Sessant’anni anni fa precisi, agli inizi di marzo, un terremoto stava per abbattersi sulle colonne di cattedrali e chiese barocche, sui tetti sconnessi di santuari e cappelle di campagna. Oltrepassando i portali per prender Messa, per la prima volta da che ne avevano memoria i fedeli avrebbero guardato negli occhi i preti che stavano loro di fronte e uscendo avrebbero pronunciato la frase “Rendiamo grazie a Dio”. Tra l’un momento e l’altro, dagli officianti e dai fedeli quasi ogni parola sarebbe stata pronunciata in italiano (o in una delle tante lingue del mondo): quelle dei testi delle Scritture, quelle sacre del rito dell’Eucarestia, quelle delle preghiere. Era una tale rivoluzione che forse chi non l’ha vissuta non riesce a comprendere fino in fondo. Non la generazione allevata a suon di Messe accompagnate da chitarre e Alleluja in chiave pop, men che meno le successive. Alcuni però ancora conservano il ricordo dei vespri cantati al tramonto dai banchi in penombra, un velo di tulle nero sulla testa, o dei rosari sgranati per quindici, interminabili, misteri. Mysteria dolorosa, gloriosa, luminosa. Misteri, appunto, come le parole dai significati indecifrabili che si agganciavano l’un l’altra fondendosi in una latinorum di nuovo conio. Chissà se le pie donne avessero ben chiaro quel “sicutera da ‘nprinsipi”. Ma poi partivano i cori di “paternosterchiesincielis”, di “rechiemeterna” per i morti e in quella litania mistica, cadenzata come un canto ancestrale, ci si smarriva. Per un ritaglio di tempo sottratto a giornate scandite dal lavoro ci si poteva anche abbandonare. Oggi qualcuno la chiamerebbe pratica meditativa, e certo era un colloquio intimo in cui la comprensione dei significati in fondo non era necessaria, né pretesa dai fedeli. Ai fedeli si chiedeva presenza e assiduità, non comprensione. Era così da secoli, almeno dai tempi della Controriforma, quando si erano rimesse le cose a posto dopo il sovvertimento provocato da Lutero il ribelle, e andava bene così.
E invece era tempo di cambiare. A metà del Novecento, dopo una guerra che aveva lacerato il mondo e un dopoguerra che ne stava modificando i costumi la Chiesa avvertiva i nuovi bisogni e più che mai i segnali d’allarme per la cristianità, soprattutto per i cattolici. Così era stato convocato un nuovo Concilio. L’aveva fatto nel ’59 quel Papa Roncalli appena salito al soglio e destinato a rimanere nella memoria popolare per la sua dolcezza, ma che invece stava gettando le basi per una rivoluzione potente quanto lo era stato il Concilio di Trento a metà del Cinquecento. L’obbiettivo, come aveva chiarito fin dalle battute iniziali, non era la proclamazione di nuovi dogmi, né la modifica della dottrina, considerata immutabile. Il fulcro stava nell’interpretazione dei “segni dei tempi” o, per dirla in due parole, nella necessità di adattare la Chiesa a quei tempi. La Chiesa insomma doveva aggiornarsi, aprirsi al mondo e ridefinire se stessa; di più, doveva scendere in un mondo travagliato da guerre e disuguaglianze, percorso da fremiti di cambiamento in ogni settore della vita pubblica e privata.
Le “sessioni” conciliari durarono dal 1962 al 1965 e furono funestate dalla morte di Giovanni XXIII, cui succedette Paolo VI, oltre che dai contrasti manifestati fin dall’inizio dalle frange più conservatrici dell’assemblea ecumenica. Attraverso estenuanti lavori e votazioni il Concilio emanò quattro “costituzioni” tra le quali, nel 1963, la Sacrosanctum Concilium concernente la riforma della liturgia. Alla base stava la convinzione che per una partecipazione “piena, attiva e comunitaria” del popolo lo stesso dovesse essere messo nelle condizioni di comprendere i riti e i significati delle funzioni religiose. Non solo, i riti avrebbero dovuto farsi meno prolissi e le letture delle Sacre Scritture (che la Controriforma aveva voluto in latino per evitare troppo libere interpretazioni) più abbondanti e scelte con attenzione. Pur non abolendo completamente il latino l’uso delle lingue nazionali era incentivato proprio per favorire il popolo, che si voleva più attivo e partecipe. I fedeli sarebbero stati invitati a rispondere con acclamazioni, canti (salmi, antifone ed altri), azioni e gesti.
