editoriale

Le relazioni umane sono ciò che ci è affidato come il bene più prezioso

06 aprile 2025

Cuneo

Probabilmente ha fatto scalpore soprattutto il ritrovamento, il 27 febbraio, dei coniugi Betsy Arakawa e Gene Hackman, per la loro popolarità e perché accaduto negli Usa. Ma la cronaca anche soltanto italiana è piena di esempi di persone ritrovate in casa molto tempo dopo la loro morte: una donna a Collesalvetti il 3 febbraio, un uomo anziano a Trieste il 20 febbraio, un 70enne a Siderno il 14 marzo, un musicista 65enne trovato a Forlì il 14 febbraio, morto forse sei mesi prima, una coppia ritrovata dopo mesi a Verona il 18 marzo, per fermarci agli ultimi tempi e a ciò che è arrivato sulle pagine dei giornali. Che la solitudine da anziani, da malati, da bisognosi sia drammatica, lo intuiamo tutti. Anche se pensiamo sempre di essere in grado di badare a noi stessi, che nulla possa succederci, e anche se il nostro mondo esalta l’autosufficienza, il non dover chiedere mai. La seconda pagina della Bibbia, pure, si apre con il «non è bene che l’uomo sia solo». Non è soltanto lo spunto per fondare la relazione di coppia. Quella relazione, anzi, viene presentata innanzitutto non come base del matrimonio, ma come rapporto alla pari: a essere precisi, infatti, l’essere umano non era solo, perché era già con Dio. E la relazione con Dio, nella maggior parte delle tradizioni religiose, è ritenuta la più importante e fondamentale, al punto da poter sostituire altri rapporti. Per il Dio della Bibbia però non è così: un essere umano che si confronti soltanto con ciò che gli è superiore o inferiore (il creato) non è equilibrato, non è cosa buona. Occorre anche una relazione alla pari, come essenziale per una vita umana buona. È quello che riscopriamo in tutta la tradizione del Primo Testamento, che non presenta mai esseri umani in contemplazione esclusiva del trascendente, ma sempre in rapporti umani. Lo stesso decalogo ha tutti precetti relazionali: onora i genitori, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non offrire una testimonianza falsa, non desiderare cose di altri. Nessuno di questi comandamenti avrebbe senso se non in rapporto con altre persone. Se poi guardiamo a Gesù, non lo troviamo mai difendere principi astratti, ma sempre casi personali. Diventa allora particolarmente intelligente l’esordio del primo vangelo ad essere stato scritto, quello di Marco. Lì Gesù inizia la sua vita pubblica, dopo aver chiamato i primi discepoli, guarendo un indemoniato (che, in quanto “pazzo furioso”, allontana da sé, spaventati, gli altri esseri umani), poi la suocera di Pietro che inizia a servirli, riacquisendo un proprio ruolo sociale, cioè relazionale, quindi purifica un lebbroso, che era obbligato dalla legge divina a vivere segregato da tutti. Quando però, a Cafarnao (Mc 2,1-12), trova un paralitico che viene portato davanti a Gesù da quattro amici, passando dai tetti, subito non lo guarisce. Questa scelta ci può stupire, ma è pensata appunto per noi: Gesù non è venuto a portare la salute, come è dimostrato dal fatto che in quel caso non pensa di dover partire da lì, in quanto evidentemente quella malattia non esclude il malato dalla relazione con gli altri esseri umani. Ed è tutta la prima parte del vangelo a poterci stupire, perché Gesù non parla di Dio né invita alla preghiera, ma toglie le condizioni che rendono faticoso o impossibile entrare in rapporto con gli altri. Le relazioni umane sono dunque ciò che ci è affidato come più prezioso e caro da tutta la scrittura (secondo il vangelo di Marco, addirittura, si direbbero più preziose del rapporto con Dio). Riscopriamo che i precetti divini non mirano a farci passare l’esame davanti all’Altissimo, ma a vivere una vita migliore. E che non essere soli è talmente prezioso che dobbiamo prendercene cura come fosse un comandamento di Dio. Perché lo è.
Pirtomaso Bergesio Valvermengna rapporti umani relazioni umane