Borgo San Dalmazzo - Presepio in Santa Croce
Ce lo diciamo tutti gli anni, che “ormai il Natale è diventato una festa esteriore, solo commerciale”. Come per tante altre nostre lamentele, che affondano le radici nella notte dei tempi, più o meno sempre uguali, è bello scoprire che non siamo stati i primi a pensarlo. Anzi, pare proprio che il primo a polemizzare contro una sacralizzazione esteriore del Natale lo abbia fatto nei primi anni di cristianesimo.
Infatti uno dei due evangelisti che ci narrano la nascita di Gesù, Luca, fa un lavoro ben particolare, che non appena ci hanno fatto notare non possiamo più dimenticare. Racconta infatti due annunciazioni, nascite, crescite.
Da una parte abbiamo un angelo che appare a un sacerdote anziano, sposato a una donna di stirpe sacerdotale, senza figli. Appare, anonimo, nel Santo dei Santi, nel luogo più sacro della terra, dove solo un sacerdote può entrare, alla destra dell’altare. Annuncia a Zaccaria l’esaudimento delle sue decennali preghiere con il concepimento di un figlio. E siccome l’anziano si mostra appena perplesso («Come posso conoscere questo?»), viene punito e resta muto.
Dall’altra parte l’angelo ha un nome, quasi fosse più alla mano, meno solenne. E non appare, ma “entra” in una casa di un paese mai sentito citare prima, per incontrare una giovane promessa sposa. Loro due soli. E il saluto è vero che può essere tradotto con “Rallegrati”, ma era la formula di saluto più comune tra le persone, come il latino “Ave” che resta nella nostra preghiera. Quando poi l’angelo le spiega in che cosa è stata beneficata (una gravidanza che non aveva chiesto né ancora preventivato), lei reagisce con una domanda ben più dura: «Come è possibile questo?», e l’angelo, lungi dal punirla, le spiega che a Dio niente è impossibile e le porta delle prove. D’altronde, ammettiamolo, si rischia molto di più a prevedere una gravidanza per una donna anziana sposata da decenni che per una giovane che sta per andare a vivere con il suo fidanzato…
E il confronto prosegue: alla nascita l’uno è accolto dalla gioia di amici e parenti, si sceglie il nome che, a sorpresa, non è stato usato da altri della famiglia ma vede d’accordo padre e madre, e a quel punto anche la lingua di Zaccaria si scioglie di nuovo. L’altro, invece, deve nascere in esilio, rifiutato da tutti, e vede a fare festa intorno a lui solo dei pastori, che ci possono fare molta tenerezza ma che erano considerati impuri, costretti come erano a vivere con le bestie e la vita delle bestie. E, ancora, l’uno vivrà da anacoreta già da ragazzo, l’altro si perde nel tempio, risponde male alla madre ma poi fa una vita normale da apprendista carpentiere.
Pare proprio che Luca lo faccia apposta: da una parte abbiamo una vicenda perfetta, sacra, ineccepibile, con tutti i crismi della perfezione, dall’altra una vicenda quasi banale, scontata, quotidiana, addirittura piena di ambiguità. Chi di noi, infatti, crederebbe ad una giovane donna che ci dicesse di essere rimasta incinta mentre era da sola in casa, dopo aver parlato con un angelo? Eppure, da una parte abbiamo “il più grande dei figli dell’uomo” (non è certo nulla di cattivo o rimproverabile…), ma dall’altra, dalla parte senza nobiltà né solennità, c’è Dio.
La scoperta che l’Altissimo sceglie di entrare nelle umanità più umili, imperfette, ambivalenti, conforta le nostre vite, che non sono mai perfette. E allora, come aveva provato a fare San Francesco con il presepio vivente, come fanno molti di noi in questi giorni, possiamo andare a rintracciare Dio non nella solennità della perfezione religiosa (che resta buona), ma nella umanità più povera, piccola, imprecisa, ambigua, come di solito siamo noi.
editoriale
Borgo San Dalmazzo - Presepio in Santa Croce
Ce lo diciamo tutti gli anni, che “ormai il Natale è diventato una festa esteriore, solo commerciale”. Come per tante altre nostre lamentele, che affondano le radici nella notte dei tempi, più o meno sempre uguali, è bello scoprire che non siamo stati i primi a pensarlo. Anzi, pare proprio che il primo a polemizzare contro una sacralizzazione esteriore del Natale lo abbia fatto nei primi anni di cristianesimo.