Ora, novità di questo impatto non potevano modificare mentalità e comportamenti secolari dall’oggi al domani. Il passaggio fu graduale e tutt’altro che indolore. “ln Francia gli adoratori del passato sferrano un’offensiva integralista”, titolava “La Guida” raccontando delle azioni di sabotaggio di vescovi e attivisti contrari sia alle innovazioni in campo liturgico ed ecumenico, che all’audacia di certi preti troppo attivi nella società. Anche ai fedeli non fu semplice far comprendere che adesso avrebbero avuto un ruolo di coprotagonisti insieme ai sacerdoti (anche più d’uno) in un rito che avevano vissuto sempre da spettatori, guardando le spalle dei preti e ascoltando formule incomprensibili. Per mesi gli organi di stampa cattolici cercarono di spiegare che il punto era il passaggio dall’individualismo alla comunità, ma anche questo forse era un concetto difficile da trasmettere. Quella semplice parola, “preghiamo”, che sottintendeva un “noi”, rivolta dal celebrante a chi si vi si trovava di fronte aveva più significati di quanti in quel momento riuscissero a recepire.
All’avvicinarsi della prima celebrazione i giornali anticiparono tutto quel sarebbe accaduto: le formule di inizio e di congedo, gli inviti ai fedeli... Ci sarebbero stati gesti accentuati per conferire maggior rilievo e passaggi soppressi. Tutto ciò avrebbe semplificato e accorciato la celebrazione, ma, si specificava, non per accondiscendere all’impazienza di alcuni.
Arrivò infine la fatidica data. Il 7 marzo i cuneesi assistettero per la prima volta alla Messa con il nuovo rito ma l’accoglienza deluse in parte le aspettative. Tanto dipese da chi celebrava e dalla sensibilità di chi ascoltava, naturalmente, ma i nostri concittadini reagirono con scarso entusiasmo, perfino con riluttanza. Si disse che fosse fatto caratteriale e che la natura montanara non favorisse l’espressione delle emozioni, tantomeno se legate a cose religiose. “Nelle ultime settimane ci è stato detto in mille forme che fin qui non avevamo capito nulla della Messa, delle preghiere”, disse risentita una signora intervistata in un piemontese certamente più efficace nella sua versione originale. Altri, e ci pare di sentirli, cercarono qualsiasi possibile difetto. Perfino gli studenti interpellati si espressero con un “ci sono vantaggi e difetti”. Forse perché stava faticando tanto per imparare il latino a scuola, un sedicenne sostenne che l’italiano sminuisse la serietà del rito, un altro lamentava una perdita di “spontaneità”, un’altra ancora si dispiaceva che la cristianità avesse perduto l’unica lingua comune. Un ragazzo, infine, osservò che il rito aveva perso di misticismo e mistero. Insomma, sembravano proprio i giovani i più critici, mentre nessuno raccolse il sentimento dei preti, soprattutto dei più anziani, costretti a reimparare tutto daccapo e di cui si notarono soprattutto gli errori e gli impacci all’altare.
Emersero in seguito infiniti altri problemi: le traduzioni oscure dei Messali, le espressioni bibliche che ai fedeli impreparati suonavano bizzarre. I dibattiti dunque proseguirono a lungo sulla stampa cattolica e non solo, ma la strada era tracciata e quell’anno la Pasqua fu celebrata in 205 diverse lingue nazionali. Nelle chiese di Cuneo ogni cattolico praticante pregò, cantò, e rese grazie a Dio con voce alta e piena. O, almeno, si sforzò di farlo.
