(foto Pixabay)
“Bisognerebbe chiuderli in gattabuia e buttare via la chiave”. È una frase che abbiamo sentito, di fronte ad alcuni reati più efferati, ed è una reazione comprensibile, che può essere suscitata da mancanza totale di empatia, dalla percezione che ci sono limiti oltre i quali l’umanità anche più disonesta dovrebbe fermarsi, e che quei limiti sono stati superati. Quasi sempre, a freddo, riconosciamo che la nostra reazione è stata eccessiva, che l’obiettivo della pena dovrebbe essere di riconoscere la colpa e tornare nella società civile. Un esempio in più, però, può forse aiutarci.
Non sono pochi gli episodi biblici che potrebbero suggerirci una maggiore moderazione e un approccio più equilibrato, ma tra questi un (famoso) evento della vita di Gesù può essere ancora più prezioso.
Per una volta, possiamo non dilungarci sullo sfondo dell’episodio, che ci viene riferito dall’evangelista Giovanni (al capitolo 8) ma che sembra essere finito in quel Vangelo per caso.
Ad ogni modo, ci viene detto che Gesù sta seduto a insegnare nel tempio quando gli portano una donna, colta sul fatto mentre era a letto con un uomo che non era suo marito.
Nel nostro mondo un caso del genere causerebbe probabilmente una serie molto varia di reazioni. Per qualcuno la libertà anche sessuale è sacrosanta, superiore agli altri diritti; per altri, comunque si sarebbe trattato di una grave violazione della fiducia; di certo, lo sappiamo, c’è anche chi ragiona ancora in termini di possesso e proprietà. Nel mondo di Gesù, però, le libertà erano molto minori di quelle di oggi, e di certo quelle delle donne erano limitatissime. In più, il sesso non era vissuto come luogo del piacere, ma del dominio (maschile) e della riproduzione. Inoltre, nella tradizione ebraica le dinamiche di coppia erano diventate simbolo del rapporto tra Dio e l’uomo, quindi violarle era un po’ come bestemmiare.
Per tutte queste ragioni, la legge era molto chiara: se non c’erano dubbi sull’adulterio, la pena era la morte. Di per sé anche per l’uomo, che però qui non vediamo. Evidentemente, non interessava, perché a chi porta la donna davanti a Gesù in effetti non interessa neanche della donna, ma di mettere in imbarazzo questo rabbì che pareva essere molto buono verso le donne e che qui era costretto o a mandare in crisi un’intera società, contestando la legge religiosa, oppure ad abbandonare l’adultera al suo destino. (Non siamo neanche sicuri che davvero, in quei tempi, si potesse ancora condannare a morte per adulterio, ma ai dottori della legge interessa complicare la vita a Gesù).
E lui, il rabbì, sembra disinteressato. Scrive per terra, l’unica volta nei Vangeli in cui troviamo Gesù intento a scrivere. Alla fine, quasi scocciato, alza lo sguardo per una sola frase: «Chi è senza peccato, getti per primo la pietra» (Gv 8,7). E ricomincia a scrivere. Non chiede che sia solo chi è senza peccato a condannarla: ne basta uno, che inizi. E però quell’uno non si trova. Anzi, i primi a rinunciare, cioè a sapere che senza peccato non c’è nessuno, sono i più anziani, che possono aver conosciuto meglio l’umanità e avrebbero avuto il tempo di perfezionarsi. Il messaggio sarebbe già chiaro: non giudicare gli altri, e in maniera definitiva, se non sei perfetto.
Ma il racconto non è finito. Quando sono rimasti solo Gesù e la donna, il maestro alza di nuovo lo sguardo: «Dove sono andati?» (v. 10). Il lettore del Vangelo sa che una persona senza peccato, lì, c’è. Che cosa farà? «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (v. 11).
Una delle obiezioni che sembrano più serie, nei confronti dei troppo clementi, è che così si perde la serietà del peccato. Gesù non pare perderla: ciò che la donna ha fatto è un peccato, e non va ripetuto. Punto, non si discute. Nello stesso tempo, quanto fatto non è un motivo per non vivere più. Colui che poteva condannarla non l’ha fatto.
