“Non ci è dato conoscere quei rari momenti in cui le persone si aprono e il minimo tocco può indebolirle o guarirle per sempre”. Nell’ultima pagina di uno dei suoi scritti minori (un racconto dal titolo “Il più presuntuoso”), Francis Scott Fitzgerald commenta in questo modo un particolare passaggio nell’amicizia tra due giovani protagonisti, inconsapevoli di vivere proprio uno di quei cruciali momenti.
Senza voler drammatizzare troppo e senza voler caricare di ansie e responsabilità ogni attimo della vita, pare incontestabile che, effettivamente, i giorni, le circostanze, gli attimi, non siano uguali tra loro. In tempi di urla, contrapposizioni e di continua rincorsa a innumerevoli “treni che passano una volta sola”, non sempre si ha presente che, per cogliere quegli attimi, occorrono tempo, vicinanza, pazienza e capacità di ascolto, anche di parole che non vengono dette.
La foga del “carpe diem”, per dirla in altri termini, rischia di far dimenticare che non tutti i “dies” meritano di essere afferrati e che, quando si ha a che fare con il mondo delle relazioni, l’attesa del momento in cui si apre lo spiraglio può essere lunga e richiede silenzio.
L’iper-reattività che portano con sé i “click day”, i bandi legati al PNRR o i pagamenti istantanei, mal si concilia con la dimensione relazionale, che rischia, sempre più, di adeguarsi a tempi e modi dettati da modelli sociali ed economici talvolta disumanizzati e disumanizzanti.
C’è stato un tempo in cui gli esperti di marketing e di logistica delle vendite suggerivano ai supermercati e agli ipermercati di disporre la frutta e la verdura non in corsie, ma in uno spazio più ampio, in modo da richiamare quello di un mercato tradizionale. Ancora oggi, la zona con la frutta e la verdura fresca è organizzata in questo modo; l’effetto è anche quello di consentire, alle persone che si incontrano al supermercato, di salutarsi con calma e di scambiare le proverbiali quattro chiacchiere. In questi ambienti, i carrelli si fermano più volentieri, proprio come ci di ferma nelle piazzette dei mercati rionali e cittadini.
In un certo modo di intendere il commercio, invece, tutto pare orientato a isolare le persone, che vengono spinte verso consumi e comportamenti di spesa sempre più individuali e individualisti. I black Friday, le offerte a tempo, gli sconti “a te riservati ma affrettati perché, tra poco, anche altri potranno approfittarne” annullano la dimensione relazionale dello scambio economico e ne depotenziano, significativamente, quella sociale. Apparentemente, la quotidianità delle operazioni economiche non ha nulla a che vedere con le profondità dei momenti ai quali si riferisce Scott Fitzgerald. In realtà, le dimensioni sociale e relazionale hanno una valenza che supera la finalità delle attività che in esse si realizzano e devono essere salvaguardate, perché definiscono il contesto nel quale le persone si esprimono e si abituano a esprimersi. Una realtà economica spersonalizzata e disumanizzata sarà causa di un impoverimento dei rapporti umani considerati nel loro complesso e contribuirà ad alimentare una disabitudine alla relazione e all’ascolto, che avrà effetti anche in altre situazioni, ben più profonde. L’individualismo e l’incapacità di ascolto e di empatia, una volta che si diffondono e si affermano, non possono essere isolati e confinati in un solo aspetto della nostra vita, perché diventano modi di vivere che incidono anche sul nostro modo di pensare.
Sarebbe ingenuo e fuorviante ritenere che chi va al mercato il martedì o frequenta i negozi di prossimità lo faccia solo per comprare, perché si tratta di una abitudine (ma, sarebbe meglio dire, di un rito) che viene condivisa con altre persone che, in sé, implica l’apertura a contatti sociali e a momenti condivisi, secondo ritmi scanditi in una dimensione umana.
La sensibilità letteraria di Scott Fitzgerald è altra cosa rispetto al consueto “giro al mercato” del martedì o alle compere nei negozi sotto casa ma, senza dubbio, quel giro al mercato e quelle uscite sotto casa sono più funzionali a cogliere quei rari momenti narrati dallo scrittore americano di quanto, forse, non si possa immaginare.
