(foto Pixabay)
I poveri nei primi secoli del cristianesimo
I poveri li avete sempre con voi. Così diceva circa 2000 anni fa un certo Gesù di Nazaret che, senza essere sociologo o economista, aveva colto nel segno.
Gli storici nei secoli seguenti si sono poi affaticati nello scoprire come gli uomini hanno vissuto quella presenza e bisogna dire che sono arrivati a conclusioni interessanti anche per i nostri tempi.
Nei primi mille anni dopo quell’affermazione i seguaci di Gesù ormai organizzati in una Chiesa istituzionalizzata diedero della povertà una loro spiegazione che avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo, poveri, ricchi e persino Dio creatore.
Nell’economia della creazione i poveri svolgevano una funzione ben precisa. La povertà in quanto apportatrice di sofferenze non era voluta da Dio, ma diventava strumento con il quale i benestanti attraverso la generosa e volontaria elemosina salvavano la propria anima.
Una parte della ricchezza, mai in verità condannata nemmeno da Gesù, costituiva la chiave del Paradiso in quanto la carità avrebbe ripagato le cattive azioni. In Paradiso in questo modo si sarebbero incontrati beneficati e benefattori, gli uni mezzi di salvezza per gli altri.
I poveri ai tempi della borghesia commerciale e artigiana
Intorno al 1200 e per circa duecento anni la concezione della povertà divenne più complessa. In varie parti d’Europa, compresa l’Italia soprattutto del centro nord, si affermava una nuova categoria sociale. Era la borghesia mercantile e artigiana. Gente che, diremmo oggi, s’era fatta da sé. Nuovi ricchi che rischiavano le ricchezze nei viaggi, nei commerci e nella produzione artigiana. Gente che accumulava capitali e che aspirava a contare nella politica per piegarla ai propri interessi.
A queste persone l’ozio era particolarmente inviso. Divenne il vizio più condannabile.
Di conseguenza diventava ancora più difficile distinguere la povertà per necessità da una povertà viziosa perché scelta per comodità oziosa. Ma la situazione si complicava ulteriormente.
Nelle campagne un cattivo raccolto portava all’indebitamento; la tappa successiva in genere era la mendicità. Molti contadini caduti in miseria erano attratti dalle città dove si ammassavano nei magazzini riserve di grano e le occasioni di lavoro erano più frequenti. Masse di poveri si riversarono nei centri urbani. Qui li aspettava spesso una vita altrettanto grama. Dovevano tra l’altro affrontare la diffidenza, se non l’ostilità, non solo dei poveri locali, ma anche di chi viveva al limite dalla povertà ai quali i nuovi arrivati sembravano venire a rubare posti di lavoro. Una famiglia troppo numerosa, un incendio che portava via la casa, una malattia che causava la perdita del lavoro, la morte del capofamiglia che sottraeva l’unica fonte di reddito: queste erano le cause più frequenti della povertà urbana.
La corporazione dei mendicanti
Accanto ai poveri per necessità c’erano poi quelli che sceglievano la mendicità perché in fin dei conti faceva loro comodo; non amavano la fatica, mal sopportavano la disciplina di un lavoro continuativo. Erano i poveri oziosi.
Insieme entrambi costituivano una massa vissuta come una minaccia per il quieto vivere della borghesia emergente che voleva sì salvarsi l’anima, ma anche garantirsi una vita tranquilla e agiata su questa terra e che si chiese come correre ai ripari.
L’unico modo che parve loro risolvere il problema a poco prezzo era di inquadrare tutti i poveri nelle strutture corporative che garantivano l’ordinata e redditizia vita economica della città. Bisognava sottrarre i poveri ad una mendicità considerata disordinata, fastidiosa e pericolosa. In alcune città ai poveri residenti fu concesso un certificato. Solamente chi ne fosse stato in possesso aveva diritto di mendicare; le guardie avrebbero espulso tutti i forestieri dal perimetro cittadino.
