cultura
Dall’impero ottomano alla Palestina, l’origine di instabilità e guerre in tutto il Medioriente
27 gennaio 2025
Cuneo
Quando, sfogliando le tavole dell’atlante geografico, vedo confini di stato tracciati con la precisione di un righello, a cavallo di deserti, di selve e di altipiani, penso che ben difficilmente siano frutto della stratificazione storica e ancor meno della volontà di quanti quelle linee, ancor oggi, semplicemente ignorano. Sappiamo, infatti, che quei tracciati corrispondevano esclusivamente al disegno degli interessi coloniali delle potenze europee. Si trattò di operazioni che non ebbero il supporto di conoscenze storiche ed etnografiche, ma soltanto di una riga e di un compasso. Quando i popoli ricompresi in quelle figure geometriche si liberarono dal colonialismo, piombando direttamente nel mito dei nazionalismi, scontarono quella nascita “artificiale”.
Le croniche turbolenze dell’area mediorientale, che oggi si concentrano nella guerra di Israele e nel crollo dello stato siriano, derivano, in buona parte, da quella causa.
Per trattare del medioriente dobbiamo necessariamente tirare in ballo l’impero ottomano, nato sulle ceneri dell’impero bizantino, che da Costantinopoli si è irradiato fin quasi alle periferie di Vienna e della Polonia a nord, fino allo Yemen e all’Eritrea a sud; dall’Algeria a ovest fino all’Azerbaigian a est, controllando la quasi totalità dei Balcani, del Vicino Oriente e del Nord Africa, necessariamente multietnico, multireligioso e multiculturale. Adesso facciamo un salto fino all’‘800, il secolo dei nazionalismi, cioè del principio di nazione inteso come patria esclusiva di quanti si sentono simili per lingua, religione, tradizioni, storia. Questa fu la campana a morto per gli imperi che raggruppavano più popoli, come l’impero austriaco ad occidente (l’Italia gli diede le prime picconate) e l’impero ottomano ad oriente. La lenta dissoluzione di quest’ultimo cominciò con le lotte per l’indipendenza di greci, serbi, montenegrini, bulgari e romeni – in Europa – e in medioriente? Sperando di frenare il proprio declino, il traballante impero entrò in guerra nel 1914 alleata della Germania e dell’Austria - Ungheria. I rivali inglesi sfruttarono gli impulsi indipendentisti, che già si manifestavano tra le popolazioni arabe, ben espressi dallo shariff della Mecca Hussein bin Ali, dell’illustre dinastia hashemita e dai suoi due figli. Al fine di sollevarli contro le truppe ottomane, promisero loro la costituzione di un grande stato indipendente, che avrebbe riunito tutti i popoli arabi, escludendo la fascia siriana a ovest della direttrice Damasco-Aleppo ed il Libano, avuto riguardo per una consistente presenza di turchi e maroniti. Sulla Palestina regnò l’ambiguità, ma naturalmente Hussein la considerò inclusa nell’accordo. E’ qui che nacque l’epopea del colonnello inglese Lawrence d’Arabia che condusse la rivolta araba con i figli di Hussein, fino alla presa di Damasco (1918) ed alla dissoluzione dell’impero ottomano. Nel frattempo, alle spalle degli arabi, si svilupparono altre trame. Gran Bretagna e Francia si spartirono il medioriente (trattato Sykes-Picot 1916): alla Francia la Siria (ritagliata come risulta ora) ed il Libano, alla Gran Bretagna la Mesopotamia, l’attuale Giordania e la Palestina. E mentre lo sharif Hussein combatteva esaltato dalle promesse, il ministro degli esteri britannico, Arthur James Balfour, rilasciava (1917) la famosa dichiarazione d’impegno a sostenere la costituzione di un «focolare nazionale» per il popolo ebraico in Palestina.
La Mesopotamia (come definita nel trattato) divenne l’Iraq, inventato con quella curiosa geometria da una commissione britannica presieduta dal giovane Winston Churchill, con il fine d’infilare in un unico contenitore sia i pozzi petroliferi trivellati nel sud sciita di Bassora sia quelli nel nord del Kurdistan. Così, venne disattesa l’assicurazione d’indipendenza garantita ai curdi dal trattato di Sèvres (1920), e, per buona misura, si trasmise ai posteri anche il “problema della nazionalità curda”.