foto SIR/Marco Calvarese
Tradizionalisti, innovatori. Non c’è stato probabilmente un tempo nella Chiesa in cui le due sensibilità non si trovassero a scontrarsi. Da una parte gli uni accusano gli altri di voler cambiare troppe cose, di perdere le tradizioni autentiche, di essere presuntuosi e irrispettosi. Dall’altra l’accusa è di essere retrogradi, di legarsi a superstizioni più che alla vera fede, di essere a prescindere contro tutto ciò che coinvolge anche la razionalità. Chi ha ragione?
Ci può consolare scoprire che questo scontro non è recente, ma è sostanzialmente nato con la chiesa (o con l’umanità?). E che anche san Paolo si è trovato a gestire qualcosa del genere, anche se su una questione che ormai noi abbiamo abbondantemente superato. Il modo con cui la tratta, però, può essere interessante ancora oggi.
La questione (di cui si parla ai capitoli dall’8 al 10 della prima lettera ai Corinzi) è quella dei cosiddetti “idolotiti”. Quasi tutto il culto religioso dell’antichità comportava l’offerta di sacrifici animali. In una delle modalità previste, quella che in Israele si chiama “sacrificio di comunione”, si offriva un animale alla divinità, se ne bruciava sull’altare una parte e si mangiava il resto, come fosse un banchetto con il dio. Ovviamente era possibile che non si mangiasse l’intero animale, ma quello che avanzava andava ai sacerdoti, che in parte se ne cibavano, e per la parte che avanzava lo rivendevano alle porte del tempio alla fine della giornata: si trattava di carne di qualità (non si offrono agli dèi gli scarti…), che al tempio era arrivata gratis, che sarebbe stata sostituita da altra carne il giorno dopo, e che quindi veniva venduta a prezzi anche bassi, purché la si vendesse tutta. Il ricavato andava poi per le spese del tempio. Ecco che per chi viveva nei paraggi c’era la possibilità di acquistare a prezzi bassi della carne buona, con l’aggiunta che si pensava, con un po’ di superstizione, che al limite “portasse bene” cibarsi di carne in qualche modo consacrata.
A Corinto con tutta probabilità iniziano a litigare se sia lecito comprare quella carne: alcuni (“gli intelligenti, i forti”) dicevano che quella era semplicemente carne, perché gli idoli non esistono, e quindi conveniva comprarla perché di qualità e a prezzi bassi (1 Cor 8,4-6). Altri, però, pensavano che continuare a cibarsi di quella carne significasse mantenere i piedi in due scarpe, continuando a “tenersi buoni” anche gli idoli (1 Cor 8,7). Dunque, che fare?
Paolo dapprima (nel capitolo 8) imposta il discorso, facendo notare sia che non sarà un alimento ad avvicinarci o allontanarci da Dio (8,8), sia però che i deboli potrebbero essere fatti inciampare (8,9-11). Poi sembra quasi cambiare tema, portando l’esempio proprio e di Barnaba, che non si sono sposati, pur potendolo fare, e hanno provato a vivere sempre del proprio lavoro, pur avendo il diritto di farsi mantenere. «Mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci; mi sono fatto tutto a tutti, per conquistare a tutti i costi qualcuno» (9,20-22). E lo scopo qual è? Di lavorare per il Vangelo (9,23), non limitandosi a stare dalla parte giusta, ma provando a dare, come gli atleti, tutto ciò che ha (9,24-27).
A questo punto Paolo può tornare alla questione: innanzi tutto, “fate attenzione a non cadere, anche chi si sente forte” (10,12). Ma poi, il criterio è semplicemente quello dell’attenzione ai fratelli: se ti invitano a mangiare, non chiedere da dove viene la carne, perché è comunque carne (10,27), ma se te lo fanno notare, per non mandare in crisi la fede di qualcuno più fragile, conviene astenersene (10,28-29). «Qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (10,31), che è poi soprattutto il servizio e l’attenzione ai fratelli, perché i più fragili non debbano inciampare.
