cuneo
I tanti gesti del giubileo
26 gennaio 2025
Cuneo
Abbiamo già parlato, su queste pagine, del giubileo. E probabilmente ci è molto chiaro che cosa “dobbiamo fare” per vivere il giubileo ordinario di quest’anno. Sappiamo che meta di pellegrinaggio è Roma con le sue basiliche, e magari ci siamo già prenotati o organizzati o pensiamo di farlo; ma sappiamo che sono anche le chiese cattedrali di ogni diocesi, e anche tante altre mete locali. Abbiamo forse ascoltato o letto la bolla di indizione, che insiste tanto opportunamente sul valore della speranza e anche di gesti che possono essere giubilari anche se fisicamente non potessimo metterci in cammino. E sappiamo, se riuscissimo a farci pellegrini, che cosa viene richiesto per adempiere alle esigenze del giubileo, una serie di riti e pratiche che indubbiamente hanno un valore spirituale profondo.
È la stessa intuizione di tutto il mondo biblico, che, soprattutto ma non solo nel Primo Testamento, sa indicare una serie di pratiche, di attività, di gesti per esprimere in modo tangibile la scelta di vivere in comunione con Dio. Nel Primo Testamento sono innanzi tutto i sacrifici animali, ma poi anche le pratiche alimentari, la circoncisione, e così via.
Anche noi moderni siamo abituati a riconoscere una religione dalle sue pratiche, magari dai suoi abiti o dalle sue consuetudini alimentari o di comportamento. D’altronde, un sentimento che non si faccia pratico si espone facilmente al sospetto di essere superficiale o ipocrita: «Se la fede non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta», insisteva san Giacomo.
Nello stesso tempo, però, tanti filoni già del Primo Testamento, soprattutto tra i profeti, insistono sul fatto che tutto ciò che è esteriore rischia di essere fuorviante: «Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni nel deserto?»; «Io detesto i vostri sacrifici e le vostre feste, per me sono un peso, sono stanco di sopportarli», si fa dire a Dio. E sarebbe facile ribattere che quei sacrifici sono previsti dalla legge, ma la formula è molto pesante: quelli sono i “vostri” sacrifici, io con quelli non ho niente a che fare.
E d’altronde sono tante le pagine profetiche che immaginano un Dio che viene anche meno alla propria legge per non rompere la relazione con l’essere umano, e che sogna semplicemente un incontro personale, intimo. È Michea che, di fronte al proprio peccato che è colto come enorme, immagina di offrire in sacrificio migliaia di capri ed ettolitri di olio, ma ottiene come risposta da Dio: «Ti è stato insegnato che cosa fare: semplicemente praticare la giustizia, amare la bontà, venire umilmente incontro a Dio». Ed è Osea che, impersonando il suo Signore nel matrimonio con una prostituta, non pensa di punirla o costringerla, in punta di legge, ad ubbidire al marito, ma immagina di “parlare al suo cuore”, “sedurla”, così che scelga per amore ciò che potrebbe essere obbligata a fare per forza. E i passi da citare potrebbero essere molti di più.
E allora la Bibbia per prima ci ricorda che è vero che i sentimenti si esprimono con dei gesti: il fiore donato a chi si ama, il pasto fatto trovare già caldo, la stanza in ordine a chi ritorna da lontano... Ma in tutti questi gesti a essere significativo è il sentimento che li muove. E se il sentimento non riuscisse a farsi utile (il bambino che vuole preparare la cena alla mamma che torna dal lavoro, bruciando le pentole e il cibo...), chi ama coglie l’intenzione, superiore a ogni realizzazione. E in quella mamma che ringrazia e fa festa, benché a digiuno, il Dio biblico si identifica con un commosso sorriso.