Con l’aumentare della complessità, sembra crescere la tendenza a semplificare. Le banalizzazioni, inoltre, paiono diffondersi soprattutto quando le questioni complesse mettono in discussione categorie o modi di fare o di pensare consolidati. Costruire più carceri per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari anziché avviare una riflessione seria sulla politica sanzionatoria, oppure introdurre le panchine anti-barbone (quelle che non consentono di sdraiarsi) per i senza tetto che “guastano” il panorama urbano nelle zone centrali o nelle vie dello shopping anziché affrontare i temi del disagio e della povertà abitativa, sono solo due esempi di apparenti soluzioni per problemi seri e complessi.
Era il 1889, quando Jacob Burckhardt (storico e critico d’arte del diciannovesimo secolo) prefigurava l’avvento di “terribili semplificatori”. Purtroppo, l’intuizione di Burckhardt pare essersi rivelata profetica anche nella sua dimensione tecnocratica a scapito delle relazioni e, mai come oggi, le sirene delle soluzioni a buon mercato paiono attrarre il consenso di molti. Quello che, forse, neppure Burckhardt poteva prevedere, era la polarizzazione in atto tra opposte semplificazioni, con conseguente alimentazione reciproca di simmetrici estremismi che prendono il posto di riflessioni su questioni importanti e complesse che, per definizione, dovrebbero sconsigliare le schematizzazioni. Una di queste polarizzazioni, strisciante e non così dichiarata e, dunque, proprio per questo più pericolosa è quella che vedrebbe contrapposte le ragioni dell’economia e quelle del rispetto della biodiversità. L’alternativa tra “negli Usa potrete comprare l’auto che volete” del Presidente Trump e un certo modo di affrontare il problema dell’inquinamento che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica in Europa, in sostanza, è l’alternativa tra due semplificazioni, entrambe senza futuro. Secondo una interessante ricerca dal titolo “Perdita di biodiversità, sistema finanziario e banche: regolamentazione da impatti attesi”, di Giuseppe Rimo, ricercatore dell’Università del Salento e Stefano Cenni e Simona Cosma, docenti presso l’Università di Bologna (e pubblicata sulla rivista dell’Associazione Bancaria Italiana), circa la metà del Pil mondiale dipende dalla natura. Il dato è confermato da una indagine della società di ricerca PricewaterhouseCooper, che stima che il 55% del Pil mondiale dipende dalla natura in maniera elevata o moderata. Inoltre, stando alla ricerca: “la salute degli ecosistemi naturali e la biodiversità sarebbero in grado di influenzare oltre il 50% del valore di mercato delle società quotate nelle 19 principali Borse. In uno scenario tipico i costi della perdita di biodiversità in alcuni paesi potrebbero raggiungere il 4% del loro Pil annuo entro il 2050”. Il degrado della natura, si legge nello studio, può compromettere i processi produttivi e quindi indebolire numerosi settori industriali, con conseguenti rischi per l’intero sistema.
Detto in altri termini: non è corretto parlare di contrapposizione tra esigenze dell’economia e necessità di tutela dell’ambiente e, nello specifico, delle biodiversità. La tutela dell’ambiente e delle biodiversità, al contrario, è indispensabile per lo sviluppo economico e per il benessere globale. Questo vale anche per il sistema bancario che, come opportunamente ricordato nella ricerca, è fortemente legato alle sorti di settori produttivi che, a loro volta, dipendono in modo significativo dagli equilibri degli ecosistemi. Secondo le stime della Banca Centrale Europea, il 75% dei prestiti delle banche alle realtà produttive dell’eurozona dipendono fortemente da almeno un servizio che, a sua volta, deve la propria esistenza ai benefici forniti dalla natura, con conseguente rischio di deterioramento di una parte significativa del credito in caso di compromissione dell’ecosistema. Anche in questo specifico caso, quindi, un approccio corretto alla complessità dovrebbe portare a superare le polarizzazioni e, soprattutto a indurre ad abbandonare la più insidiosa delle semplificazioni, cioè quella per cui l’interesse del singolo è in contrasto con quello della collettività. Al contrario, i percorsi di giustizia, equità e rispetto dei beni comuni, sono quelle più efficaci per il benessere di ognuno.
editoriale
Con l’aumentare della complessità, sembra crescere la tendenza a semplificare. Le banalizzazioni, inoltre, paiono diffondersi soprattutto quando le questioni complesse mettono in discussione categorie o modi di fare o di pensare consolidati. Costruire più carceri per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari anziché avviare una riflessione seria sulla politica sanzionatoria, oppure introdurre le panchine anti-barbone (quelle che non consentono di sdraiarsi) per i senza tetto che “guastano” il panorama urbano nelle zone centrali o nelle vie dello shopping anziché affrontare i temi del disagio e della povertà abitativa, sono solo due esempi di apparenti soluzioni per problemi seri e complessi.