Nasceva la corporazione dei mendicanti, con uno statuto da osservarsi scrupolosamente per interesse di tutti i membri che erano riconoscibili da segni apposti sulle maniche degli abiti. A questi gli ospedali (l’ospedale svolgeva allora soprattutto la funzione di ospizio) garantivano un pasto al giorno e in caso di inabilità un ricovero. Sembrava una soluzione ottimale che però conteneva una debolezza interna perché divideva la categoria dei mendicanti facendo dei privilegiati oggetto di invidia da parte degli esclusi.
Il sistema funzionò a fasi alterne e non dappertutto per circa due secoli. La società era in rapido cambiamento. Già nella seconda metà del 1300 aveva preso avvio la formazione degli stati nazionali e le libere città se volevano sopravvivere dovevano affidarsi a nuovi padroni. Re e principi potenti incominciavano a dominare l’Europa. Anche l’economia stava cambiando in fretta. Nascevano strutture mercantili con orizzonti geografici più vasti per i quali necessitavano capitali cospicui da attingere presso le banche. Queste a loro volta divennero tanto potenti da condizionare persino la vita e la politica dei re.
Il problema della povertà rimaneva. I mendicanti disturbavano anche quest’aristocrazia che continuava a preoccuparsi del dopo morte, ma, come i borghesi di un secolo prima, amava vivere indisturbata e agiata in questo mondo.
La soluzione che mercanti e artigiani avevano escogitato conteneva un elemento nuovo rispetto alla visione della Chiesa: la costrizione. S’è detto prima: i poveri inquadrati nella loro corporazione potevano mendicare, gli altri erano cacciati.
Le “case di lavoro”. Mendicanti da rinchiudere
Verso la seconda metà del 1400 aristocrazia e borghesia cittadina elaborarono una nuova soluzione che ancora usava la costrizione: le “case di lavoro”. In esse venivano a forza condotti i mendicanti; lì, controllati da apposito personale, dovevano imparare un mestiere sotto la guida di maestri di bottega; altri artigiani fornivano la materia prima e provvedevano a smerciare i manufatti. La soluzione andava a meraviglia per questi ultimi che avevano a disposizione manodopera disciplinata e sotto pagata. Appositi corpi di soldati vigilavano sulle vie della città per individuare nuovi mendicanti. Chi si rifiutava di entrare nelle case di lavoro era fustigato ed espulso. La situazione peggiorò ancora nel 1500-1600 quando era ormai diffuso il binomio mendicante uguale delinquente. Le autorità giudiziarie non andavano troppo per il sottile ed i processi erano piuttosto rapidi, le sentenze basate su semplici sospetti o su dicerie. I mendicanti abili al lavoro erano puniti con la fustigazione, talvolta marchiati con ferro rovente sulla fronte, mozzato loro l’orecchio; si arrivava anche alla impiccagione innalzando le forche nelle piazze dove solitamente più si riunivano a chiedere l’elemosina. La pena avrebbe dovuto terrorizzare e costituire da deterrente.
All’ozio come vizio faceva da contraltare l’esaltazione del lavoro in una società che si preparava alla rivoluzione industriale.
Espellere gli stranieri. Le Congregazioni di Carità
All’inizio del 1700 anche in Piemonte Vittorio Amedeo II avviava un progetto per risolvere il problema dei mendicanti. Il 6 agosto 1716 il re emanava un editto per “rinchiudere” i mendicanti ed il 31 dello stesso mese ordinava ai governatori delle provincie di espellere i mendicanti stranieri. Con l’editto del 19 maggio 1717 nascevano le Congregazione di Carità. Ogni centro urbano, anche i più piccoli, avrebbe avuto una congregazione. Lo scopo era di “ripulire” le vie dai mendicanti organizzando la carità così da sottrarla al controllo della Chiesa. Il tutto entrava in un progetto ben più vasto di centralizzazione del potere che mirava a ridurre libertà e privilegi delle comunità locali per meglio controllarle. L’editto non raggiunse pienamente il suo scopo. La politica repressiva di nuovo non risolse il problema e rimaneva sempre insoluta l’antica questione della distinzione tra poveri per necessità e poveri oziosi. Ancora nei tempi successivi, nonostante altre leggi del Regno d’Italia, le organizzazioni caritative legate alla Chiesa continuavano ad essere essenziali nel rispondere ai bisogni dei miseri.