Insomma, quello che Paolo suggerisce è che è giusto interrogarci e cercare di capire, ma prima ancora dell’intelligenza, conta la carità nei confronti dei fratelli, «di un fratello per cui Cristo è morto» (8,11).
editoriale
foto SIR/Marco Calvarese
Tradizionalisti, innovatori. Non c’è stato probabilmente un tempo nella Chiesa in cui le due sensibilità non si trovassero a scontrarsi. Da una parte gli uni accusano gli altri di voler cambiare troppe cose, di perdere le tradizioni autentiche, di essere presuntuosi e irrispettosi. Dall’altra l’accusa è di essere retrogradi, di legarsi a superstizioni più che alla vera fede, di essere a prescindere contro tutto ciò che coinvolge anche la razionalità. Chi ha ragione?
Ci può consolare scoprire che questo scontro non è recente, ma è sostanzialmente nato con la chiesa (o con l’umanità?). E che anche san Paolo si è trovato a gestire qualcosa del genere, anche se su una questione che ormai noi abbiamo abbondantemente superato. Il modo con cui la tratta, però, può essere interessante ancora oggi.
La questione (di cui si parla ai capitoli dall’8 al 10 della prima lettera ai Corinzi) è quella dei cosiddetti “idolotiti”. Quasi tutto il culto religioso dell’antichità comportava l’offerta di sacrifici animali. In una delle modalità previste, quella che in Israele si chiama “sacrificio di comunione”, si offriva un animale alla divinità, se ne bruciava sull’altare una parte e si mangiava il resto, come fosse un banchetto con il dio. Ovviamente era possibile che non si mangiasse l’intero animale, ma quello che avanzava andava ai sacerdoti, che in parte se ne cibavano, e per la parte che avanzava lo rivendevano alle porte del tempio alla fine della giornata: si trattava di carne di qualità (non si offrono agli dèi gli scarti…), che al tempio era arrivata gratis, che sarebbe stata sostituita da altra carne il giorno dopo, e che quindi veniva venduta a prezzi anche bassi, purché la si vendesse tutta. Il ricavato andava poi per le spese del tempio. Ecco che per chi viveva nei paraggi c’era la possibilità di acquistare a prezzi bassi della carne buona, con l’aggiunta che si pensava, con un po’ di superstizione, che al limite “portasse bene” cibarsi di carne in qualche modo consacrata.
A Corinto con tutta probabilità iniziano a litigare se sia lecito comprare quella carne: alcuni (“gli intelligenti, i forti”) dicevano che quella era semplicemente carne, perché gli idoli non esistono, e quindi conveniva comprarla perché di qualità e a prezzi bassi (1 Cor 8,4-6). Altri, però, pensavano che continuare a cibarsi di quella carne significasse mantenere i piedi in due scarpe, continuando a “tenersi buoni” anche gli idoli (1 Cor 8,7). Dunque, che fare?
Paolo dapprima (nel capitolo 8) imposta il discorso, facendo notare sia che non sarà un alimento ad avvicinarci o allontanarci da Dio (8,8), sia però che i deboli potrebbero essere fatti inciampare (8,9-11). Poi sembra quasi cambiare tema, portando l’esempio proprio e di Barnaba, che non si sono sposati, pur potendolo fare, e hanno provato a vivere sempre del proprio lavoro, pur avendo il diritto di farsi mantenere. «Mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci; mi sono fatto tutto a tutti, per conquistare a tutti i costi qualcuno» (9,20-22). E lo scopo qual è? Di lavorare per il Vangelo (9,23), non limitandosi a stare dalla parte giusta, ma provando a dare, come gli atleti, tutto ciò che ha (9,24-27).
A questo punto Paolo può tornare alla questione: innanzi tutto, “fate attenzione a non cadere, anche chi si sente forte” (10,12). Ma poi, il criterio è semplicemente quello dell’attenzione ai fratelli: se ti invitano a mangiare, non chiedere da dove viene la carne, perché è comunque carne (10,27), ma se te lo fanno notare, per non mandare in crisi la fede di qualcuno più fragile, conviene astenersene (10,28-29). «Qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (10,31), che è poi soprattutto il servizio e l’attenzione ai fratelli, perché i più fragili non debbano inciampare.
Insomma, quello che Paolo suggerisce è che è giusto interrogarci e cercare di capire, ma prima ancora dell’intelligenza, conta la carità nei confronti dei fratelli, «di un fratello per cui Cristo è morto» (8,11).
Cristiani tradizionalisti o innovatori?