Era il 1889, quando Jacob Burckhardt (storico e critico d’arte del diciannovesimo secolo) prefigurava l’avvento di “terribili semplificatori”. Purtroppo, l’intuizione di Burckhardt pare essersi rivelata profetica anche nella sua dimensione tecnocratica a scapito delle relazioni e, mai come oggi, le sirene delle soluzioni a buon mercato paiono attrarre il consenso di molti. Quello che, forse, neppure Burckhardt poteva prevedere, era la polarizzazione in atto tra opposte semplificazioni, con conseguente alimentazione reciproca di simmetrici estremismi che prendono il posto di riflessioni su questioni importanti e complesse che, per definizione, dovrebbero sconsigliare le schematizzazioni. Una di queste polarizzazioni, strisciante e non così dichiarata e, dunque, proprio per questo più pericolosa è quella che vedrebbe contrapposte le ragioni dell’economia e quelle del rispetto della biodiversità. L’alternativa tra “negli Usa potrete comprare l’auto che volete” del Presidente Trump e un certo modo di affrontare il problema dell’inquinamento che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica in Europa, in sostanza, è l’alternativa tra due semplificazioni, entrambe senza futuro. Secondo una interessante ricerca dal titolo “Perdita di biodiversità, sistema finanziario e banche: regolamentazione da impatti attesi”, di Giuseppe Rimo, ricercatore dell’Università del Salento e Stefano Cenni e Simona Cosma, docenti presso l’Università di Bologna (e pubblicata sulla rivista dell’Associazione Bancaria Italiana), circa la metà del Pil mondiale dipende dalla natura. Il dato è confermato da una indagine della società di ricerca PricewaterhouseCooper, che stima che il 55% del Pil mondiale dipende dalla natura in maniera elevata o moderata. Inoltre, stando alla ricerca: “la salute degli ecosistemi naturali e la biodiversità sarebbero in grado di influenzare oltre il 50% del valore di mercato delle società quotate nelle 19 principali Borse. In uno scenario tipico i costi della perdita di biodiversità in alcuni paesi potrebbero raggiungere il 4% del loro Pil annuo entro il 2050”. Il degrado della natura, si legge nello studio, può compromettere i processi produttivi e quindi indebolire numerosi settori industriali, con conseguenti rischi per l’intero sistema.
Detto in altri termini: non è corretto parlare di contrapposizione tra esigenze dell’economia e necessità di tutela dell’ambiente e, nello specifico, delle biodiversità. La tutela dell’ambiente e delle biodiversità, al contrario, è indispensabile per lo sviluppo economico e per il benessere globale. Questo vale anche per il sistema bancario che, come opportunamente ricordato nella ricerca, è fortemente legato alle sorti di settori produttivi che, a loro volta, dipendono in modo significativo dagli equilibri degli ecosistemi. Secondo le stime della Banca Centrale Europea, il 75% dei prestiti delle banche alle realtà produttive dell’eurozona dipendono fortemente da almeno un servizio che, a sua volta, deve la propria esistenza ai benefici forniti dalla natura, con conseguente rischio di deterioramento di una parte significativa del credito in caso di compromissione dell’ecosistema. Anche in questo specifico caso, quindi, un approccio corretto alla complessità dovrebbe portare a superare le polarizzazioni e, soprattutto a indurre ad abbandonare la più insidiosa delle semplificazioni, cioè quella per cui l’interesse del singolo è in contrasto con quello della collettività. Al contrario, i percorsi di giustizia, equità e rispetto dei beni comuni, sono quelle più efficaci per il benessere di ognuno.
