(foto Pixabay)
L’economia, la politica, la pace e la democrazia sono cose serie. Almeno questa consapevolezza dovrebbe unire le due sponde dell’Oceano Atlantico, per lo meno da quando si è dovuto constatare che le spacconate trumpiane stanno producendo effetti opposti rispetto a quelli auspicati. I dazi imposti (a giorni alterni) da Trump e le contromisure adottate dall’Unione Europea, ci si accorge solo ora, possono innescare sia una spirale inflazionistica, sia una recessione, anche negli Stati Uniti. Da un lato, infatti, i dazi imposti sulle merci importate ne fanno aumentare il prezzo; se si tratta di beni di largo consumo, l’incremento dei prezzi diventa generalizzato, con conseguente inflazione. Dall’altro lato, l’escalation delle ritorsioni sui dazi crea ostacoli alle esportazioni, con relativa contrazione del volume delle vendite e della produzione che, se diffuse, possono portare alla recessione.
Ben lungi dall’essere confinati nelle stanze del potere, gli effetti delle tensioni nel commercio globale stanno raggiungendo i nostri produttori locali di vini e di generi (non solo) alimentari che contano sull’export; allo stesso modo, lo spauracchio dell’erosione di redditi e risparmi a causa dell’aumento dei prezzi sta tornando a fare capolino, proprio quando sembrava che le economie occidentali stessero superando le spinte inflazionistiche degli ultimi anni.
Nel frattempo, la risposta europea al disimpegno militare americano nel nostro continente prevede una massiccia operazione di riarmo. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di costruire e, poi, mantenere, una pace armata, con fini di deterrenza rispetto a eventuali mire espansionistiche russe.
Tutto questo, però, senza che sia chiaro, per lo meno in apparenza, quale sia la strategia per la difesa comune europea né, tanto meno, come il riarmo dovrebbe inserirsi nell’ambito di una visione complessiva del nuovo corso europeo. In Italia, sia la maggioranza, sia le opposizioni sono divise sul punto. Alcuni esponenti del Governo si sono affrettati a precisare che l’incremento delle spese militari non dovrà andare a scapito del welfare. Se sarà effettivamente così, al momento, è difficile da dire, ma il Ministro Giorgetti ha avuto, quanto meno, il merito di toccare un punto di non secondaria importanza. Bisogna, infatti, essere consapevoli che tra ciò che si deve decidere per il futuro della nostra cara Europa, c’è, anche, quale pace intendiamo difendere con le armi. Inflazione e recessione, infatti, rappresentano pericoli che diventeranno sempre più concreti se l’amministrazione americana non invertirà la rotta e la combinazione inflazione, recessione e aumento massiccio della spesa in armamenti non è rassicurante. Le misure per combattere inflazione e recessione, infatti, richiedono ingenti risorse, così come le esige il riarmo. Tuttavia, come noto, la coperta delle disponibilità economiche è proverbialmente corta. Decidere se, quanto e come riarmarsi, in altri termini, è una scelta che deve essere valutata in relazione al sacrificio che ne consegue per i servizi essenziali, aiuti alle famiglie e sostegno alle imprese. Calando il ragionamento nella nostra realtà quotidiana, pare inevitabile concludere che, per armarci, ci saranno meno risorse per i produttori di vino locali, per il tessuto produttivo e sociale della nostra provincia, per le famiglie e per assistenza e previdenza. Come capita in scenari di questo tipo, i più colpiti saranno i più vulnerabili, con tutto quanto ne consegue in termini di impatto sociale complessivo. Il ragionamento, a questo punto, deve prendere in considerazione anche un altro elemento chiave dello scenario, e cioè i possibili effetti in ottica politica ed elettorale di un indebolimento del tessuto economico e degli strumenti di sostegno delle fasce più deboli della popolazione. In un momento storico nel quale forze disgregatrici e sovranismi di vario tipo raccolgono non pochi consensi a livello europeo, ciò che non possiamo permetterci è di alimentare, con il malcontento, i serbatori elettorali di avversari interni della casa comune europea. La prospettiva non può e non deve essere quella di un’Europa armata ma indifesa rispetto a spinte distruttive, che provengono dall’interno e che proprio il riarmo rischia di alimentare con il drenaggio di risorse da destinare, invece, al rafforzamento del welfare e dei presidi democratici.
