedono tempo e capacità di mediazione anche per la presenza delle opposizioni, che svolgono un ruolo essenziale in uno stato democratico. Se ne stanno accorgendo negli Stati Uniti. Potremmo farlo anche in Europa per pensare a un Parlamento Europeo e a parlamenti nazionali che recuperino la propria centralità, anche attraverso nuovi meccanismi di partecipazione democratica. Non sarà una formula magica, ma potrebbe funzionare.  
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