A rileggere la storia della mendicità si scoprono molte analogie tra la situazione di quei secoli e quella attuale.
Tra queste le più evidenti sono la paura che lo straniero rubi i posti di lavoro, l’illusione che le pene sempre più pesanti e il sistema repressivo risolvano il problema; interventi che a poco servono se non si va alla radice della questione. Ancora una volta il passato avrebbe molto da insegnare a chi oggi ha responsabilità.
La parola chiave, anche nella complessità del mondo attuale, può essere educare, cosa che si può fare solo iniziando dalla scuola con una nuova alleanza tra genitori e insegnanti, dove tutti ritornino ad essere consapevoli che non si può scindere vita e sacrificio, che la conquista di un obiettivo costa impegno sostenuto dalla fatica.
L’origine del verbo educare sta nell’e – ducere, in latino condurre fuori. Condurre fuori dall’idea che si hanno solo diritti a cui non corrispondono doveri. È questa la strada indicata dalla nostra Costituzione ed è urgente percorrerla prima che le sole troppe pretese inneschino quel meccanismo in sé perverso che porta al declino di una civiltà con sofferenze inevitabili per tutti.
editoriale
(foto Pixabay)
I poveri nei primi secoli del cristianesimo
I poveri li avete sempre con voi. Così diceva circa 2000 anni fa un certo Gesù di Nazaret che, senza essere sociologo o economista, aveva colto nel segno.
Gli storici nei secoli seguenti si sono poi affaticati nello scoprire come gli uomini hanno vissuto quella presenza e bisogna dire che sono arrivati a conclusioni interessanti anche per i nostri tempi.
Nei primi mille anni dopo quell’affermazione i seguaci di Gesù ormai organizzati in una Chiesa istituzionalizzata diedero della povertà una loro spiegazione che avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo, poveri, ricchi e persino Dio creatore.
Nell’economia della creazione i poveri svolgevano una funzione ben precisa. La povertà in quanto apportatrice di sofferenze non era voluta da Dio, ma diventava strumento con il quale i benestanti attraverso la generosa e volontaria elemosina salvavano la propria anima.
Una parte della ricchezza, mai in verità condannata nemmeno da Gesù, costituiva la chiave del Paradiso in quanto la carità avrebbe ripagato le cattive azioni. In Paradiso in questo modo si sarebbero incontrati beneficati e benefattori, gli uni mezzi di salvezza per gli altri.
I poveri ai tempi della borghesia commerciale e artigiana
Intorno al 1200 e per circa duecento anni la concezione della povertà divenne più complessa. In varie parti d’Europa, compresa l’Italia soprattutto del centro nord, si affermava una nuova categoria sociale. Era la borghesia mercantile e artigiana. Gente che, diremmo oggi, s’era fatta da sé. Nuovi ricchi che rischiavano le ricchezze nei viaggi, nei commerci e nella produzione artigiana. Gente che accumulava capitali e che aspirava a contare nella politica per piegarla ai propri interessi.
A queste persone l’ozio era particolarmente inviso. Divenne il vizio più condannabile.
Di conseguenza diventava ancora più difficile distinguere la povertà per necessità da una povertà viziosa perché scelta per comodità oziosa. Ma la situazione si complicava ulteriormente.
Nelle campagne un cattivo raccolto portava all’indebitamento; la tappa successiva in genere era la mendicità. Molti contadini caduti in miseria erano attratti dalle città dove si ammassavano nei magazzini riserve di grano e le occasioni di lavoro erano più frequenti. Masse di poveri si riversarono nei centri urbani. Qui li aspettava spesso una vita altrettanto grama. Dovevano tra l’altro affrontare la diffidenza, se non l’ostilità, non solo dei poveri locali, ma anche di chi viveva al limite dalla povertà ai quali i nuovi arrivati sembravano venire a rubare posti di lavoro. Una famiglia troppo numerosa, un incendio che portava via la casa, una malattia che causava la perdita del lavoro, la morte del capofamiglia che sottraeva l’unica fonte di reddito: queste erano le cause più frequenti della povertà urbana.
