editoriale

Il ritorno del latino nella scuola media e il rischio di creare un nuovo classismo

02 febbraio 2025

Cuneo

aula scolastica (foto Pixabay) (foto Pixabay) Prima di lanciarsi in una difesa o in una requisitoria sul ritorno del latino nella scuola media - che detto per inciso si dovrebbe chiamare scuola secondaria di primo grado - bisognerebbe fare una piccola ma fondamentale premessa: le parole del Ministro, per adesso, sono solo parole. Un’intervista non è un’ordinanza, non è escluso che Valditara abbia scelto la strada della boutade per vedere l’effetto che fa. E di effetto ne ha fatto parecchio, senza distinzioni di bandiera politica, tra i nostalgici della scuola che (forse) fu - Bibbia, latino, storia patria, poesie a memoria - e chi si augurerebbe un qualche cambiamento sì, ma non nel segno del ritorno al passato. In attesa dunque anche solo di una bozza, e correndo il rischio che le riflessioni sulle “Nuove indicazioni nazionali” possano essere un vuoto esercizio di retorica, vale comunque la pena soffermarsi su alcuni aspetti, prendendo in considerazione quello che c’è e quello che non c’è. Il latino c’è. Ma, pare, per una (una!) sola ora alla settimana curricolare - come l’ora di religione - facoltativa, verosimilmente sulle spalle degli attuali insegnanti di lettere. Spetterà ai collegi docenti dei singoli istituti decidere se proporlo oppure no, e potrebbe fare la fine poco gloriosa del mai decollato liceo del “Made in Italy”. Se tuttavia fosse attivato, c’è da augurarsi che lo sia ovunque, per evitare che la scelta delle famiglie tra “classi con latino” e le “classi senza latino” possa trasformarsi in un precoce bivio classista. L’introduzione di percorsi differenziati, nella scuola dell’obbligo, rischia infatti di incanalare troppo presto i futuri studenti dei licei e degli istituti tecnici e professionali. Le differenze arriveranno poi, complici l’attitudine personale allo studio ma anche, e qualche volta soprattutto, il diverso retroterra sociale e familiare. La scuola italiana è già una delle meno capaci di rimuovere gli ostacoli, come vorrebbe la Costituzione, per offrire a tutti le stesse opportunità: anticipare la scelta significa ratificare il classismo ed ergerlo a sistema. Gli altri aspetti sfiorati dagli annunci del Ministro sono meno dirompenti. La storia dell’Europa c’è sempre stata. Il racconto biblico, appiattito nella scuola primaria ad “alcune letture” sovrapposte all’Iliade e all’Odissea, un po’ meno e andrà maneggiato con grande cautela. Al di là, comunque, di come saranno concretamente declinate, le idee del Ministro sul ritorno della Bibbia e del latino disegnano, nel loro insieme, due chiare linee di indirizzo ideologiche: quella di un ritorno al passato a costo zero e quella, più insidiosa, di una scuola basata sulle “radici” e sulla “identità”. La prima non è certo una novità. La seconda - il tema delle radici e dell’identità - è coerente con le idee di fondo del Governo ma distante dalla complessità con cui già oggi si misurano la società e le nuove generazioni di studenti. Ed è forse proprio questo l’aspetto che più colpisce, nelle parole di Valditara: soprattutto quello che non c’è. Non c’è una visione, un progetto politico, un respiro dell’aria che tira ora e di quello che sarà. Con tutti i difetti, ed erano tanti, la Buona Scuola di Renzi cercava di restituire una visione di insieme della scuola. Imperfetto, a tratti discutibile, era però un tentativo organico e coerente di adattare la scuola al mondo esterno. Al di là degli slogan, nelle parole di Valditara c’è poco altro. Non c’è un pensiero sulla formazione iniziale e sul reclutamento degli insegnanti, sui bisogni dei bambini e degli adolescenti, così diversi dai loro predecessori, sull’importanza di diventare cittadini consapevoli e meno manipolabili. Nel suo ultimo rapporto annuale, il Censis ha definito l’Italia, senza mezze misure, “una fabbrica di ignoranti”, cogliendone un pericolo per la democrazia. La scuola dovrebbe essere chiamata, quindi, a dare gli strumenti culturali per imparare sempre e per muoversi in una società in cui è facile trovare informazioni ma ancora di più cadere nelle bufale. Più che un’ora settimanale di latino, servirebbe una rivoluzione copernicana, ma forse è meglio non suggerirlo.  
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