(foto Pixabay)
Stiamo per concludere l’Avvento, il tempo dell’attesa. Per il Natale, la tradizione e la liturgia hanno strutturato in quattro settimane quella che è comunque un’esperienza umana molto diffusa e intuibile. I grandi avvenimenti della nostra vita, quando sono programmati (e quindi, normalmente, scelti e lieti), sono segnati, in un modo o nell’altro, dal “conto alla rovescia”: basterebbe entrare in una qualunque aula scolastica nell’ultimo mese di scuola!
È tuttavia paradossale che uno dei brani che la liturgia prevede in questo cammino sembrerebbe contraddire l’attesa.
Si tratta di uno dei tanti brani memorabili del profeta Isaia, o per meglio dire di chi si è nascosto dietro a quel profeta, allungandogli il libro con pagine delicate e sognanti.
«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!» (Is 43,18). Ma come? Come si può arrivare ad una affermazione del genere, all’interno di una tradizione religiosa che parte dalla storia e quindi invita proprio, al contrario, a non dimenticare, a richiamare sempre? È quel mondo spirituale che non ha voluto vivere i riti come congelamento di ciò che non cambia mai, fuori dal tempo, ma al contrario ha voluto che li vivessimo come ripresa e attualizzazione di ciò che è successo una volta, nella storia, e quindi è definitivo. Ci sembra veramente un invito assurdo, che tra l’altro risentiamo proprio rileggendo pagine scritte duemilacinquecento anni fa!
Mentre però ci pensiamo, ci rendiamo conto che l’autore biblico è stato più astuto di noi. È come quando qualcuno che cammina al nostro fianco per strada si irrigidisce e ci sussurra: “Non voltarti indietro!”. E noi, ovviamente, proprio perché invitati a non farlo, iniziamo a morire dalla irresistibile voglia di vedere ciò che non dobbiamo guardare! Se non ci avesse detto niente, non ci sarebbe mai venuta l’idea di girarci.
Isaia, allora, con il suo stravagante invito, ci richiama esattamente a ciò che il Signore ha già fatto in passato per noi, per il suo popolo, per l’umanità. È lì che affondano le radici che permettono al profeta di proseguire: «Ecco, faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».
Proprio perché abbiamo lo sguardo preparato dalla storia possiamo vedere il nuovo che nella storia accade. Siccome sappiamo ciò che Dio ha fatto un tempo per salvarci, siamo pronti a vedere nuove azioni di grazia. E allora, anche chi non sopporta le liturgie natalizie (e non parlo di quelle in chiesa, dove si può non andare, ma tutto ciò che ci gira intorno ovunque), può riconoscere che il loro ritornare identiche, “perché si è sempre fatto così”, può essere la radice per scoprire davvero una nuova presenza di Dio che viene nel nostro quotidiano: «sta già germogliando, non lo vedi?».
Isaia, facendo finta di invitarci a non ricordare, ci stimola a vedere il nuovo e bello che sboccia adesso. E che, come quel “neonato avvolto in fasce”, può sembrarci tanto banale da non vederlo. Isaia continua, a così tanti secoli di distanza, a invitarci ad aprire gli occhi e prepararli alle sorprese di vita che Dio continua a donarci.
editoriale
(foto Pixabay)
Stiamo per concludere l’Avvento, il tempo dell’attesa. Per il Natale, la tradizione e la liturgia hanno strutturato in quattro settimane quella che è comunque un’esperienza umana molto diffusa e intuibile. I grandi avvenimenti della nostra vita, quando sono programmati (e quindi, normalmente, scelti e lieti), sono segnati, in un modo o nell’altro, dal “conto alla rovescia”: basterebbe entrare in una qualunque aula scolastica nell’ultimo mese di scuola!
È tuttavia paradossale che uno dei brani che la liturgia prevede in questo cammino sembrerebbe contraddire l’attesa.
Si tratta di uno dei tanti brani memorabili del profeta Isaia, o per meglio dire di chi si è nascosto dietro a quel profeta, allungandogli il libro con pagine delicate e sognanti.
«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!» (Is 43,18). Ma come? Come si può arrivare ad una affermazione del genere, all’interno di una tradizione religiosa che parte dalla storia e quindi invita proprio, al contrario, a non dimenticare, a richiamare sempre? È quel mondo spirituale che non ha voluto vivere i riti come congelamento di ciò che non cambia mai, fuori dal tempo, ma al contrario ha voluto che li vivessimo come ripresa e attualizzazione di ciò che è successo una volta, nella storia, e quindi è definitivo. Ci sembra veramente un invito assurdo, che tra l’altro risentiamo proprio rileggendo pagine scritte duemilacinquecento anni fa!