Nella fotografia, la pagina de La Guida che annunciava la prima Messa in lingua italiana.
cuneo
Sessant’anni anni fa precisi, agli inizi di marzo, un terremoto stava per abbattersi sulle colonne di cattedrali e chiese barocche, sui tetti sconnessi di santuari e cappelle di campagna. Oltrepassando i portali per prender Messa, per la prima volta da che ne avevano memoria i fedeli avrebbero guardato negli occhi i preti che stavano loro di fronte e uscendo avrebbero pronunciato la frase “Rendiamo grazie a Dio”. Tra l’un momento e l’altro, dagli officianti e dai fedeli quasi ogni parola sarebbe stata pronunciata in italiano (o in una delle tante lingue del mondo): quelle dei testi delle Scritture, quelle sacre del rito dell’Eucarestia, quelle delle preghiere. Era una tale rivoluzione che forse chi non l’ha vissuta non riesce a comprendere fino in fondo. Non la generazione allevata a suon di Messe accompagnate da chitarre e Alleluja in chiave pop, men che meno le successive. Alcuni però ancora conservano il ricordo dei vespri cantati al tramonto dai banchi in penombra, un velo di tulle nero sulla testa, o dei rosari sgranati per quindici, interminabili, misteri. Mysteria dolorosa, gloriosa, luminosa. Misteri, appunto, come le parole dai significati indecifrabili che si agganciavano l’un l’altra fondendosi in una latinorum di nuovo conio. Chissà se le pie donne avessero ben chiaro quel “sicutera da ‘nprinsipi”. Ma poi partivano i cori di “paternosterchiesincielis”, di “rechiemeterna” per i morti e in quella litania mistica, cadenzata come un canto ancestrale, ci si smarriva. Per un ritaglio di tempo sottratto a giornate scandite dal lavoro ci si poteva anche abbandonare. Oggi qualcuno la chiamerebbe pratica meditativa, e certo era un colloquio intimo in cui la comprensione dei significati in fondo non era necessaria, né pretesa dai fedeli. Ai fedeli si chiedeva presenza e assiduità, non comprensione. Era così da secoli, almeno dai tempi della Controriforma, quando si erano rimesse le cose a posto dopo il sovvertimento provocato da Lutero il ribelle, e andava bene così.
E invece era tempo di cambiare. A metà del Novecento, dopo una guerra che aveva lacerato il mondo e un dopoguerra che ne stava modificando i costumi la Chiesa avvertiva i nuovi bisogni e più che mai i segnali d’allarme per la cristianità, soprattutto per i cattolici. Così era stato convocato un nuovo Concilio. L’aveva fatto nel ’59 quel Papa Roncalli appena salito al soglio e destinato a rimanere nella memoria popolare per la sua dolcezza, ma che invece stava gettando le basi per una rivoluzione potente quanto lo era stato il Concilio di Trento a metà del Cinquecento. L’obbiettivo, come aveva chiarito fin dalle battute iniziali, non era la proclamazione di nuovi dogmi, né la modifica della dottrina, considerata immutabile. Il fulcro stava nell’interpretazione dei “segni dei tempi” o, per dirla in due parole, nella necessità di adattare la Chiesa a quei tempi. La Chiesa insomma doveva aggiornarsi, aprirsi al mondo e ridefinire se stessa; di più, doveva scendere in un mondo travagliato da guerre e disuguaglianze, percorso da fremiti di cambiamento in ogni settore della vita pubblica e privata.
Le “sessioni” conciliari durarono dal 1962 al 1965 e furono funestate dalla morte di Giovanni XXIII, cui succedette Paolo VI, oltre che dai contrasti manifestati fin dall’inizio dalle frange più conservatrici dell’assemblea ecumenica. Attraverso estenuanti lavori e votazioni il Concilio emanò quattro “costituzioni” tra le quali, nel 1963, la Sacrosanctum Concilium concernente la riforma della liturgia. Alla base stava la convinzione che per una partecipazione “piena, attiva e comunitaria” del popolo lo stesso dovesse essere messo nelle condizioni di comprendere i riti e i significati delle funzioni religiose. Non solo, i riti avrebbero dovuto farsi meno prolissi e le letture delle Sacre Scritture (che la Controriforma aveva voluto in latino per evitare troppo libere interpretazioni) più abbondanti e scelte con attenzione. Pur non abolendo completamente il latino l’uso delle lingue nazionali era incentivato proprio per favorire il popolo, che si voleva più attivo e partecipe. I fedeli sarebbero stati invitati a rispondere con acclamazioni, canti (salmi, antifone ed altri), azioni e gesti.
