editoriale

Il macabro balletto delle COP intorno alla salute del Pianeta

21 dicembre 2024

Cuneo

Pianeta Terra (foto Pixabay) (foto Pixabay) Non sfugge più a nessuno che il nostro Pianeta stia soffrendo. Lo vediamo con i nostri stessi occhi e ce lo ricordano costantemente gli esperti del clima con i loro studi, le loro ricerche e i loro continui campanelli d’allarme. Al riguardo, in questa fine anno, si sono susseguiti, sotto l’egida dell’ONU, i vari incontri mondiali delle COP (Conferenza delle Parti) per cercare di adottare strategie e misure concrete per dare respiro e futuro alla Terra. Ad inizio novembre si è tenuta a Cali, in Colombia, la COP 16 sulla Biodiversità. L’obiettivo era quello di prendere e di rispettare impegni finanziari per frenare l’accelerazione della perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi a livello globale. Erano attesi impegni finanziari a favore dei Paesi più svantaggiati e del Fondo globale per la Biodiversità. Ma a Cali, non è stato raggiunto nessun accordo e i fondi messi a disposizione sono pari ad una goccia nel mare a fronte di urgenti necessità. L’ultimo rapporto del Living Planet (WWF) dice ad esempio, che negli ultimi cinquant’anni, abbiamo perso il 73% della popolazione animale del pianeta. A fine novembre si è tenuta a Baku, in Azerbaijan, la COP 29 sui cambiamenti climatici. Chiamata anch’essa a prendere seri impegni finanziari per la transizione energetica dei Paesi più poveri e in difficoltà, ha raggiunto con difficoltà la somma di 300 miliardi all’anno fino al 2035. Altra irrisoria goccia nel mare a fronte delle emergenze globali, con l’aggravante che il punto relativo all’uscita dai combustibili fossili è sparito dai comunicati finali della Conferenza. Il primo dicembre si è concluso a Busan, nella Corea del Sud, un Vertice intergovernativo volto a raggiungere un accordo globale sulla plastica (Global Plastic Treaty), un Trattato giuridicamente vincolante contro l’inquinamento della plastica e volto a proteggere non solo la salute umana, ma anche gli ecosistemi e la biodiversità.  Purtroppo, la decisione finale e gli impegni da prendere sono stati rimandati ad un prossimo Vertice, viste le forti reticenze al riguardo dei Paesi produttori di fossili, da cui proviene la plastica, in particolare Russia, Iran e Arabia Saudita. Ed infine, è proprio in Arabia Saudita che si è svolta in questi ultimi giorni, dal 2 al 13 dicembre, la COP 16 sulla desertificazione, o COP del suolo. In gioco, anche qui, la stabilità del nostro Pianeta, i cui suoli sono in continuo degrado, mettendo a rischio la produzione di cibo, i sistemi idrici, le materie prime, la biodiversità e i servizi ecosistemici. Sul tavolo dei 197 Paesi partecipanti alla COP, un rapporto che indica l’urgenza di ripristinare circa 1,5 miliardi di ettari di terre entro la fine del decennio e di costruire la resilienza alla siccità. Sottolinea inoltre che la grave carenza d’acqua è aumentata del 30% dal 2000 ad oggi, dovuta ai cambiamenti climatici e allo sfruttamento insostenibile del suolo. Se, come si legge nel comunicato finale, è stato fatto un piccolissimo passo avanti negli ingenti impegni finanziari necessari per fermare la desertificazione e la siccità, altra goccia nel mare, anche la COP del suolo ha rinviato le sue decisioni alla prossima COP 17 che si terrà in Mongolia. Il Pianeta, anche se in continuo degrado, può aspettare...non si sa fino a quando.
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