Mentre però ci pensiamo, ci rendiamo conto che l’autore biblico è stato più astuto di noi. È come quando qualcuno che cammina al nostro fianco per strada si irrigidisce e ci sussurra: “Non voltarti indietro!”. E noi, ovviamente, proprio perché invitati a non farlo, iniziamo a morire dalla irresistibile voglia di vedere ciò che non dobbiamo guardare! Se non ci avesse detto niente, non ci sarebbe mai venuta l’idea di girarci.
Isaia, allora, con il suo stravagante invito, ci richiama esattamente a ciò che il Signore ha già fatto in passato per noi, per il suo popolo, per l’umanità. È lì che affondano le radici che permettono al profeta di proseguire: «Ecco, faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».
Proprio perché abbiamo lo sguardo preparato dalla storia possiamo vedere il nuovo che nella storia accade. Siccome sappiamo ciò che Dio ha fatto un tempo per salvarci, siamo pronti a vedere nuove azioni di grazia. E allora, anche chi non sopporta le liturgie natalizie (e non parlo di quelle in chiesa, dove si può non andare, ma tutto ciò che ci gira intorno ovunque), può riconoscere che il loro ritornare identiche, “perché si è sempre fatto così”, può essere la radice per scoprire davvero una nuova presenza di Dio che viene nel nostro quotidiano: «sta già germogliando, non lo vedi?».
Isaia, facendo finta di invitarci a non ricordare, ci stimola a vedere il nuovo e bello che sboccia adesso. E che, come quel “neonato avvolto in fasce”, può sembrarci tanto banale da non vederlo. Isaia continua, a così tanti secoli di distanza, a invitarci ad aprire gli occhi e prepararli alle sorprese di vita che Dio continua a donarci.
Proprio perché abbiamo lo sguardo preparato dalla storia possiamo vedere il nuovo che nella storia accade
22 dicembre 2024
Cuneo
(foto Pixabay)
Stiamo per concludere l’Avvento, il tempo dell’attesa. Per il Natale, la tradizione e la liturgia hanno strutturato in quattro settimane quella che è comunque un’esperienza umana molto diffusa e intuibile. I grandi avvenimenti della nostra vita, quando sono programmati (e quindi, normalmente, scelti e lieti), sono segnati, in un modo o nell’altro, dal “conto alla rovescia”: basterebbe entrare in una qualunque aula scolastica nell’ultimo mese di scuola!
È tuttavia paradossale che uno dei brani che la liturgia prevede in questo cammino sembrerebbe contraddire l’attesa.
Si tratta di uno dei tanti brani memorabili del profeta Isaia, o per meglio dire di chi si è nascosto dietro a quel profeta, allungandogli il libro con pagine delicate e sognanti.
«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!» (Is 43,18). Ma come? Come si può arrivare ad una affermazione del genere, all’interno di una tradizione religiosa che parte dalla storia e quindi invita proprio, al contrario, a non dimenticare, a richiamare sempre? È quel mondo spirituale che non ha voluto vivere i riti come congelamento di ciò che non cambia mai, fuori dal tempo, ma al contrario ha voluto che li vivessimo come ripresa e attualizzazione di ciò che è successo una volta, nella storia, e quindi è definitivo. Ci sembra veramente un invito assurdo, che tra l’altro risentiamo proprio rileggendo pagine scritte duemilacinquecento anni fa!
Mentre però ci pensiamo, ci rendiamo conto che l’autore biblico è stato più astuto di noi. È come quando qualcuno che cammina al nostro fianco per strada si irrigidisce e ci sussurra: “Non voltarti indietro!”. E noi, ovviamente, proprio perché invitati a non farlo, iniziamo a morire dalla irresistibile voglia di vedere ciò che non dobbiamo guardare! Se non ci avesse detto niente, non ci sarebbe mai venuta l’idea di girarci.
Isaia, allora, con il suo stravagante invito, ci richiama esattamente a ciò che il Signore ha già fatto in passato per noi, per il suo popolo, per l’umanità. È lì che affondano le radici che permettono al profeta di proseguire: «Ecco, faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».
Proprio perché abbiamo lo sguardo preparato dalla storia possiamo vedere il nuovo che nella storia accade. Siccome sappiamo ciò che Dio ha fatto un tempo per salvarci, siamo pronti a vedere nuove azioni di grazia. E allora, anche chi non sopporta le liturgie natalizie (e non parlo di quelle in chiesa, dove si può non andare, ma tutto ciò che ci gira intorno ovunque), può riconoscere che il loro ritornare identiche, “perché si è sempre fatto così”, può essere la radice per scoprire davvero una nuova presenza di Dio che viene nel nostro quotidiano: «sta già germogliando, non lo vedi?».
Isaia, facendo finta di invitarci a non ricordare, ci stimola a vedere il nuovo e bello che sboccia adesso. E che, come quel “neonato avvolto in fasce”, può sembrarci tanto banale da non vederlo. Isaia continua, a così tanti secoli di distanza, a invitarci ad aprire gli occhi e prepararli alle sorprese di vita che Dio continua a donarci.