La corporazione dei mendicanti
Accanto ai poveri per necessità c’erano poi quelli che sceglievano la mendicità perché in fin dei conti faceva loro comodo; non amavano la fatica, mal sopportavano la disciplina di un lavoro continuativo. Erano i poveri oziosi.
Insieme entrambi costituivano una massa vissuta come una minaccia per il quieto vivere della borghesia emergente che voleva sì salvarsi l’anima, ma anche garantirsi una vita tranquilla e agiata su questa terra e che si chiese come correre ai ripari.
L’unico modo che parve loro risolvere il problema a poco prezzo era di inquadrare tutti i poveri nelle strutture corporative che garantivano l’ordinata e redditizia vita economica della città. Bisognava sottrarre i poveri ad una mendicità considerata disordinata, fastidiosa e pericolosa. In alcune città ai poveri residenti fu concesso un certificato. Solamente chi ne fosse stato in possesso aveva diritto di mendicare; le guardie avrebbero espulso tutti i forestieri dal perimetro cittadino.
Nasceva la corporazione dei mendicanti, con uno statuto da osservarsi scrupolosamente per interesse di tutti i membri che erano riconoscibili da segni apposti sulle maniche degli abiti. A questi gli ospedali (l’ospedale svolgeva allora soprattutto la funzione di ospizio) garantivano un pasto al giorno e in caso di inabilità un ricovero. Sembrava una soluzione ottimale che però conteneva una debolezza interna perché divideva la categoria dei mendicanti facendo dei privilegiati oggetto di invidia da parte degli esclusi.
Il sistema funzionò a fasi alterne e non dappertutto per circa due secoli. La società era in rapido cambiamento. Già nella seconda metà del 1300 aveva preso avvio la formazione degli stati nazionali e le libere città se volevano sopravvivere dovevano affidarsi a nuovi padroni. Re e principi potenti incominciavano a dominare l’Europa. Anche l’economia stava cambiando in fretta. Nascevano strutture mercantili con orizzonti geografici più vasti per i quali necessitavano capitali cospicui da attingere presso le banche. Queste a loro volta divennero tanto potenti da condizionare persino la vita e la politica dei re.
Il problema della povertà rimaneva. I mendicanti disturbavano anche quest’aristocrazia che continuava a preoccuparsi del dopo morte, ma, come i borghesi di un secolo prima, amava vivere indisturbata e agiata in questo mondo.
La soluzione che mercanti e artigiani avevano escogitato conteneva un elemento nuovo rispetto alla visione della Chiesa: la costrizione. S’è detto prima: i poveri inquadrati nella loro corporazione potevano mendicare, gli altri erano cacciati.
Le “case di lavoro”. Mendicanti da rinchiudere
Verso la seconda metà del 1400 aristocrazia e borghesia cittadina elaborarono una nuova soluzione che ancora usava la costrizione: le “case di lavoro”. In esse venivano a forza condotti i mendicanti; lì, controllati da apposito personale, dovevano imparare un mestiere sotto la guida di maestri di bottega; altri artigiani fornivano la materia prima e provvedevano a smerciare i manufatti. La soluzione andava a meraviglia per questi ultimi che avevano a disposizione manodopera disciplinata e sotto pagata. Appositi corpi di soldati vigilavano sulle vie della città per individuare nuovi mendicanti. Chi si rifiutava di entrare nelle case di lavoro era fustigato ed espulso. La situazione peggiorò ancora nel 1500-1600 quando era ormai diffuso il binomio mendicante uguale delinquente. Le autorità giudiziarie non andavano troppo per il sottile ed i processi erano piuttosto rapidi, le sentenze basate su semplici sospetti o su dicerie. I mendicanti abili al lavoro erano puniti con la fustigazione, talvolta marchiati con ferro rovente sulla fronte, mozzato loro l’orecchio; si arrivava anche alla impiccagione innalzando le forche nelle piazze dove solitamente più si riunivano a chiedere l’elemosina. La pena avrebbe dovuto terrorizzare e costituire da deterrente.