editoriale
(foto Pixabay)
L’economia, la politica, la pace e la democrazia sono cose serie. Almeno questa consapevolezza dovrebbe unire le due sponde dell’Oceano Atlantico, per lo meno da quando si è dovuto constatare che le spacconate trumpiane stanno producendo effetti opposti rispetto a quelli auspicati. I dazi imposti (a giorni alterni) da Trump e le contromisure adottate dall’Unione Europea, ci si accorge solo ora, possono innescare sia una spirale inflazionistica, sia una recessione, anche negli Stati Uniti. Da un lato, infatti, i dazi imposti sulle merci importate ne fanno aumentare il prezzo; se si tratta di beni di largo consumo, l’incremento dei prezzi diventa generalizzato, con conseguente inflazione. Dall’altro lato, l’escalation delle ritorsioni sui dazi crea ostacoli alle esportazioni, con relativa contrazione del volume delle vendite e della produzione che, se diffuse, possono portare alla recessione.
Ben lungi dall’essere confinati nelle stanze del potere, gli effetti delle tensioni nel commercio globale stanno raggiungendo i nostri produttori locali di vini e di generi (non solo) alimentari che contano sull’export; allo stesso modo, lo spauracchio dell’erosione di redditi e risparmi a causa dell’aumento dei prezzi sta tornando a fare capolino, proprio quando sembrava che le economie occidentali stessero superando le spinte inflazionistiche degli ultimi anni.
Nel frattempo, la risposta europea al disimpegno militare americano nel nostro continente prevede una massiccia operazione di riarmo. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di costruire e, poi, mantenere, una pace armata, con fini di deterrenza rispetto a eventuali mire espansionistiche russe.
Tutto questo, però, senza che sia chiaro, per lo meno in apparenza, quale sia la strategia per la difesa comune europea né, tanto meno, come il riarmo dovrebbe inserirsi nell’ambito di una visione complessiva del nuovo corso europeo. In Italia, sia la maggioranza, sia le opposizioni sono divise sul punto. Alcuni esponenti del Governo si sono affrettati a precisare che l’incremento delle spese militari non dovrà andare a scapito del welfare. Se sarà effettivamente così, al momento, è difficile da dire, ma il Ministro Giorgetti ha avuto, quanto meno, il merito di toccare un punto di non secondaria importanza. Bisogna, infatti, essere consapevoli che tra ciò che si deve decidere per il futuro della nostra cara Europa, c’è, anche, quale pace intendiamo difendere con le armi. Inflazione e recessione, infatti, rappresentano pericoli che diventeranno sempre più concreti se l’amministrazione americana non invertirà la rotta e la combinazione inflazione, recessione e aumento massiccio della spesa in armamenti non è rassicurante. Le misure per combattere inflazione e recessione, infatti, richiedono ingenti risorse, così come le esige il riarmo. Tuttavia, come noto, la coperta delle disponibilità economiche è proverbialmente corta. Decidere se, quanto e come riarmarsi, in altri termini, è una scelta che deve essere valutata in relazione al sacrificio che ne consegue per i servizi essenziali, aiuti alle famiglie e sostegno alle imprese. Calando il ragionamento nella nostra realtà quotidiana, pare inevitabile concludere che, per armarci, ci saranno meno risorse per i produttori di vino locali, per il tessuto produttivo e sociale della nostra provincia, per le famiglie e per assistenza e previdenza. Come capita in scenari di questo tipo, i più colpiti saranno i più vulnerabili, con tutto quanto ne consegue in termini di impatto sociale complessivo. Il ragionamento, a questo punto, deve prendere in considerazione anche un altro elemento chiave dello scenario, e cioè i possibili effetti in ottica politica ed elettorale di un indebolimento del tessuto economico e degli strumenti di sostegno delle fasce più deboli della popolazione. In un momento storico nel quale forze disgregatrici e sovranismi di vario tipo raccolgono non pochi consensi a livello europeo, ciò che non possiamo permetterci è di alimentare, con il malcontento, i serbatori elettorali di avversari interni della casa comune europea. La prospettiva non può e non deve essere quella di un’Europa armata ma indifesa rispetto a spinte distruttive, che provengono dall’interno e che proprio il riarmo rischia di alimentare con il drenaggio di risorse da destinare, invece, al rafforzamento del welfare e dei presidi democratici.