Che è poi l’antica saggezza cristiana, che dice di condannare il peccato e non il peccatore. Ma a volte lo si dimentica.
editoriale
(foto Pixabay)
“Bisognerebbe chiuderli in gattabuia e buttare via la chiave”. È una frase che abbiamo sentito, di fronte ad alcuni reati più efferati, ed è una reazione comprensibile, che può essere suscitata da mancanza totale di empatia, dalla percezione che ci sono limiti oltre i quali l’umanità anche più disonesta dovrebbe fermarsi, e che quei limiti sono stati superati. Quasi sempre, a freddo, riconosciamo che la nostra reazione è stata eccessiva, che l’obiettivo della pena dovrebbe essere di riconoscere la colpa e tornare nella società civile. Un esempio in più, però, può forse aiutarci.
Non sono pochi gli episodi biblici che potrebbero suggerirci una maggiore moderazione e un approccio più equilibrato, ma tra questi un (famoso) evento della vita di Gesù può essere ancora più prezioso.
Per una volta, possiamo non dilungarci sullo sfondo dell’episodio, che ci viene riferito dall’evangelista Giovanni (al capitolo 8) ma che sembra essere finito in quel Vangelo per caso.
Ad ogni modo, ci viene detto che Gesù sta seduto a insegnare nel tempio quando gli portano una donna, colta sul fatto mentre era a letto con un uomo che non era suo marito.
Nel nostro mondo un caso del genere causerebbe probabilmente una serie molto varia di reazioni. Per qualcuno la libertà anche sessuale è sacrosanta, superiore agli altri diritti; per altri, comunque si sarebbe trattato di una grave violazione della fiducia; di certo, lo sappiamo, c’è anche chi ragiona ancora in termini di possesso e proprietà. Nel mondo di Gesù, però, le libertà erano molto minori di quelle di oggi, e di certo quelle delle donne erano limitatissime. In più, il sesso non era vissuto come luogo del piacere, ma del dominio (maschile) e della riproduzione. Inoltre, nella tradizione ebraica le dinamiche di coppia erano diventate simbolo del rapporto tra Dio e l’uomo, quindi violarle era un po’ come bestemmiare.
Per tutte queste ragioni, la legge era molto chiara: se non c’erano dubbi sull’adulterio, la pena era la morte. Di per sé anche per l’uomo, che però qui non vediamo. Evidentemente, non interessava, perché a chi porta la donna davanti a Gesù in effetti non interessa neanche della donna, ma di mettere in imbarazzo questo rabbì che pareva essere molto buono verso le donne e che qui era costretto o a mandare in crisi un’intera società, contestando la legge religiosa, oppure ad abbandonare l’adultera al suo destino. (Non siamo neanche sicuri che davvero, in quei tempi, si potesse ancora condannare a morte per adulterio, ma ai dottori della legge interessa complicare la vita a Gesù).
E lui, il rabbì, sembra disinteressato. Scrive per terra, l’unica volta nei Vangeli in cui troviamo Gesù intento a scrivere. Alla fine, quasi scocciato, alza lo sguardo per una sola frase: «Chi è senza peccato, getti per primo la pietra» (Gv 8,7). E ricomincia a scrivere. Non chiede che sia solo chi è senza peccato a condannarla: ne basta uno, che inizi. E però quell’uno non si trova. Anzi, i primi a rinunciare, cioè a sapere che senza peccato non c’è nessuno, sono i più anziani, che possono aver conosciuto meglio l’umanità e avrebbero avuto il tempo di perfezionarsi. Il messaggio sarebbe già chiaro: non giudicare gli altri, e in maniera definitiva, se non sei perfetto.
Ma il racconto non è finito. Quando sono rimasti solo Gesù e la donna, il maestro alza di nuovo lo sguardo: «Dove sono andati?» (v. 10). Il lettore del Vangelo sa che una persona senza peccato, lì, c’è. Che cosa farà? «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (v. 11).
Una delle obiezioni che sembrano più serie, nei confronti dei troppo clementi, è che così si perde la serietà del peccato. Gesù non pare perderla: ciò che la donna ha fatto è un peccato, e non va ripetuto. Punto, non si discute. Nello stesso tempo, quanto fatto non è un motivo per non vivere più. Colui che poteva condannarla non l’ha fatto.
Che è poi l’antica saggezza cristiana, che dice di condannare il peccato e non il peccatore. Ma a volte lo si dimentica.
