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La visione finale della storia non segnerà la vittoria violenta di Dio, ma la fine della violenza

23 febbraio 2025

Cuneo

Gli ultimi tre anni sono stati segnati da due conflitti che ci hanno coinvolti particolarmente (altre guerre feroci, come quella in Sudan, non riescono a far parlare di sé) e che ci hanno costretto di nuovo a riflettere su quale pace auspichiamo e a che prezzo. Di fronte all’aggressione di un violento, fino a che punto intervenire per bloccarlo? Spesso in questi dibattiti chi si riconosce nella tradizione cristiana prova anche a ricorrere alla Bibbia per argomentare le proprie posizioni. E qui, come al solito, si trova davanti a un discreto disordine.  Per quanto riguarda il Primo Testamento, potremmo però identificare almeno tre filoni. Un primo è quello più diffuso e che maggiormente ci scandalizza, quello che vede Dio prendere posizione accanto all’esercito giudeo e condurlo alla vittoria; un Dio guerriero, “Signore degli eserciti”, orgoglioso di difendere i suoi nella guerra. Cogliamo qui quanto la Bibbia stessa sia una parola incarnata, che entra dentro le culture e le vite delle persone, perdendone in purezza, forse, ma di certo guadagnandone in concretezza. Nella vita del Vicino Oriente antico, segnata dalle guerre, un sostegno è innanzi tutto chi mi salva dai nemici. E c’è chi si appella a questo filone per giustificare una presenza attiva o addirittura violenta nelle dispute della storia. È tuttavia percepibile un secondo filone, meno attestato ma molto più meditato (succede anche a noi: le nostre verità più autentiche e profonde, su cui riflettiamo di più, le confidiamo a pochi). È quello rappresentato da un Geremia che invita gli esiliati a cercare il bene di Babilonia e comprare beni e case nella regione di esilio; le vicende di Raab e dei gabaoniti, ossia di una famiglia e una popolazione che vengono inseriti nel popolo ebraico nonostante nei libri che ne parlano si insista sullo sterminio degli stranieri; in quegli stessi libri, l’ammissione che molti cananei restano nel paese. C’è insomma la percezione che sia volontà divina accogliere e integrare i diversi, lasciarsi integrare ed accogliere dai vincitori... In genere, non impostare come contrapposizione il rapporto con gli altri. Le posizioni pacifiste trovano qui facilmente conferma alle proprie impostazioni. E compare poi un terzo filone, nei profeti più sognanti, che immaginano che le divisioni tra popoli semplicemente non esistano più. Anticipano un futuro che in fondo è la visione di un regno divino sulla terra che nella storia non si è mai dato ma che in qualche modo è promesso alla fine della storia. Come a dire che quando Dio parlerà, non sterminerà i suoi nemici, ma li accoglierà nella sua città. La visione finale della storia, come sognata dai profeti, non segnerà la vittoria violenta di Dio, ma la fine della violenza. Ma questo direbbe anche che questo esito di una pace piena non è frutto dell’impegno umano, ma è un dono che scende dal cielo. In questo filone, in fondo, si inserisce anche Gesù, che in realtà non prende posizione sulla pace o sulla guerra. Certo, in un contesto politico in cui i Romani erano la grande potenza spaventosa e oppressiva (non era sempre così, ma così gli ebrei li coglievano, almeno in Giudea), Gesù invita a pagare le tasse; in un ambiente in cui essere profondamente religiosi significava contrapporsi al potere politico, Gesù sembra disinteressarsi della grande politica. Ma in ogni suo atteggiamento si mostra conciliante, pronto a mettere al centro la vita delle persone, mai duro e intollerante. Invita tuttavia a non opporsi al malvagio, a porgere l’altra guancia. Questi sono però inviti che sembrano rivolgersi solo al singolo direttamente perseguitato, non indicano come comportarsi quando a soffrire è un intero popolo e quando a essere oppressi non siamo noi ma altri. Gesù parrebbe non averci mai pensato, non essersi posto il problema di come intervenire nella storia.  In effetti, non sono soltanto alcune sue parabole e insegnamenti, ma tutta la sua vita a suggerire che il Padre vuole lasciare la storia libera di agire, e per questo non interviene, non castiga i malvagi, rimanda la selezione della zizzania a quando la storia sarà finita. Parrebbe quasi che Gesù mostri un Dio disinteressato di fronte alle grandi vicende e dilemmi umani. Nella dinamica dei vangeli e della vita di Gesù, però, un indizio lo si coglie. Quando Dio entra nella storia e trova le croci su cui sono massacrati gli esseri umani, non le cancella, non le abbatte, non le toglie. Ma ci sale sopra anche lui. Non è un Dio neutrale di fronte alle sofferenze umane, pur lasciandoci liberi di cogliere quale forma di lotta contro le ingiustizie sia la più opportuna, volta per volta. Sembra un Padre che si fida tanto degli uomini da non lasciarci solo liberi, ma da affidarci in fondo la gestione della storia.
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