Infatti uno dei due evangelisti che ci narrano la nascita di Gesù, Luca, fa un lavoro ben particolare, che non appena ci hanno fatto notare non possiamo più dimenticare. Racconta infatti due annunciazioni, nascite, crescite.
Da una parte abbiamo un angelo che appare a un sacerdote anziano, sposato a una donna di stirpe sacerdotale, senza figli. Appare, anonimo, nel Santo dei Santi, nel luogo più sacro della terra, dove solo un sacerdote può entrare, alla destra dell’altare. Annuncia a Zaccaria l’esaudimento delle sue decennali preghiere con il concepimento di un figlio. E siccome l’anziano si mostra appena perplesso («Come posso conoscere questo?»), viene punito e resta muto.
Dall’altra parte l’angelo ha un nome, quasi fosse più alla mano, meno solenne. E non appare, ma “entra” in una casa di un paese mai sentito citare prima, per incontrare una giovane promessa sposa. Loro due soli. E il saluto è vero che può essere tradotto con “Rallegrati”, ma era la formula di saluto più comune tra le persone, come il latino “Ave” che resta nella nostra preghiera. Quando poi l’angelo le spiega in che cosa è stata beneficata (una gravidanza che non aveva chiesto né ancora preventivato), lei reagisce con una domanda ben più dura: «Come è possibile questo?», e l’angelo, lungi dal punirla, le spiega che a Dio niente è impossibile e le porta delle prove. D’altronde, ammettiamolo, si rischia molto di più a prevedere una gravidanza per una donna anziana sposata da decenni che per una giovane che sta per andare a vivere con il suo fidanzato…
E il confronto prosegue: alla nascita l’uno è accolto dalla gioia di amici e parenti, si sceglie il nome che, a sorpresa, non è stato usato da altri della famiglia ma vede d’accordo padre e madre, e a quel punto anche la lingua di Zaccaria si scioglie di nuovo. L’altro, invece, deve nascere in esilio, rifiutato da tutti, e vede a fare festa intorno a lui solo dei pastori, che ci possono fare molta tenerezza ma che erano considerati impuri, costretti come erano a vivere con le bestie e la vita delle bestie. E, ancora, l’uno vivrà da anacoreta già da ragazzo, l’altro si perde nel tempio, risponde male alla madre ma poi fa una vita normale da apprendista carpentiere.
Pare proprio che Luca lo faccia apposta: da una parte abbiamo una vicenda perfetta, sacra, ineccepibile, con tutti i crismi della perfezione, dall’altra una vicenda quasi banale, scontata, quotidiana, addirittura piena di ambiguità. Chi di noi, infatti, crederebbe ad una giovane donna che ci dicesse di essere rimasta incinta mentre era da sola in casa, dopo aver parlato con un angelo? Eppure, da una parte abbiamo “il più grande dei figli dell’uomo” (non è certo nulla di cattivo o rimproverabile…), ma dall’altra, dalla parte senza nobiltà né solennità, c’è Dio.
La scoperta che l’Altissimo sceglie di entrare nelle umanità più umili, imperfette, ambivalenti, conforta le nostre vite, che non sono mai perfette. E allora, come aveva provato a fare San Francesco con il presepio vivente, come fanno molti di noi in questi giorni, possiamo andare a rintracciare Dio non nella solennità della perfezione religiosa (che resta buona), ma nella umanità più povera, piccola, imprecisa, ambigua, come di solito siamo noi.