Purtroppo, pare che il senso di umanità si possa perdere anche per disabitudine ai rapporti umani. È bene, dunque, custodire anche quei momenti, apparentemente insignificanti, che si alimentano di prossimità.
editoriale
“Non ci è dato conoscere quei rari momenti in cui le persone si aprono e il minimo tocco può indebolirle o guarirle per sempre”. Nell’ultima pagina di uno dei suoi scritti minori (un racconto dal titolo “Il più presuntuoso”), Francis Scott Fitzgerald commenta in questo modo un particolare passaggio nell’amicizia tra due giovani protagonisti, inconsapevoli di vivere proprio uno di quei cruciali momenti.
Senza voler drammatizzare troppo e senza voler caricare di ansie e responsabilità ogni attimo della vita, pare incontestabile che, effettivamente, i giorni, le circostanze, gli attimi, non siano uguali tra loro. In tempi di urla, contrapposizioni e di continua rincorsa a innumerevoli “treni che passano una volta sola”, non sempre si ha presente che, per cogliere quegli attimi, occorrono tempo, vicinanza, pazienza e capacità di ascolto, anche di parole che non vengono dette.
La foga del “carpe diem”, per dirla in altri termini, rischia di far dimenticare che non tutti i “dies” meritano di essere afferrati e che, quando si ha a che fare con il mondo delle relazioni, l’attesa del momento in cui si apre lo spiraglio può essere lunga e richiede silenzio.
L’iper-reattività che portano con sé i “click day”, i bandi legati al PNRR o i pagamenti istantanei, mal si concilia con la dimensione relazionale, che rischia, sempre più, di adeguarsi a tempi e modi dettati da modelli sociali ed economici talvolta disumanizzati e disumanizzanti.
C’è stato un tempo in cui gli esperti di marketing e di logistica delle vendite suggerivano ai supermercati e agli ipermercati di disporre la frutta e la verdura non in corsie, ma in uno spazio più ampio, in modo da richiamare quello di un mercato tradizionale. Ancora oggi, la zona con la frutta e la verdura fresca è organizzata in questo modo; l’effetto è anche quello di consentire, alle persone che si incontrano al supermercato, di salutarsi con calma e di scambiare le proverbiali quattro chiacchiere. In questi ambienti, i carrelli si fermano più volentieri, proprio come ci di ferma nelle piazzette dei mercati rionali e cittadini.
In un certo modo di intendere il commercio, invece, tutto pare orientato a isolare le persone, che vengono spinte verso consumi e comportamenti di spesa sempre più individuali e individualisti. I black Friday, le offerte a tempo, gli sconti “a te riservati ma affrettati perché, tra poco, anche altri potranno approfittarne” annullano la dimensione relazionale dello scambio economico e ne depotenziano, significativamente, quella sociale. Apparentemente, la quotidianità delle operazioni economiche non ha nulla a che vedere con le profondità dei momenti ai quali si riferisce Scott Fitzgerald. In realtà, le dimensioni sociale e relazionale hanno una valenza che supera la finalità delle attività che in esse si realizzano e devono essere salvaguardate, perché definiscono il contesto nel quale le persone si esprimono e si abituano a esprimersi. Una realtà economica spersonalizzata e disumanizzata sarà causa di un impoverimento dei rapporti umani considerati nel loro complesso e contribuirà ad alimentare una disabitudine alla relazione e all’ascolto, che avrà effetti anche in altre situazioni, ben più profonde. L’individualismo e l’incapacità di ascolto e di empatia, una volta che si diffondono e si affermano, non possono essere isolati e confinati in un solo aspetto della nostra vita, perché diventano modi di vivere che incidono anche sul nostro modo di pensare.
Sarebbe ingenuo e fuorviante ritenere che chi va al mercato il martedì o frequenta i negozi di prossimità lo faccia solo per comprare, perché si tratta di una abitudine (ma, sarebbe meglio dire, di un rito) che viene condivisa con altre persone che, in sé, implica l’apertura a contatti sociali e a momenti condivisi, secondo ritmi scanditi in una dimensione umana.
La sensibilità letteraria di Scott Fitzgerald è altra cosa rispetto al consueto “giro al mercato” del martedì o alle compere nei negozi sotto casa ma, senza dubbio, quel giro al mercato e quelle uscite sotto casa sono più funzionali a cogliere quei rari momenti narrati dallo scrittore americano di quanto, forse, non si possa immaginare.
Purtroppo, pare che il senso di umanità si possa perdere anche per disabitudine ai rapporti umani. È bene, dunque, custodire anche quei momenti, apparentemente insignificanti, che si alimentano di prossimità.