09 febbraio 2025
Cuneo
foto SIR/Marco Calvarese
Tradizionalisti, innovatori. Non c’è stato probabilmente un tempo nella Chiesa in cui le due sensibilità non si trovassero a scontrarsi. Da una parte gli uni accusano gli altri di voler cambiare troppe cose, di perdere le tradizioni autentiche, di essere presuntuosi e irrispettosi. Dall’altra l’accusa è di essere retrogradi, di legarsi a superstizioni più che alla vera fede, di essere a prescindere contro tutto ciò che coinvolge anche la razionalità. Chi ha ragione?
Ci può consolare scoprire che questo scontro non è recente, ma è sostanzialmente nato con la chiesa (o con l’umanità?). E che anche san Paolo si è trovato a gestire qualcosa del genere, anche se su una questione che ormai noi abbiamo abbondantemente superato. Il modo con cui la tratta, però, può essere interessante ancora oggi.
La questione (di cui si parla ai capitoli dall’8 al 10 della prima lettera ai Corinzi) è quella dei cosiddetti “idolotiti”. Quasi tutto il culto religioso dell’antichità comportava l’offerta di sacrifici animali. In una delle modalità previste, quella che in Israele si chiama “sacrificio di comunione”, si offriva un animale alla divinità, se ne bruciava sull’altare una parte e si mangiava il resto, come fosse un banchetto con il dio. Ovviamente era possibile che non si mangiasse l’intero animale, ma quello che avanzava andava ai sacerdoti, che in parte se ne cibavano, e per la parte che avanzava lo rivendevano alle porte del tempio alla fine della giornata: si trattava di carne di qualità (non si offrono agli dèi gli scarti…), che al tempio era arrivata gratis, che sarebbe stata sostituita da altra carne il giorno dopo, e che quindi veniva venduta a prezzi anche bassi, purché la si vendesse tutta. Il ricavato andava poi per le spese del tempio. Ecco che per chi viveva nei paraggi c’era la possibilità di acquistare a prezzi bassi della carne buona, con l’aggiunta che si pensava, con un po’ di superstizione, che al limite “portasse bene” cibarsi di carne in qualche modo consacrata.
A Corinto con tutta probabilità iniziano a litigare se sia lecito comprare quella carne: alcuni (“gli intelligenti, i forti”) dicevano che quella era semplicemente carne, perché gli idoli non esistono, e quindi conveniva comprarla perché di qualità e a prezzi bassi (1 Cor 8,4-6). Altri, però, pensavano che continuare a cibarsi di quella carne significasse mantenere i piedi in due scarpe, continuando a “tenersi buoni” anche gli idoli (1 Cor 8,7). Dunque, che fare?
Paolo dapprima (nel capitolo 8) imposta il discorso, facendo notare sia che non sarà un alimento ad avvicinarci o allontanarci da Dio (8,8), sia però che i deboli potrebbero essere fatti inciampare (8,9-11). Poi sembra quasi cambiare tema, portando l’esempio proprio e di Barnaba, che non si sono sposati, pur potendolo fare, e hanno provato a vivere sempre del proprio lavoro, pur avendo il diritto di farsi mantenere. «Mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci; mi sono fatto tutto a tutti, per conquistare a tutti i costi qualcuno» (9,20-22). E lo scopo qual è? Di lavorare per il Vangelo (9,23), non limitandosi a stare dalla parte giusta, ma provando a dare, come gli atleti, tutto ciò che ha (9,24-27).
A questo punto Paolo può tornare alla questione: innanzi tutto, “fate attenzione a non cadere, anche chi si sente forte” (10,12). Ma poi, il criterio è semplicemente quello dell’attenzione ai fratelli: se ti invitano a mangiare, non chiedere da dove viene la carne, perché è comunque carne (10,27), ma se te lo fanno notare, per non mandare in crisi la fede di qualcuno più fragile, conviene astenersene (10,28-29). «Qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (10,31), che è poi soprattutto il servizio e l’attenzione ai fratelli, perché i più fragili non debbano inciampare.
Insomma, quello che Paolo suggerisce è che è giusto interrogarci e cercare di capire, ma prima ancora dell’intelligenza, conta la carità nei confronti dei fratelli, «di un fratello per cui Cristo è morto» (8,11).