editoriale

L’intelligenza artificiale per schedare e controllare le persone, immigrati e intere popolazioni “sgradite”

16 febbraio 2025

Cuneo

intelligenza artificiale-1 Tra le immagini che hanno connotato gli esordi della seconda presidenza Trump, quelle che ritraggono i migranti, ammanettati, che vengono imbarcati su un aereo militare sono destinate a essere ricordate. Al di là dell’impatto emotivo suscitato, lo spiegamento di forze, quasi ostentato, per deportare gli immigrati è imponente, e non da oggi. Secondo quanto riferito dal New York Times, dal 2020, gli Stati Uniti hanno speso circa 7,8 miliardi di dollari in tecnologie per fronteggiare l’immigrazione. Fino a oggi, la spinta più importante in questa direzione è arrivata durante la Presidenza Biden ma, se il “buon” giorno (o quello pessimo, a seconda di come la si pensi) si vede dal mattino, allora è lecito aspettarsi una ulteriore accelerazione dell’impiego dell’intelligenza artificiale per scopi come il riconoscimento facciale, la stima della pericolosità sociale dei migranti o la schedatura della popolazione (residenti inclusi) attraverso indagini e ricerche nei profili social. Anche l’Unione Europea, che pure è decisamente più cauta nell’adozione di modelli di intelligenza artificiale per schedare le persone e adottare provvedimenti sulla base di procedure automatizzate, ha varato normative che, sebbene ragionevoli nel loro complesso, non sono del tutto impermeabili a tentazioni tecnocratiche. Il Regolamento comunitario 1689 del 2024 sull’intelligenza artificiale, infatti, non esclude, seppure sottoponendolo ad alcune cautele, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per il controllo di flussi migratori. Come fatto notare dagli organi di stampa specializzati, in alcuni Stati del mondo, le stesse tecnologie, vengono anche usate per impedire (come gli Uiguri in Cina) l’abbandono di determinate aree geografiche. Comunque la si pensi sul tema dell’immigrazione, e ferma restando l’incontestabilità del diritto di uno Stato di proteggere i propri confini e di regolamentare l’accesso al proprio territorio, fa un certo effetto apprendere che i destini di queste persone vengano affidati alle macchine e a chi quelle macchine produce e controlla. C’è chi sostiene che siamo in una fase della storia dell’umanità connotata dallo strapotere di oligarchie tecnologiche; una specie di tecnocrazia all’ennesima potenza che raggiunge i vertici del potere e non è intenzionata a lasciarlo. La speranza è che si tratti di una lettura eccessivamente pessimistica anche se, a dire il vero, la costante presenza di Elon Musk accanto al Presidente Trump non rassicura. Sull’impiego massiccio della tecnologia per il controllo dei flussi migratori, in ogni caso, alcune considerazioni paiono necessarie. La prima è che, ribadita la legittimità, in sé, del governo del territorio e dell’uso della tecnologia a tal fine, la storia umana è fatta di migrazioni. L’idea di impedire lo spostamento di intere popolazioni pare, dunque, antistorica e fa un certo effetto constatare che il progresso tecnologico non sembri essere accompagnato da una adeguata comprensione della storia. Oramai, avremmo dovuto capire che i muri non funzionano e che creano più problemi di quanti non possano risolverne. Questo, con ogni probabilità, vale e varrà anche per i muri e per le barriere digitali. La seconda riflessione riguarda il notevole sforzo finanziario sostenuto per arginare i flussi migratori e, impedire l’ingresso di chi è straniero. La domanda che è lecito porre è se qualcuno abbia valutato quali sarebbero stati gli effetti di un investimento, anche solo di una parte dei 7,8 miliardi di dollari, in politiche di pace, sviluppo e integrazione. Investire in tecnologia anziché sostenere processi di giustizia potrebbe non essere una scelta molto lungimirante. Infine, il pensiero non può che andare alla dignità umana, dei migranti e quindi di ognuno. Quando si supera un certo limite, infatti, è illusorio e pericoloso credere che il superamento possa riguardare solo alcuni e non tutti. Lasciare che la tecnologia decida chi può essere accolto e chi non merita di esserlo, rappresenta un passaggio politico e culturale delicatissimo, che può aprire le porte, ad esempio, a decisioni sulle diagnosi prenatali, sul fine vita, sul diritto allo studio, sul diritto alle cure, sulla meritevolezza di un prestito. Le sorti di chi bussa alle nostre porte in cerca di una vita dignitosa e il futuro nostro e dei nostri figli sono molo più legati di quanto non ci piacerebbe credere.  
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