Ora, novità di questo impatto non potevano modificare mentalità e comportamenti secolari dall’oggi al domani. Il passaggio fu graduale e tutt’altro che indolore. “ln Francia gli adoratori del passato sferrano un’offensiva integralista”, titolava “La Guida” raccontando delle azioni di sabotaggio di vescovi e attivisti contrari sia alle innovazioni in campo liturgico ed ecumenico, che all’audacia di certi preti troppo attivi nella società. Anche ai fedeli non fu semplice far comprendere che adesso avrebbero avuto un ruolo di coprotagonisti insieme ai sacerdoti (anche più d’uno) in un rito che avevano vissuto sempre da spettatori, guardando le spalle dei preti e ascoltando formule incomprensibili. Per mesi gli organi di stampa cattolici cercarono di spiegare che il punto era il passaggio dall’individualismo alla comunità, ma anche questo forse era un concetto difficile da trasmettere. Quella semplice parola, “preghiamo”, che sottintendeva un “noi”, rivolta dal celebrante a chi si vi si trovava di fronte aveva più significati di quanti in quel momento riuscissero a recepire.
All’avvicinarsi della prima celebrazione i giornali anticiparono tutto quel sarebbe accaduto: le formule di inizio e di congedo, gli inviti ai fedeli... Ci sarebbero stati gesti accentuati per conferire maggior rilievo e passaggi soppressi. Tutto ciò avrebbe semplificato e accorciato la celebrazione, ma, si specificava, non per accondiscendere all’impazienza di alcuni.
Arrivò infine la fatidica data. Il 7 marzo i cuneesi assistettero per la prima volta alla Messa con il nuovo rito ma l’accoglienza deluse in parte le aspettative. Tanto dipese da chi celebrava e dalla sensibilità di chi ascoltava, naturalmente, ma i nostri concittadini reagirono con scarso entusiasmo, perfino con riluttanza. Si disse che fosse fatto caratteriale e che la natura montanara non favorisse l’espressione delle emozioni, tantomeno se legate a cose religiose. “Nelle ultime settimane ci è stato detto in mille forme che fin qui non avevamo capito nulla della Messa, delle preghiere”, disse risentita una signora intervistata in un piemontese certamente più efficace nella sua versione originale. Altri, e ci pare di sentirli, cercarono qualsiasi possibile difetto. Perfino gli studenti interpellati si espressero con un “ci sono vantaggi e difetti”. Forse perché stava faticando tanto per imparare il latino a scuola, un sedicenne sostenne che l’italiano sminuisse la serietà del rito, un altro lamentava una perdita di “spontaneità”, un’altra ancora si dispiaceva che la cristianità avesse perduto l’unica lingua comune. Un ragazzo, infine, osservò che il rito aveva perso di misticismo e mistero. Insomma, sembravano proprio i giovani i più critici, mentre nessuno raccolse il sentimento dei preti, soprattutto dei più anziani, costretti a reimparare tutto daccapo e di cui si notarono soprattutto gli errori e gli impacci all’altare.
Emersero in seguito infiniti altri problemi: le traduzioni oscure dei Messali, le espressioni bibliche che ai fedeli impreparati suonavano bizzarre. I dibattiti dunque proseguirono a lungo sulla stampa cattolica e non solo, ma la strada era tracciata e quell’anno la Pasqua fu celebrata in 205 diverse lingue nazionali. Nelle chiese di Cuneo ogni cattolico praticante pregò, cantò, e rese grazie a Dio con voce alta e piena. O, almeno, si sforzò di farlo.
Nella fotografia, la pagina de La Guida che annunciava la prima Messa in lingua italiana.