Al mercato del martedì o nei negozi si va per comprare, ma anche per incontrare
02 marzo 2025
Cuneo
“Non ci è dato conoscere quei rari momenti in cui le persone si aprono e il minimo tocco può indebolirle o guarirle per sempre”. Nell’ultima pagina di uno dei suoi scritti minori (un racconto dal titolo “Il più presuntuoso”), Francis Scott Fitzgerald commenta in questo modo un particolare passaggio nell’amicizia tra due giovani protagonisti, inconsapevoli di vivere proprio uno di quei cruciali momenti.
Senza voler drammatizzare troppo e senza voler caricare di ansie e responsabilità ogni attimo della vita, pare incontestabile che, effettivamente, i giorni, le circostanze, gli attimi, non siano uguali tra loro. In tempi di urla, contrapposizioni e di continua rincorsa a innumerevoli “treni che passano una volta sola”, non sempre si ha presente che, per cogliere quegli attimi, occorrono tempo, vicinanza, pazienza e capacità di ascolto, anche di parole che non vengono dette.
La foga del “carpe diem”, per dirla in altri termini, rischia di far dimenticare che non tutti i “dies” meritano di essere afferrati e che, quando si ha a che fare con il mondo delle relazioni, l’attesa del momento in cui si apre lo spiraglio può essere lunga e richiede silenzio.
L’iper-reattività che portano con sé i “click day”, i bandi legati al PNRR o i pagamenti istantanei, mal si concilia con la dimensione relazionale, che rischia, sempre più, di adeguarsi a tempi e modi dettati da modelli sociali ed economici talvolta disumanizzati e disumanizzanti.
C’è stato un tempo in cui gli esperti di marketing e di logistica delle vendite suggerivano ai supermercati e agli ipermercati di disporre la frutta e la verdura non in corsie, ma in uno spazio più ampio, in modo da richiamare quello di un mercato tradizionale. Ancora oggi, la zona con la frutta e la verdura fresca è organizzata in questo modo; l’effetto è anche quello di consentire, alle persone che si incontrano al supermercato, di salutarsi con calma e di scambiare le proverbiali quattro chiacchiere. In questi ambienti, i carrelli si fermano più volentieri, proprio come ci di ferma nelle piazzette dei mercati rionali e cittadini.
In un certo modo di intendere il commercio, invece, tutto pare orientato a isolare le persone, che vengono spinte verso consumi e comportamenti di spesa sempre più individuali e individualisti. I black Friday, le offerte a tempo, gli sconti “a te riservati ma affrettati perché, tra poco, anche altri potranno approfittarne” annullano la dimensione relazionale dello scambio economico e ne depotenziano, significativamente, quella sociale. Apparentemente, la quotidianità delle operazioni economiche non ha nulla a che vedere con le profondità dei momenti ai quali si riferisce Scott Fitzgerald. In realtà, le dimensioni sociale e relazionale hanno una valenza che supera la finalità delle attività che in esse si realizzano e devono essere salvaguardate, perché definiscono il contesto nel quale le persone si esprimono e si abituano a esprimersi. Una realtà economica spersonalizzata e disumanizzata sarà causa di un impoverimento dei rapporti umani considerati nel loro complesso e contribuirà ad alimentare una disabitudine alla relazione e all’ascolto, che avrà effetti anche in altre situazioni, ben più profonde. L’individualismo e l’incapacità di ascolto e di empatia, una volta che si diffondono e si affermano, non possono essere isolati e confinati in un solo aspetto della nostra vita, perché diventano modi di vivere che incidono anche sul nostro modo di pensare.
Sarebbe ingenuo e fuorviante ritenere che chi va al mercato il martedì o frequenta i negozi di prossimità lo faccia solo per comprare, perché si tratta di una abitudine (ma, sarebbe meglio dire, di un rito) che viene condivisa con altre persone che, in sé, implica l’apertura a contatti sociali e a momenti condivisi, secondo ritmi scanditi in una dimensione umana.
La sensibilità letteraria di Scott Fitzgerald è altra cosa rispetto al consueto “giro al mercato” del martedì o alle compere nei negozi sotto casa ma, senza dubbio, quel giro al mercato e quelle uscite sotto casa sono più funzionali a cogliere quei rari momenti narrati dallo scrittore americano di quanto, forse, non si possa immaginare.
Purtroppo, pare che il senso di umanità si possa perdere anche per disabitudine ai rapporti umani. È bene, dunque, custodire anche quei momenti, apparentemente insignificanti, che si alimentano di prossimità.