All’ozio come vizio faceva da contraltare l’esaltazione del lavoro in una società che si preparava alla rivoluzione industriale.
Espellere gli stranieri. Le Congregazioni di Carità
All’inizio del 1700 anche in Piemonte Vittorio Amedeo II avviava un progetto per risolvere il problema dei mendicanti. Il 6 agosto 1716 il re emanava un editto per “rinchiudere” i mendicanti ed il 31 dello stesso mese ordinava ai governatori delle provincie di espellere i mendicanti stranieri. Con l’editto del 19 maggio 1717 nascevano le Congregazione di Carità. Ogni centro urbano, anche i più piccoli, avrebbe avuto una congregazione. Lo scopo era di “ripulire” le vie dai mendicanti organizzando la carità così da sottrarla al controllo della Chiesa. Il tutto entrava in un progetto ben più vasto di centralizzazione del potere che mirava a ridurre libertà e privilegi delle comunità locali per meglio controllarle. L’editto non raggiunse pienamente il suo scopo. La politica repressiva di nuovo non risolse il problema e rimaneva sempre insoluta l’antica questione della distinzione tra poveri per necessità e poveri oziosi. Ancora nei tempi successivi, nonostante altre leggi del Regno d’Italia, le organizzazioni caritative legate alla Chiesa continuavano ad essere essenziali nel rispondere ai bisogni dei miseri.
A rileggere la storia della mendicità si scoprono molte analogie tra la situazione di quei secoli e quella attuale.
Tra queste le più evidenti sono la paura che lo straniero rubi i posti di lavoro, l’illusione che le pene sempre più pesanti e il sistema repressivo risolvano il problema; interventi che a poco servono se non si va alla radice della questione. Ancora una volta il passato avrebbe molto da insegnare a chi oggi ha responsabilità.
La parola chiave, anche nella complessità del mondo attuale, può essere educare, cosa che si può fare solo iniziando dalla scuola con una nuova alleanza tra genitori e insegnanti, dove tutti ritornino ad essere consapevoli che non si può scindere vita e sacrificio, che la conquista di un obiettivo costa impegno sostenuto dalla fatica.
L’origine del verbo educare sta nell’e – ducere, in latino condurre fuori. Condurre fuori dall’idea che si hanno solo diritti a cui non corrispondono doveri. È questa la strada indicata dalla nostra Costituzione ed è urgente percorrerla prima che le sole troppe pretese inneschino quel meccanismo in sé perverso che porta al declino di una civiltà con sofferenze inevitabili per tutti.
La povertà: quale risposta a Cuneo nel corso dei secoli?
19 gennaio 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
I poveri nei primi secoli del cristianesimo
I poveri li avete sempre con voi. Così diceva circa 2000 anni fa un certo Gesù di Nazaret che, senza essere sociologo o economista, aveva colto nel segno.
Gli storici nei secoli seguenti si sono poi affaticati nello scoprire come gli uomini hanno vissuto quella presenza e bisogna dire che sono arrivati a conclusioni interessanti anche per i nostri tempi.
Nei primi mille anni dopo quell’affermazione i seguaci di Gesù ormai organizzati in una Chiesa istituzionalizzata diedero della povertà una loro spiegazione che avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo, poveri, ricchi e persino Dio creatore.
Nell’economia della creazione i poveri svolgevano una funzione ben precisa. La povertà in quanto apportatrice di sofferenze non era voluta da Dio, ma diventava strumento con il quale i benestanti attraverso la generosa e volontaria elemosina salvavano la propria anima.
Una parte della ricchezza, mai in verità condannata nemmeno da Gesù, costituiva la chiave del Paradiso in quanto la carità avrebbe ripagato le cattive azioni. In Paradiso in questo modo si sarebbero incontrati beneficati e benefattori, gli uni mezzi di salvezza per gli altri.