Oltre metà del Pil mondiale dipende dalla natura: il suo degrado penalizza fortemente l’economia
08 febbraio 2025
Cuneo
Con l’aumentare della complessità, sembra crescere la tendenza a semplificare. Le banalizzazioni, inoltre, paiono diffondersi soprattutto quando le questioni complesse mettono in discussione categorie o modi di fare o di pensare consolidati. Costruire più carceri per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari anziché avviare una riflessione seria sulla politica sanzionatoria, oppure introdurre le panchine anti-barbone (quelle che non consentono di sdraiarsi) per i senza tetto che “guastano” il panorama urbano nelle zone centrali o nelle vie dello shopping anziché affrontare i temi del disagio e della povertà abitativa, sono solo due esempi di apparenti soluzioni per problemi seri e complessi.
Era il 1889, quando Jacob Burckhardt (storico e critico d’arte del diciannovesimo secolo) prefigurava l’avvento di “terribili semplificatori”. Purtroppo, l’intuizione di Burckhardt pare essersi rivelata profetica anche nella sua dimensione tecnocratica a scapito delle relazioni e, mai come oggi, le sirene delle soluzioni a buon mercato paiono attrarre il consenso di molti. Quello che, forse, neppure Burckhardt poteva prevedere, era la polarizzazione in atto tra opposte semplificazioni, con conseguente alimentazione reciproca di simmetrici estremismi che prendono il posto di riflessioni su questioni importanti e complesse che, per definizione, dovrebbero sconsigliare le schematizzazioni. Una di queste polarizzazioni, strisciante e non così dichiarata e, dunque, proprio per questo più pericolosa è quella che vedrebbe contrapposte le ragioni dell’economia e quelle del rispetto della biodiversità. L’alternativa tra “negli Usa potrete comprare l’auto che volete” del Presidente Trump e un certo modo di affrontare il problema dell’inquinamento che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica in Europa, in sostanza, è l’alternativa tra due semplificazioni, entrambe senza futuro. Secondo una interessante ricerca dal titolo “Perdita di biodiversità, sistema finanziario e banche: regolamentazione da impatti attesi”, di Giuseppe Rimo, ricercatore dell’Università del Salento e Stefano Cenni e Simona Cosma, docenti presso l’Università di Bologna (e pubblicata sulla rivista dell’Associazione Bancaria Italiana), circa la metà del Pil mondiale dipende dalla natura. Il dato è confermato da una indagine della società di ricerca PricewaterhouseCooper, che stima che il 55% del Pil mondiale dipende dalla natura in maniera elevata o moderata. Inoltre, stando alla ricerca: “la salute degli ecosistemi naturali e la biodiversità sarebbero in grado di influenzare oltre il 50% del valore di mercato delle società quotate nelle 19 principali Borse. In uno scenario tipico i costi della perdita di biodiversità in alcuni paesi potrebbero raggiungere il 4% del loro Pil annuo entro il 2050”. Il degrado della natura, si legge nello studio, può compromettere i processi produttivi e quindi indebolire numerosi settori industriali, con conseguenti rischi per l’intero sistema.
Detto in altri termini: non è corretto parlare di contrapposizione tra esigenze dell’economia e necessità di tutela dell’ambiente e, nello specifico, delle biodiversità. La tutela dell’ambiente e delle biodiversità, al contrario, è indispensabile per lo sviluppo economico e per il benessere globale. Questo vale anche per il sistema bancario che, come opportunamente ricordato nella ricerca, è fortemente legato alle sorti di settori produttivi che, a loro volta, dipendono in modo significativo dagli equilibri degli ecosistemi. Secondo le stime della Banca Centrale Europea, il 75% dei prestiti delle banche alle realtà produttive dell’eurozona dipendono fortemente da almeno un servizio che, a sua volta, deve la propria esistenza ai benefici forniti dalla natura, con conseguente rischio di deterioramento di una parte significativa del credito in caso di compromissione dell’ecosistema. Anche in questo specifico caso, quindi, un approccio corretto alla complessità dovrebbe portare a superare le polarizzazioni e, soprattutto a indurre ad abbandonare la più insidiosa delle semplificazioni, cioè quella per cui l’interesse del singolo è in contrasto con quello della collettività. Al contrario, i percorsi di giustizia, equità e rispetto dei beni comuni, sono quelle più efficaci per il benessere di ognuno.