editoriale

Pace e sviluppo o armi e “sviluppo al contrario”?

02 febbraio 2025

Cuneo

guerra in Sudan (foto Ansa/Sir) (foto Ansa/Sir) Correva l’anno 1967 quando la Lettera enciclica di Papa Paolo VI “Populorum progressio” venne pubblicata. In un passaggio dell’Enciclica si legge che “… lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. A quasi sessant’anni di distanza, l’attualità di questa affermazione è testimoniata dal fatto che un recente intervento del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta si conclude proprio con la citazione delle parole del pontefice, proclamato Santo nel 2018. Sebbene siano trascorsi decenni, evidentemente, è ancora necessarioricordare l’importanza dello sviluppo in un mondo che ha sempre più bisogno di pace, ma dove la spinta al conflitto e la corsa agli armamenti, mai scomparse, sono sempre più dichiarate e perseguite. Eppure, anche Fabio Panetta ricorda, con lucidità, che la guerra e la spesa militare non solo non sono fattori di sviluppo, ma danneggiano gravemente i fattori di crescita essenziali. I conflitti, oltre a provocare vittime (dato di fatto che, oltre che tragico in sé, rappresenta un grave danno per l’economia) distruggono infrastrutture e macchinari, sono costosissimi in termini di materie prime e deviano verso le esigenze belliche le energie e le opportunità di apprendimento e crescita culturale e professionale, in questo modo depauperando il capitale umano. Del resto, lo sforzo bellico in sé non giova affatto al sistema economico. Se, infatti, in termini quantitativi, si può registrare un aumento negli indici descrittivi della produzione industriale, è abbondantemente dimostrato che si tratta di incrementi transitori e per pochi, vale a dire i produttori e i venditori di armi. Con la fine del conflitto, infatti, sopraggiungerà, inevitabilmente, sia la necessità di riconversione della produzione industriale, sia quella di assorbire la manodopera non qualificata rappresentata da chi rientra dalle zone di conflitto. Tutto ciò, senza contare i costi legati alla ricostruzione nei territori interessati direttamente dai combattimenti. In sintesi, riprendendo le parole del Governatore, “La guerra rappresenta dunque una forma di “sviluppo al contrario” e non può generare prosperità”. In un momento storico in cui l’incremento della spesa militare viene indicato come inevitabile e, tutto sommato, ragionevole, la voce della Banca d’Italia si distingue per lungimiranza nel ricordare anche che “la produzione di equipaggiamenti bellici non contribuisce ad aumentare il potenziale di crescita di un paese”. Non corrisponde, infatti, al vero che la produzione militare favorisce lo sviluppo tecnologico che, invece, dipende dalla ricerca scientifica. Al contrario, se la ricerca viene indirizzata alla produzione di armi, le sue potenzialità vengono incanalate in direzioni che, molto probabilmente, ne limitano la portata. Sono gli investimenti nella ricerca a dare la spinta al progresso tecnologico, ma non è affatto necessario che gli sforzi finanziari debbano riguardare l’industria bellica, perché benefici almeno identici (o, probabilmente, maggiori) si avrebbero se le risorse venissero destinate, ad esempio, alla ricerca rivolta al miglioramento di sanità, istruzione, infrastrutture e politiche energetiche. Tra le molte ragioni per preferire la pace alla guerra e alla corsa agli armamenti, tutte certamente prioritarie sotto molti punti di vista, ci sono anche quelle economiche. Se non per motivi etici e di rispetto per la dignità umana, quindi, il finanziamento dell’industria bellica dovrebbe essere riconsiderato anche solo perché è una scelta antieconomica per la collettività. Purtroppo, però, l’industria bellica, le lobby delle ricostruzioni e la grande finanza internazionale hanno mostrato di non avere, tra le loro priorità, il bene comune; i conflitti, e le macerie che lasciano, continuano a essere, per loro, fonti di grande guadagno. Le cordate di imprese attive nelle ricostruzioni, infatti, sono pronte ad attivarsi, a conflitto concluso, per ottenere ricche commesse nei territori distrutti, con costi che le economie devastate dalle guerre non sono in grado di sostenere. La finanza internazionale è, ovviamente, ben disposta e pronta a intervenire concedendo “generosi” prestiti a condizioni tutt’altro che vantaggiose, diventando, così, i veri padroni del destino di interi Stati indissolubilmente legati, attraverso il debito, a gruppi di interesse internazionali sempre più influenti. Il bivio è sempre lo stesso: pace e sviluppo da un lato, armi, guerra e “sviluppo al contrario” dall’altro lato. A noi la scelta. 
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