Chiuderli in gattabuia e buttare la chiave? “Chi è senza peccato, getti per primo la pietra”
16 febbraio 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
“Bisognerebbe chiuderli in gattabuia e buttare via la chiave”. È una frase che abbiamo sentito, di fronte ad alcuni reati più efferati, ed è una reazione comprensibile, che può essere suscitata da mancanza totale di empatia, dalla percezione che ci sono limiti oltre i quali l’umanità anche più disonesta dovrebbe fermarsi, e che quei limiti sono stati superati. Quasi sempre, a freddo, riconosciamo che la nostra reazione è stata eccessiva, che l’obiettivo della pena dovrebbe essere di riconoscere la colpa e tornare nella società civile. Un esempio in più, però, può forse aiutarci.
Non sono pochi gli episodi biblici che potrebbero suggerirci una maggiore moderazione e un approccio più equilibrato, ma tra questi un (famoso) evento della vita di Gesù può essere ancora più prezioso.
Per una volta, possiamo non dilungarci sullo sfondo dell’episodio, che ci viene riferito dall’evangelista Giovanni (al capitolo 8) ma che sembra essere finito in quel Vangelo per caso.
Ad ogni modo, ci viene detto che Gesù sta seduto a insegnare nel tempio quando gli portano una donna, colta sul fatto mentre era a letto con un uomo che non era suo marito.
Nel nostro mondo un caso del genere causerebbe probabilmente una serie molto varia di reazioni. Per qualcuno la libertà anche sessuale è sacrosanta, superiore agli altri diritti; per altri, comunque si sarebbe trattato di una grave violazione della fiducia; di certo, lo sappiamo, c’è anche chi ragiona ancora in termini di possesso e proprietà. Nel mondo di Gesù, però, le libertà erano molto minori di quelle di oggi, e di certo quelle delle donne erano limitatissime. In più, il sesso non era vissuto come luogo del piacere, ma del dominio (maschile) e della riproduzione. Inoltre, nella tradizione ebraica le dinamiche di coppia erano diventate simbolo del rapporto tra Dio e l’uomo, quindi violarle era un po’ come bestemmiare.
Per tutte queste ragioni, la legge era molto chiara: se non c’erano dubbi sull’adulterio, la pena era la morte. Di per sé anche per l’uomo, che però qui non vediamo. Evidentemente, non interessava, perché a chi porta la donna davanti a Gesù in effetti non interessa neanche della donna, ma di mettere in imbarazzo questo rabbì che pareva essere molto buono verso le donne e che qui era costretto o a mandare in crisi un’intera società, contestando la legge religiosa, oppure ad abbandonare l’adultera al suo destino. (Non siamo neanche sicuri che davvero, in quei tempi, si potesse ancora condannare a morte per adulterio, ma ai dottori della legge interessa complicare la vita a Gesù).
E lui, il rabbì, sembra disinteressato. Scrive per terra, l’unica volta nei Vangeli in cui troviamo Gesù intento a scrivere. Alla fine, quasi scocciato, alza lo sguardo per una sola frase: «Chi è senza peccato, getti per primo la pietra» (Gv 8,7). E ricomincia a scrivere. Non chiede che sia solo chi è senza peccato a condannarla: ne basta uno, che inizi. E però quell’uno non si trova. Anzi, i primi a rinunciare, cioè a sapere che senza peccato non c’è nessuno, sono i più anziani, che possono aver conosciuto meglio l’umanità e avrebbero avuto il tempo di perfezionarsi. Il messaggio sarebbe già chiaro: non giudicare gli altri, e in maniera definitiva, se non sei perfetto.
Ma il racconto non è finito. Quando sono rimasti solo Gesù e la donna, il maestro alza di nuovo lo sguardo: «Dove sono andati?» (v. 10). Il lettore del Vangelo sa che una persona senza peccato, lì, c’è. Che cosa farà? «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (v. 11).
Una delle obiezioni che sembrano più serie, nei confronti dei troppo clementi, è che così si perde la serietà del peccato. Gesù non pare perderla: ciò che la donna ha fatto è un peccato, e non va ripetuto. Punto, non si discute. Nello stesso tempo, quanto fatto non è un motivo per non vivere più. Colui che poteva condannarla non l’ha fatto.
Che è poi l’antica saggezza cristiana, che dice di condannare il peccato e non il peccatore. Ma a volte lo si dimentica.