Dio si manifesta nella umanità più povera, piccola, imprecisa, come di solito siamo noi
25 dicembre 2024
Cuneo
Borgo San Dalmazzo - Presepio in Santa Croce
Ce lo diciamo tutti gli anni, che “ormai il Natale è diventato una festa esteriore, solo commerciale”. Come per tante altre nostre lamentele, che affondano le radici nella notte dei tempi, più o meno sempre uguali, è bello scoprire che non siamo stati i primi a pensarlo. Anzi, pare proprio che il primo a polemizzare contro una sacralizzazione esteriore del Natale lo abbia fatto nei primi anni di cristianesimo.
Infatti uno dei due evangelisti che ci narrano la nascita di Gesù, Luca, fa un lavoro ben particolare, che non appena ci hanno fatto notare non possiamo più dimenticare. Racconta infatti due annunciazioni, nascite, crescite.
Da una parte abbiamo un angelo che appare a un sacerdote anziano, sposato a una donna di stirpe sacerdotale, senza figli. Appare, anonimo, nel Santo dei Santi, nel luogo più sacro della terra, dove solo un sacerdote può entrare, alla destra dell’altare. Annuncia a Zaccaria l’esaudimento delle sue decennali preghiere con il concepimento di un figlio. E siccome l’anziano si mostra appena perplesso («Come posso conoscere questo?»), viene punito e resta muto.
Dall’altra parte l’angelo ha un nome, quasi fosse più alla mano, meno solenne. E non appare, ma “entra” in una casa di un paese mai sentito citare prima, per incontrare una giovane promessa sposa. Loro due soli. E il saluto è vero che può essere tradotto con “Rallegrati”, ma era la formula di saluto più comune tra le persone, come il latino “Ave” che resta nella nostra preghiera. Quando poi l’angelo le spiega in che cosa è stata beneficata (una gravidanza che non aveva chiesto né ancora preventivato), lei reagisce con una domanda ben più dura: «Come è possibile questo?», e l’angelo, lungi dal punirla, le spiega che a Dio niente è impossibile e le porta delle prove. D’altronde, ammettiamolo, si rischia molto di più a prevedere una gravidanza per una donna anziana sposata da decenni che per una giovane che sta per andare a vivere con il suo fidanzato…
E il confronto prosegue: alla nascita l’uno è accolto dalla gioia di amici e parenti, si sceglie il nome che, a sorpresa, non è stato usato da altri della famiglia ma vede d’accordo padre e madre, e a quel punto anche la lingua di Zaccaria si scioglie di nuovo. L’altro, invece, deve nascere in esilio, rifiutato da tutti, e vede a fare festa intorno a lui solo dei pastori, che ci possono fare molta tenerezza ma che erano considerati impuri, costretti come erano a vivere con le bestie e la vita delle bestie. E, ancora, l’uno vivrà da anacoreta già da ragazzo, l’altro si perde nel tempio, risponde male alla madre ma poi fa una vita normale da apprendista carpentiere.
Pare proprio che Luca lo faccia apposta: da una parte abbiamo una vicenda perfetta, sacra, ineccepibile, con tutti i crismi della perfezione, dall’altra una vicenda quasi banale, scontata, quotidiana, addirittura piena di ambiguità. Chi di noi, infatti, crederebbe ad una giovane donna che ci dicesse di essere rimasta incinta mentre era da sola in casa, dopo aver parlato con un angelo? Eppure, da una parte abbiamo “il più grande dei figli dell’uomo” (non è certo nulla di cattivo o rimproverabile…), ma dall’altra, dalla parte senza nobiltà né solennità, c’è Dio.
La scoperta che l’Altissimo sceglie di entrare nelle umanità più umili, imperfette, ambivalenti, conforta le nostre vite, che non sono mai perfette. E allora, come aveva provato a fare San Francesco con il presepio vivente, come fanno molti di noi in questi giorni, possiamo andare a rintracciare Dio non nella solennità della perfezione religiosa (che resta buona), ma nella umanità più povera, piccola, imprecisa, ambigua, come di solito siamo noi.