editoriale

Il difficile tema dell’accoglienza del forestiero nella Bibbia e oggi

01 dicembre 2024

Cuneo

Migranti (Foto Ansa/Agensir) (Foto Ansa/Agensir) Torniamo ancora sul tema dell’accoglienza del forestiero, del lontano, del diverso. In fondo, sono tutti aspetti collegati, e hanno a che vedere con le nostre paure ancestrali, che ci venga strappato il luogo in cui viviamo, il modo che abbiamo consolidato di comportarci, di poter dare per scontati alcuni aspetti della nostra esistenza. Il nuovo ci stimola, soprattutto quando siamo giovani, ma nello stesso tempo ci scomoda, ci costringe a ripensarci, a rimetterci in discussione, e questo ci spaventa, soprattutto quando ci siamo un po’ consolidati e sistemati; quando siamo invecchiati dentro, insomma. E allora non importa che il nuovo siano altre persone sconosciute che arrivano via mare su barconi che cadono a pezzi o il vicino di casa appena trasferito, che sia uno strumento tecnologico (non c’è innovazione che non causi timori apocalittici) o stili di vita o alimentari che non sono tradizionali. Il mondo della Bibbia, e soprattutto del Primo Testamento, conosce molto bene questo timore, che peraltro, nel contesto del Vicino Oriente di duemila o tremila anni fa, davvero comportava la fondata paura di subire pesanti violenze o perdere la vita, dal momento che spesso il forestiero arrivava armato e aggressivo. Non è difficile comprendere come soprattutto su quello sfondo ci possano essere pagine anche molto dure e violente contro “gli altri”, anche in un testo come la Bibbia. Insieme, però, ci sono tanti richiami ad accogliere il forestiero, e questo richiamo viene spesso motivato. Non è scontato che si diano delle ragioni agli appelli morali: gran parte del decalogo, per esempio, non è giustificato se non dal volere divino: «Non uccidere, non rubare, non sparlare del prossimo». Perché? Non c’è bisogno di spiegare. L’appello ad avere misericordia del forestiero, invece, è spesso argomentato a partire dall’esperienza del popolo ebraico stesso: «Perché anche voi siete stati forestieri in Egitto». A prima vista, potrebbe anche sembrare una giustificazione: in Egitto gli ebrei erano stati sì dapprima accolti, grazie a Giuseppe, ma poi sfruttati a lungo e, dopo la fuga, inseguiti per essere uccisi. Si sarebbe quasi potuto dire che quella sofferenza subita poteva diventare l’alibi per infliggere simili mali ad altri. Quella esperienza viene invece utilizzata per motivare l’accoglienza, in quanto la logica non è di giustizia vendicativa, ma di immedesimazione: hai provato l’esperienza, sai che cosa significa, non infliggerla ad altri. Vale a dire che il ragionamento comporta un profondo sentimento di empatia, di mettersi nei panni del forestiero. Chi ascolta l’appello divino, allora, non è semplicemente invitato all’obbedienza, ma a cogliere l’umanità di chi ha davanti, farla propria, provare a pensare con il suo cuore. Non si viene richiamati a rispettare un ordine divino, ma a vedere in chi si ha di fronte un proprio fratello e sorella, anche se le parole utilizzate non sono quelle. L’invito è a riconoscere l’umanità che si ha in comune. Questa prospettiva è probabilmente ciò che ci aiuta a trovare anche equilibrio nelle scelte, nelle valutazioni. L’obiezione più diffusa all’accoglienza dei migranti, ad esempio, è che “non possiamo aprire le porte a tutti”, il che ha sicuramente un fondo di verità. Ma se vedo nell’altro un essere umano simile a me, sono più facilmente stimolato a trovare soluzioni praticabili per tutti (forse per un fratello non cedo la mia casa, andando a vivere io per strada, ma magari scopro che posso riservare una stanza o un angolo anche per lui). Non è un caso che chi punta al rifiuto cerchi di disumanizzare chi abbiamo di fronte, trasformandolo in un mostro aggressivo. Non è neppure un caso che quando in classe spuntano discorsi razzisti o segregazionisti, di fronte alla domanda “ma allora lo faresti anche per il tuo compagno di classe Ahmed?”, la risposta è solitamente “ma che c’entra? Ahmed lo conosco!”. Perché il compagno di classe è visto non come un diverso lontano e minaccioso, ma come chi è nella mia situazione. Ne vedo la comune umanità, che mi spinge a costruire insieme e non più a separare e costruire muri.
Alessandro magno Paura Forestiero Pirtomaso Bergesio Primo Testamento