Sessant’anni fa la prima Messa in lingua italiana
02 marzo 2025
Cuneo
Sessant’anni anni fa precisi, agli inizi di marzo, un terremoto stava per abbattersi sulle colonne di cattedrali e chiese barocche, sui tetti sconnessi di santuari e cappelle di campagna. Oltrepassando i portali per prender Messa, per la prima volta da che ne avevano memoria i fedeli avrebbero guardato negli occhi i preti che stavano loro di fronte e uscendo avrebbero pronunciato la frase “Rendiamo grazie a Dio”. Tra l’un momento e l’altro, dagli officianti e dai fedeli quasi ogni parola sarebbe stata pronunciata in italiano (o in una delle tante lingue del mondo): quelle dei testi delle Scritture, quelle sacre del rito dell’Eucarestia, quelle delle preghiere. Era una tale rivoluzione che forse chi non l’ha vissuta non riesce a comprendere fino in fondo. Non la generazione allevata a suon di Messe accompagnate da chitarre e Alleluja in chiave pop, men che meno le successive. Alcuni però ancora conservano il ricordo dei vespri cantati al tramonto dai banchi in penombra, un velo di tulle nero sulla testa, o dei rosari sgranati per quindici, interminabili, misteri. Mysteria dolorosa, gloriosa, luminosa. Misteri, appunto, come le parole dai significati indecifrabili che si agganciavano l’un l’altra fondendosi in una latinorum di nuovo conio. Chissà se le pie donne avessero ben chiaro quel “sicutera da ‘nprinsipi”. Ma poi partivano i cori di “paternosterchiesincielis”, di “rechiemeterna” per i morti e in quella litania mistica, cadenzata come un canto ancestrale, ci si smarriva. Per un ritaglio di tempo sottratto a giornate scandite dal lavoro ci si poteva anche abbandonare. Oggi qualcuno la chiamerebbe pratica meditativa, e certo era un colloquio intimo in cui la comprensione dei significati in fondo non era necessaria, né pretesa dai fedeli. Ai fedeli si chiedeva presenza e assiduità, non comprensione. Era così da secoli, almeno dai tempi della Controriforma, quando si erano rimesse le cose a posto dopo il sovvertimento provocato da Lutero il ribelle, e andava bene così.
E invece era tempo di cambiare. A metà del Novecento, dopo una guerra che aveva lacerato il mondo e un dopoguerra che ne stava modificando i costumi la Chiesa avvertiva i nuovi bisogni e più che mai i segnali d’allarme per la cristianità, soprattutto per i cattolici. Così era stato convocato un nuovo Concilio. L’aveva fatto nel ’59 quel Papa Roncalli appena salito al soglio e destinato a rimanere nella memoria popolare per la sua dolcezza, ma che invece stava gettando le basi per una rivoluzione potente quanto lo era stato il Concilio di Trento a metà del Cinquecento. L’obbiettivo, come aveva chiarito fin dalle battute iniziali, non era la proclamazione di nuovi dogmi, né la modifica della dottrina, considerata immutabile. Il fulcro stava nell’interpretazione dei “segni dei tempi” o, per dirla in due parole, nella necessità di adattare la Chiesa a quei tempi. La Chiesa insomma doveva aggiornarsi, aprirsi al mondo e ridefinire se stessa; di più, doveva scendere in un mondo travagliato da guerre e disuguaglianze, percorso da fremiti di cambiamento in ogni settore della vita pubblica e privata.
Le “sessioni” conciliari durarono dal 1962 al 1965 e furono funestate dalla morte di Giovanni XXIII, cui succedette Paolo VI, oltre che dai contrasti manifestati fin dall’inizio dalle frange più conservatrici dell’assemblea ecumenica. Attraverso estenuanti lavori e votazioni il Concilio emanò quattro “costituzioni” tra le quali, nel 1963, la Sacrosanctum Concilium concernente la riforma della liturgia. Alla base stava la convinzione che per una partecipazione “piena, attiva e comunitaria” del popolo lo stesso dovesse essere messo nelle condizioni di comprendere i riti e i significati delle funzioni religiose. Non solo, i riti avrebbero dovuto farsi meno prolissi e le letture delle Sacre Scritture (che la Controriforma aveva voluto in latino per evitare troppo libere interpretazioni) più abbondanti e scelte con attenzione. Pur non abolendo completamente il latino l’uso delle lingue nazionali era incentivato proprio per favorire il popolo, che si voleva più attivo e partecipe. I fedeli sarebbero stati invitati a rispondere con acclamazioni, canti (salmi, antifone ed altri), azioni e gesti.
