editoriale

Anche persone single possono adottare bambini non italiani se abbandonati

30 marzo 2025

Cuneo

culla (foto Pixabay) (foto Pixabay) Il 20 marzo 2025 la Corte costituzionale italiana ha stabilito che sia lecito per le persone single adottare dei bambini non italiani se abbandonati. La Corte valuta che un contesto familiare armonioso e stabile non dipende necessariamente dalla presenza di un vincolo matrimoniale. Chi scrive è sposato a una persona adottata da una donna mai sposata, in virtù di una legge rimasta in vigore soltanto pochi mesi (oggi l’adozione monoparentale è riservata a casi particolari, quando possa servire a evitare di separare il bambino da un contesto familiare in cui si trova già). Lo preciso per onestà, in quanto gli esiti perfettibili di quell’esperienza indubbiamente possono segnare anche la mia valutazione odierna. Nella Bibbia almeno un caso di adozione si dà: di fronte alla ennesima promessa ad Abramo di un figlio, Sara pensa di donarglielo tramite la sua schiava Agar (Gen 16). Figlio di una schiava, il bambino sarebbe nato schiavo, ma Sara immagina di farla partorire sulle proprie ginocchia, adottandolo così dalla nascita e rendendolo quindi un uomo libero, in grado di ereditare da Abramo. Si tratta di un trucco per venire quasi incontro a Dio e alla sua promessa, ed è trucco a cui Dio guarda, si direbbe, con simpatia (benedice anche Ismaele, nato da Agar, e non rimprovera nessuno per tale escamotage), pur ribadendo che la sua promessa di una discendenza ad Abramo passava ovviamente dalla sua moglie Sara. Siamo davanti a una coppia adottante, ma le condizioni molto particolari dell’adozione potrebbero attirarsi critiche; Dio, però, non sembra curarsene. Ma un altro brano, che non parla di adozione, ci può forse tornare più utile. All’inizio della lettera ai Filippesi Paolo riprende una poesia che quasi di certo non ha composto lui, in cui esorta i suoi destinatari a vivere imitando il modo di fare di Gesù (Fil 2,5-11). Costui era simile a Dio, ma ritenne che questa sua condizione non fosse qualcosa da sfruttare a proprio vantaggio, qualcosa di cui impossessarsi come un bene proprio, «non ritenne un privilegio l’essere come Dio». La parola tradotta con “privilegio” indica in realtà qualcosa da afferrare. L’idea è che Gesù avrebbe potuto vantarsi del proprio essere divino (“Lei non sa chi sono io!” non sarebbe mai stato tanto appropriato). Ma ha deciso di non farlo, “svuotando” invece sé stesso e i propri diritti. L’esistenza di Gesù, si ricava da queste parole e ancora più compiutamente dal vangelo, è un’esistenza per gli altri, pur avendo il diritto di pretendere un trattamento superiore. Il brano conclude che è stato proprio questo donarsi agli altri da parte di Gesù a far sì che il Padre lo abbia esaltato più di ogni altra creatura. Nel nostro mondo siamo sempre molto pronti a parlare di diritti, eventualmente fissando dei limiti oltre i quali non valgono. Ma chi ha composto l’inno della lettera ai Filippesi ci invita a guardare invece a chi possiamo aiutare, a trovare nel dono di noi agli altri il senso di gloria e di pienezza della vita nostra. A quel punto, essenziale non sarà più decidere quali condizioni ci mettano in diritto di essere genitori, ma quale soluzione sia la migliore per i bambini. Probabilmente le motivazioni della Corte vanno in quella direzione, che ci sembra la più umana.
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