editoriale
Dal 4 luglio 1776 alla elezione di Trump, la democrazia Usa non è cambiata molto
16 novembre 2024
Cuneo
Il dipinto di John Trumbull rappresenta la scena meglio di un fotografo. Cinque signori, borghesi nei vestiti, nell’atteggiamento informale e nei tratti fisici (Benjamin Franklin e John Adams espongono la propria “pelata”) presentano al banco della presidenza del secondo congresso delle tredici colonie americane la carta della dichiarazione d’indipendenza americana. Siamo a Philadelphia, è il 4 luglio 1776, ed il documento è nelle mani di Thomas Jefferson, il principale redattore. Il 4 luglio è diventata la festa nazionale degli Stati Uniti, John Adams ne fu il secondo presidente, Thomas Jefferson il terzo e tutto il quintetto, da quel giorno, si batté agli ordini del generale George Washington fino alla cacciata dei soldati inglesi.
I principi contenuti nella dichiarazione, tredici anni prima della rivoluzione francese, sono grandiosi e ad hanno costituito il faro per quanti ad essi si sono ispirati nel nome dell’uguaglianza, libertà e giustizia per gli uomini, pur refrattari alle successive dottrine di ispirazione marxista. “Noi riteniamo – vi si legge - che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati…”
Secoli di storia ci hanno ormai insegnato che la strada che intercorre tra l’enunciazione di nobili principi e la loro applicazione è difficoltosa, lenta e, talvolta, irrintracciabile. Basti pensare che, proprio al nastro di partenza, ci si dimenticò della libertà e felicità di quasi ottocentomila schiavi neri. Nel secolo successivo, con la conquista del West, si portò a termine lo sterminio delle popolazioni indiane, che non godettero certo dei loro diritti di nativi.
La dichiarazione d’indipendenza proseguiva anche con un’enunciazione scivolosa, dopo la sua applicazione da parte dei padri fondatori: “”ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
Ispirandosi a questo principio, scaturì, dalla seconda metà dell’ ‘800, un robusto filone populista. Il motto era “let the people decide”, non casualmente ripetuto da Donald Trump nel suo discorso in occasione della prima proclamazione a presidente. Chi è quel popolo depositario dei principi originari dell’America? È la gente delle grandi praterie, i “farmers” con i calli alle mani, gli abitanti di frontiera stretti attorno a pastori evangelici, con la bibbia a mo’ di randello. Loro nemici sono le nascenti burocrazie federali, gli esperti, gli intellettuali, che sottraggono loro il potere con il sistema del voto di rappresentanza. Insomma, le élite. Non mancavano tra i bersagli (e ne avevano ben motivo) i voraci monopoli che andavano formandosi, il big business delle banche usurarie, la prima incontrollata accumulazione finanziaria causa di disparità sociali mai viste. La soluzione veniva indicata nell’affermazione del popolo senza mediazioni: referendum, petizioni, nomine dirette. E, infine, come su un piano inclinato, in un rapporto diretto con un capo che del popolo colga i sentimenti profondi ed i bisogni reali. Un lavoro su misura per i demagoghi. Questi umori trovarono una piattaforma programmatica nel “People’s party” costituito nel 1892, per sostenere, nelle presidenziali di quell’anno, il generale James B. Weaver. Ottenne il 10% dei voti popolari, ma non sfuggì alla tenaglia tra Democratici e Repubblicani. Nelle elezioni del 1896 appoggiò i Democratici che, nella “convention” di quell’anno, espressero programmi e toni populistici e la candidatura di William Jennings Bryan, un generoso visionario. Ebbe contro industriali e banchieri, ma anche gli operai dei grandi agglomerati urbani. Emersero i William Mc Kinley ed i Theodor Roosevelt, si afflosciò il “People’s party”, ma non cessò di persistere quel robusto sentimento populistico che alberga nel cuore dell’America profonda.