editoriale

Giornalista

18 gennaio 2025

Cuneo

Cecilia Sala è una giornalista di 29 anni. Ha svolto il suo lavoro in molti luoghi, come Venezuela, Cile, Afghanistan, Ucraina e infine Iran, dove è stata arrestata il 19 dicembre scorso e poi liberata l’8 gennaio, dal terribile carcere di Evin. Essere giornalista significa essenzialmente osservare e raccontare quello che si osserva; parlare con le persone e riferire cosa dicono. E questo gestodell’esserci per raccontare è importante sempre, ma tanto più quando i fatti avvengono in luoghi lontani, dove i regimi occultano la verità  e reprimono la libertà di parola. È un gesto - quell’esserci per raccontare - che si compie perché il mondo sappia, perché l’opinione pubblica sia informata, per pungolare la nostra coscienza che se ne sta comoda dentro il proprio privilegio. Nell’intervista rilasciata a Mario Calabresi per il podcast “Stories”, ascoltabile su Spotify, Cecilia si commuove più volte e non solo quando rievoca i momenti più duri dei 21 giorni di prigionia. La voce le trema quando parla di Farzaneh, la sua compagna di cella, che è rimasta là e che nessuno si impegnerà a liberare. La voce le trema quando pensa alle donne iraniane che ha conosciuto, che vorrebbero essere libere. Un singhiozzo le si ferma nella gola quando dice che amerà l’Iran per sempre, perché l’Iran non è la Repubblica Islamica, ma il paese dove abitano le splendide persone che ha incontrato e che ha cercato di raccontarci, che amano la vita, come noi, ma non hanno la libertà di viverla, come invece è dato a noi di poter fare. Cecilia Sala crede in quello che fa e per quello in cui crede ha scelto di correre dei rischi. Altri prima di lei, che credevano in valori come verità e giustizia, non solo giornalisti, ma anche missionari, o giudici come Falcone e Borsellino per esempio, hanno messo al primo posto quello in cui credevano e in secondo piano la loro sicurezza. 
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