I poveri ai tempi della borghesia commerciale e artigiana
Intorno al 1200 e per circa duecento anni la concezione della povertà divenne più complessa. In varie parti d’Europa, compresa l’Italia soprattutto del centro nord, si affermava una nuova categoria sociale. Era la borghesia mercantile e artigiana. Gente che, diremmo oggi, s’era fatta da sé. Nuovi ricchi che rischiavano le ricchezze nei viaggi, nei commerci e nella produzione artigiana. Gente che accumulava capitali e che aspirava a contare nella politica per piegarla ai propri interessi.
A queste persone l’ozio era particolarmente inviso. Divenne il vizio più condannabile.
Di conseguenza diventava ancora più difficile distinguere la povertà per necessità da una povertà viziosa perché scelta per comodità oziosa. Ma la situazione si complicava ulteriormente.
Nelle campagne un cattivo raccolto portava all’indebitamento; la tappa successiva in genere era la mendicità. Molti contadini caduti in miseria erano attratti dalle città dove si ammassavano nei magazzini riserve di grano e le occasioni di lavoro erano più frequenti. Masse di poveri si riversarono nei centri urbani. Qui li aspettava spesso una vita altrettanto grama. Dovevano tra l’altro affrontare la diffidenza, se non l’ostilità, non solo dei poveri locali, ma anche di chi viveva al limite dalla povertà ai quali i nuovi arrivati sembravano venire a rubare posti di lavoro. Una famiglia troppo numerosa, un incendio che portava via la casa, una malattia che causava la perdita del lavoro, la morte del capofamiglia che sottraeva l’unica fonte di reddito: queste erano le cause più frequenti della povertà urbana.
La corporazione dei mendicanti
Accanto ai poveri per necessità c’erano poi quelli che sceglievano la mendicità perché in fin dei conti faceva loro comodo; non amavano la fatica, mal sopportavano la disciplina di un lavoro continuativo. Erano i poveri oziosi.
Insieme entrambi costituivano una massa vissuta come una minaccia per il quieto vivere della borghesia emergente che voleva sì salvarsi l’anima, ma anche garantirsi una vita tranquilla e agiata su questa terra e che si chiese come correre ai ripari.
L’unico modo che parve loro risolvere il problema a poco prezzo era di inquadrare tutti i poveri nelle strutture corporative che garantivano l’ordinata e redditizia vita economica della città. Bisognava sottrarre i poveri ad una mendicità considerata disordinata, fastidiosa e pericolosa. In alcune città ai poveri residenti fu concesso un certificato. Solamente chi ne fosse stato in possesso aveva diritto di mendicare; le guardie avrebbero espulso tutti i forestieri dal perimetro cittadino.
Nasceva la corporazione dei mendicanti, con uno statuto da osservarsi scrupolosamente per interesse di tutti i membri che erano riconoscibili da segni apposti sulle maniche degli abiti. A questi gli ospedali (l’ospedale svolgeva allora soprattutto la funzione di ospizio) garantivano un pasto al giorno e in caso di inabilità un ricovero. Sembrava una soluzione ottimale che però conteneva una debolezza interna perché divideva la categoria dei mendicanti facendo dei privilegiati oggetto di invidia da parte degli esclusi.
Il sistema funzionò a fasi alterne e non dappertutto per circa due secoli. La società era in rapido cambiamento. Già nella seconda metà del 1300 aveva preso avvio la formazione degli stati nazionali e le libere città se volevano sopravvivere dovevano affidarsi a nuovi padroni. Re e principi potenti incominciavano a dominare l’Europa. Anche l’economia stava cambiando in fretta. Nascevano strutture mercantili con orizzonti geografici più vasti per i quali necessitavano capitali cospicui da attingere presso le banche. Queste a loro volta divennero tanto potenti da condizionare persino la vita e la politica dei re.
Il problema della povertà rimaneva. I mendicanti disturbavano anche quest’aristocrazia che continuava a preoccuparsi del dopo morte, ma, come i borghesi di un secolo prima, amava vivere indisturbata e agiata in questo mondo.