Quello che non possiamo permetterci oggi: un’Europa armata e, al tempo stesso, indifesa
23 marzo 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
L’economia, la politica, la pace e la democrazia sono cose serie. Almeno questa consapevolezza dovrebbe unire le due sponde dell’Oceano Atlantico, per lo meno da quando si è dovuto constatare che le spacconate trumpiane stanno producendo effetti opposti rispetto a quelli auspicati. I dazi imposti (a giorni alterni) da Trump e le contromisure adottate dall’Unione Europea, ci si accorge solo ora, possono innescare sia una spirale inflazionistica, sia una recessione, anche negli Stati Uniti. Da un lato, infatti, i dazi imposti sulle merci importate ne fanno aumentare il prezzo; se si tratta di beni di largo consumo, l’incremento dei prezzi diventa generalizzato, con conseguente inflazione. Dall’altro lato, l’escalation delle ritorsioni sui dazi crea ostacoli alle esportazioni, con relativa contrazione del volume delle vendite e della produzione che, se diffuse, possono portare alla recessione.
Ben lungi dall’essere confinati nelle stanze del potere, gli effetti delle tensioni nel commercio globale stanno raggiungendo i nostri produttori locali di vini e di generi (non solo) alimentari che contano sull’export; allo stesso modo, lo spauracchio dell’erosione di redditi e risparmi a causa dell’aumento dei prezzi sta tornando a fare capolino, proprio quando sembrava che le economie occidentali stessero superando le spinte inflazionistiche degli ultimi anni.
Nel frattempo, la risposta europea al disimpegno militare americano nel nostro continente prevede una massiccia operazione di riarmo. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di costruire e, poi, mantenere, una pace armata, con fini di deterrenza rispetto a eventuali mire espansionistiche russe.
Tutto questo, però, senza che sia chiaro, per lo meno in apparenza, quale sia la strategia per la difesa comune europea né, tanto meno, come il riarmo dovrebbe inserirsi nell’ambito di una visione complessiva del nuovo corso europeo. In Italia, sia la maggioranza, sia le opposizioni sono divise sul punto. Alcuni esponenti del Governo si sono affrettati a precisare che l’incremento delle spese militari non dovrà andare a scapito del welfare. Se sarà effettivamente così, al momento, è difficile da dire, ma il Ministro Giorgetti ha avuto, quanto meno, il merito di toccare un punto di non secondaria importanza. Bisogna, infatti, essere consapevoli che tra ciò che si deve decidere per il futuro della nostra cara Europa, c’è, anche, quale pace intendiamo difendere con le armi. Inflazione e recessione, infatti, rappresentano pericoli che diventeranno sempre più concreti se l’amministrazione americana non invertirà la rotta e la combinazione inflazione, recessione e aumento massiccio della spesa in armamenti non è rassicurante. Le misure per combattere inflazione e recessione, infatti, richiedono ingenti risorse, così come le esige il riarmo. Tuttavia, come noto, la coperta delle disponibilità economiche è proverbialmente corta. Decidere se, quanto e come riarmarsi, in altri termini, è una scelta che deve essere valutata in relazione al sacrificio che ne consegue per i servizi essenziali, aiuti alle famiglie e sostegno alle imprese. Calando il ragionamento nella nostra realtà quotidiana, pare inevitabile concludere che, per armarci, ci saranno meno risorse per i produttori di vino locali, per il tessuto produttivo e sociale della nostra provincia, per le famiglie e per assistenza e previdenza. Come capita in scenari di questo tipo, i più colpiti saranno i più vulnerabili, con tutto quanto ne consegue in termini di impatto sociale complessivo. Il ragionamento, a questo punto, deve prendere in considerazione anche un altro elemento chiave dello scenario, e cioè i possibili effetti in ottica politica ed elettorale di un indebolimento del tessuto economico e degli strumenti di sostegno delle fasce più deboli della popolazione. In un momento storico nel quale forze disgregatrici e sovranismi di vario tipo raccolgono non pochi consensi a livello europeo, ciò che non possiamo permetterci è di alimentare, con il malcontento, i serbatori elettorali di avversari interni della casa comune europea. La prospettiva non può e non deve essere quella di un’Europa armata ma indifesa rispetto a spinte distruttive, che provengono dall’interno e che proprio il riarmo rischia di alimentare con il drenaggio di risorse da destinare, invece, al rafforzamento del welfare e dei presidi democratici.