editoriale

Esaù e Giacobbe, la guerra tra due fratelli gemelli che al colmo dello scontro… si abbracciano

24 novembre 2024

Cuneo

Ai generated foto Pixabay (Ai generated foto Pixabay) Qualunque scontro, qualunque conflitto umano, se guardato dal di fuori sembra insensato. Potremmo partire dal piccolo delle nostre esistenze: vediamo i bambini, i ragazzi, litigare intensamente per motivi che, dall’alto della nostra età, riconosciamo come assolutamente futili e risolvibili. A volte glielo diciamo pure: «Non fate i bambini piccoli!». Anche se spesso ci ricordiamo anche dei nostri litigi simili, alla loro età. O persino alla nostra. Tra i conflitti internazionali in corso oggi, soprattutto due riempiono i nostri notiziari, e sembrano rientrare nelle stesse dinamiche, se solo dimentichiamo le migliaia di morti e l’apparente insolubilità delle questioni. Perché alle nostre orecchie la lingua russa ed ucraina sembrano indistinguibili (e anche chi le conosce bene ammette che sono estremamente vicine), le loro cucine si assomigliano, le loro fisionomie non li differenziano, persino la religione, per lo più, è la stessa (la gran parte dei credenti ortodossi ucraini è o era inserita nella metropolia di Mosca). In quanto all’area palestinese, ebraico e arabo sono lingue cugine, entrambe le religioni sono radicate nei patriarchi biblici, si riconoscono in parte nelle stesse città sacre, la commistione tra religioso e profano ci sembra simile. Potremmo ripetere le stesse impressioni per il più grave dei conflitti dimenticati di questo tempo, quello che insanguina e riempie di profughi il Sudan… Sembra che gli scontri umani scoppino spesso tra chi si assomiglia, tra chi, dall’esterno, sembra fratello, forse addirittura gemello. E anche lo scontro riferito dalla Bibbia tra due gemelli sembra altrettanto insanabile, e guardarlo può darci, se non una ricetta per la pace, almeno una speranza. Esaù e Giacobbe litigavano fin dal grembo della madre. Il secondogenito era nato tenendo il tallone del fratello in mano. Fin da ragazzi uno era dedito alla caccia e l’altro all’agricoltura (il testo di Genesi è più feroce, dice che «dimorava sotto le tende», si direbbe uno di quei giovani che oggi definiremmo “gli sdraiati”). Il primogenito preferito dal padre, l’altro cocco di mamma. Si fanno dispetti a vicenda sempre, perché anche la vendita della primogenitura in cambio di una minestra la definiremmo anche noi oggi un capriccioso scherzo di cattivo gusto, e infatti neanche Giacobbe la cita come diritto ad essere benedetto lui come primogenito. Quella benedizione dovrà rubarla con l’appoggio della madre e l’inganno ai danni del padre. E gli causerà l’astio mortale del fratello, che decide solo, per rispetto dei genitori, di aspettare che muoiano prima di riprendersi il suo con la violenza. Per questo Giacobbe fugge e, ancora con la forza e con l’inganno, si procurerà due mogli, tanti figli, più abbondanti greggi. Ma anche da dove si era rifugiato, dalla casa del suocero Labano, deve fuggire, e decide di tornare a Canaan, dove viveva ancora suo fratello, immaginando che forse si sia dimenticato del passato. A togliergli il dubbio, viene a sapere che il fratello ha organizzato un comitato d’accoglienza per il suo ritorno, quattrocento uomini armati. E Giacobbe ricorre ancora all’inganno (e potremmo dire anche alla vigliaccheria): divide tutti i suoi in due schiere, e lui si mette… dietro. In una drammatica notte, si ferma al di là di uno uadi, uno di quei corsi d’acqua scavati in profondità nella roccia e secchi per undici mesi all’anno, che rallentano o rendono impossibile la fuga a chiunque. Alla fine decide di attraversarlo, di fidarsi della misericordia del fratello. Il quale gli viene incontro con i suoi armati… e quando lo incontra lo abbraccia e lo bacia. Due fratelli nemici da sempre, che al momento decisivo decidono di scommettere sull’umanità dell’altro, di comportarsi con generosità. Se un’indicazione ne viene, è quella di rimettere al centro dei rapporti umani la fiducia, anche se sappiamo che non è una soluzione magica. Ma resta almeno la speranza che da ogni rapporto violento, alla fine, possa riemergere l’umanità.
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