La soluzione che mercanti e artigiani avevano escogitato conteneva un elemento nuovo rispetto alla visione della Chiesa: la costrizione. S’è detto prima: i poveri inquadrati nella loro corporazione potevano mendicare, gli altri erano cacciati.
Le “case di lavoro”. Mendicanti da rinchiudere
Verso la seconda metà del 1400 aristocrazia e borghesia cittadina elaborarono una nuova soluzione che ancora usava la costrizione: le “case di lavoro”. In esse venivano a forza condotti i mendicanti; lì, controllati da apposito personale, dovevano imparare un mestiere sotto la guida di maestri di bottega; altri artigiani fornivano la materia prima e provvedevano a smerciare i manufatti. La soluzione andava a meraviglia per questi ultimi che avevano a disposizione manodopera disciplinata e sotto pagata. Appositi corpi di soldati vigilavano sulle vie della città per individuare nuovi mendicanti. Chi si rifiutava di entrare nelle case di lavoro era fustigato ed espulso. La situazione peggiorò ancora nel 1500-1600 quando era ormai diffuso il binomio mendicante uguale delinquente. Le autorità giudiziarie non andavano troppo per il sottile ed i processi erano piuttosto rapidi, le sentenze basate su semplici sospetti o su dicerie. I mendicanti abili al lavoro erano puniti con la fustigazione, talvolta marchiati con ferro rovente sulla fronte, mozzato loro l’orecchio; si arrivava anche alla impiccagione innalzando le forche nelle piazze dove solitamente più si riunivano a chiedere l’elemosina. La pena avrebbe dovuto terrorizzare e costituire da deterrente.
All’ozio come vizio faceva da contraltare l’esaltazione del lavoro in una società che si preparava alla rivoluzione industriale.
Espellere gli stranieri. Le Congregazioni di Carità
All’inizio del 1700 anche in Piemonte Vittorio Amedeo II avviava un progetto per risolvere il problema dei mendicanti. Il 6 agosto 1716 il re emanava un editto per “rinchiudere” i mendicanti ed il 31 dello stesso mese ordinava ai governatori delle provincie di espellere i mendicanti stranieri. Con l’editto del 19 maggio 1717 nascevano le Congregazione di Carità. Ogni centro urbano, anche i più piccoli, avrebbe avuto una congregazione. Lo scopo era di “ripulire” le vie dai mendicanti organizzando la carità così da sottrarla al controllo della Chiesa. Il tutto entrava in un progetto ben più vasto di centralizzazione del potere che mirava a ridurre libertà e privilegi delle comunità locali per meglio controllarle. L’editto non raggiunse pienamente il suo scopo. La politica repressiva di nuovo non risolse il problema e rimaneva sempre insoluta l’antica questione della distinzione tra poveri per necessità e poveri oziosi. Ancora nei tempi successivi, nonostante altre leggi del Regno d’Italia, le organizzazioni caritative legate alla Chiesa continuavano ad essere essenziali nel rispondere ai bisogni dei miseri.
A rileggere la storia della mendicità si scoprono molte analogie tra la situazione di quei secoli e quella attuale.
Tra queste le più evidenti sono la paura che lo straniero rubi i posti di lavoro, l’illusione che le pene sempre più pesanti e il sistema repressivo risolvano il problema; interventi che a poco servono se non si va alla radice della questione. Ancora una volta il passato avrebbe molto da insegnare a chi oggi ha responsabilità.
La parola chiave, anche nella complessità del mondo attuale, può essere educare, cosa che si può fare solo iniziando dalla scuola con una nuova alleanza tra genitori e insegnanti, dove tutti ritornino ad essere consapevoli che non si può scindere vita e sacrificio, che la conquista di un obiettivo costa impegno sostenuto dalla fatica.
L’origine del verbo educare sta nell’e – ducere, in latino condurre fuori. Condurre fuori dall’idea che si hanno solo diritti a cui non corrispondono doveri. È questa la strada indicata dalla nostra Costituzione ed è urgente percorrerla prima che le sole troppe pretese inneschino quel meccanismo in sé perverso che porta al declino di una civiltà con sofferenze inevitabili per tutti.