Ora, novità di questo impatto non potevano modificare mentalità e comportamenti secolari dall’oggi al domani. Il passaggio fu graduale e tutt’altro che indolore. “ln Francia gli adoratori del passato sferrano un’offensiva integralista”, titolava “La Guida” raccontando delle azioni di sabotaggio di vescovi e attivisti contrari sia alle innovazioni in campo liturgico ed ecumenico, che all’audacia di certi preti troppo attivi nella società. Anche ai fedeli non fu semplice far comprendere che adesso avrebbero avuto un ruolo di coprotagonisti insieme ai sacerdoti (anche più d’uno) in un rito che avevano vissuto sempre da spettatori, guardando le spalle dei preti e ascoltando formule incomprensibili. Per mesi gli organi di stampa cattolici cercarono di spiegare che il punto era il passaggio dall’individualismo alla comunità, ma anche questo forse era un concetto difficile da trasmettere. Quella semplice parola, “preghiamo”, che sottintendeva un “noi”, rivolta dal celebrante a chi si vi si trovava di fronte aveva più significati di quanti in quel momento riuscissero a recepire.
All’avvicinarsi della prima celebrazione i giornali anticiparono tutto quel sarebbe accaduto: le formule di inizio e di congedo, gli inviti ai fedeli... Ci sarebbero stati gesti accentuati per conferire maggior rilievo e passaggi soppressi. Tutto ciò avrebbe semplificato e accorciato la celebrazione, ma, si specificava, non per accondiscendere all’impazienza di alcuni.
Arrivò infine la fatidica data. Il 7 marzo i cuneesi assistettero per la prima volta alla Messa con il nuovo rito ma l’accoglienza deluse in parte le aspettative. Tanto dipese da chi celebrava e dalla sensibilità di chi ascoltava, naturalmente, ma i nostri concittadini reagirono con scarso entusiasmo, perfino con riluttanza. Si disse che fosse fatto caratteriale e che la natura montanara non favorisse l’espressione delle emozioni, tantomeno se legate a cose religiose. “Nelle ultime settimane ci è stato detto in mille forme che fin qui non avevamo capito nulla della Messa, delle preghiere”, disse risentita una signora intervistata in un piemontese certamente più efficace nella sua versione originale. Altri, e ci pare di sentirli, cercarono qualsiasi possibile difetto. Perfino gli studenti interpellati si espressero con un “ci sono vantaggi e difetti”. Forse perché stava faticando tanto per imparare il latino a scuola, un sedicenne sostenne che l’italiano sminuisse la serietà del rito, un altro lamentava una perdita di “spontaneità”, un’altra ancora si dispiaceva che la cristianità avesse perduto l’unica lingua comune. Un ragazzo, infine, osservò che il rito aveva perso di misticismo e mistero. Insomma, sembravano proprio i giovani i più critici, mentre nessuno raccolse il sentimento dei preti, soprattutto dei più anziani, costretti a reimparare tutto daccapo e di cui si notarono soprattutto gli errori e gli impacci all’altare.
Emersero in seguito infiniti altri problemi: le traduzioni oscure dei Messali, le espressioni bibliche che ai fedeli impreparati suonavano bizzarre. I dibattiti dunque proseguirono a lungo sulla stampa cattolica e non solo, ma la strada era tracciata e quell’anno la Pasqua fu celebrata in 205 diverse lingue nazionali. Nelle chiese di Cuneo ogni cattolico praticante pregò, cantò, e rese grazie a Dio con voce alta e piena. O, almeno, si sforzò di farlo.
Nella fotografia, la pagina de La Guida che annunciava la prima Messa in lingua italiana.