editoriale

Mio padre e il tenentino che “Preferiva sacrificare venti uomini piuttosto che perdere un mulo”

09 novembre 2024

Cuneo

Galfré, dopo la guerra Il 4 novembre 1918 si completava con la vittoria di Vittorio Veneto e la fine della Prima Guerra Mondiale, il ciclo delle campagne nazionali per l’Unità d’Italia. Un cammino partito dalla Prima Guerra d’Indipendenza, un percorso lungo, difficile, doloroso, portato a termine con il concorso della popolazione di tutte le regioni d’Italia. Fino a pochi anni fa tale data era festeggiata come “Anniversario della Vittoria”. Ora ha cambiato nome e si ricorda come Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Finchè mio padre visse (è mancato nel 1970) questa celebrazione era importante per i reduci della Prima Guerra Mondiale, sempre di meno, ma ancora attaccati ai loro ricordi, i quali si ritrovavano in paese alcuni giorni prima per organizzare la giornata di commemorazione. Mio padre, già dal giorno prima, si faceva preparare la “muda” della festa, la cravatta bella e quel mattino si dirigeva con gli altri compaesani davanti al Municipio. Sindaco in testa con la fascia tricolore e la bandiera camminavano fino al Cimitero. Il sindaco deponeva la corona di fiori davanti alla lapide dei Caduti di tutte le guerre ed il parroco dava una benedizione. Se il tempo era bello celebrava la Messa. Finita la parte ufficiale il gruppo si trovava all’osteria del paese, dove era già prenotato il pranzo. Mio padre ci teneva moltissimo; con tutti gli amici, alcuni da tanto non li vedeva ed a volte arrivavano anche dai paesi vicini, cominciava a ricordare gli avvenimenti passati, la guerra. Ricordi non più così chiari; ma per alcuni ancora vivi, che si incrociavano con quelli degli altri amici. Era anche l’occasione per ricordare quelli  che nel corso degli anni si erano già persi ed il tutto era condito con un velo di malinconia. Malinconia che si cacciava con i bicchieri di vino! L’osteria era proprio vicino a casa mia ed io, nel pomeriggio, li sentivo cantare. Naturalmente la prima canzone era sempre quella del Piave e poi seguivano tutte le altre di quel tempo di guerra. Negli ultimi anni le voci erano un po’ roche ma a queste si aggiungevano quelle dei giovani del paese, soprattutto della cantoria. Le conosco tutte quelle canzoni... L’onorificenza di Vittorio Veneto venne assegnata proprio nel 1970. Nell’autunno. Mio padre era mancato nella primavera ed andò mia sorella a ritirarla per lui. Ce l’ho qui davanti . Mio padre era nato nel 1889.  Tutta la  giovinezza l’aveva passata a fare il soldato: chiamato di leva nel  1909, aveva poi fatto la guerra di Grecia, la Macedonia, la guerra di Libia ed infine la Grande Guerra! Era stato congedato nel 1919,  in tutto aveva fatto sotto le armi 96 mesi. Di tutti questi anni passati a fare il soldato non voleva ricordare le paludi della Macedonia, la fame, le trincee del Carso, le notti passate vicino ai compagni morti o feriti; a noi bambine raccontava brevi episodi - degli sprazzi  quasi - che ricordava volentieri. Lo vedo ancora le sere d’inverno, o dopo il pasto della domenica, seduto a capo tavola - con i capelli tagliati alla “umberta”, i baffi e gli occhi grigi fieri e pieni di energia - tutta la famiglia intorno, noi bambine con gli occhi spalancati per l’attesa e le sorelle più grandi e la mamma (che avevano sentito da anni i suoi racconti) con un sorriso nascosto… Questo è forse il racconto più tragico. E infatti ho aspettato tanto a scriverlo, non so neppure se mai l’ho raccontato alle mie figlie… Ma ora, il tempo passa, questo  ricordo continua a tornarmi in mente, di notte ed è meglio che lo scriva. 1917, anno terribile per la Prima Guerra Mondiale. I soldati già sfiniti, demoralizzati, il desiderio di tornare a casa, il  terribile timore di non rivedere più la famiglia… Mio padre, nei suoi racconti,  non ci diceva mai dove fosse, forse non lo ricordava neppure. Era comunque nella zona del Monte Grappa. I soldati dovevano trascinare un cannone ed i pezzi di artiglieria sulla cima di un monte dove erano arroccati altri fanti, ormai a corto di munizioni. I muli tiravano i carri carichi, con gli affusti di cannone ed altri pezzi, spronati dai mulattieri. Mio padre era uno di questi, faceva strada a quelle povere bestie, stremate, le incitava, ma anche gli animali erano senza forze... Fu chiesta una breve sosta, i muli ansimavano sfiniti ma quando si trattò di ripartire non ce la fecero più. Inutile spronarli, spingerli, guardavano con occhi miti, rassegnati, ma le zampe non si muovevano. Che fare? La  postazione era ancora lontana. Arrivò in quel mentre un tenentino, a cavallo, notò la situazione  e fece dividere il carico in  pezzi più piccoli, dove era possibile, ma il cannone era comunque pesante.  Comandò allora che fossero gli uomini a portare su i pezzi. Si sentì un cupo brontolio… i soldati, che avevano spinto i carri oltre il possibile, erano al limite dello sforzo e della fatica. Un sergente obiettò: “Ma i soldati non ce la fanno, se non riescono i muli come  faremo noi,  volete farci morire?” “Preferisco sacrificare venti uomini che perdere un mulo”. Mio padre era un veterano rispetto a quei poveri ragazzi, così giovani. Era sergente maggiore, conosceva uno per uno i suoi soldati, li vide inorridire. Un velo rosso di rabbia gli calò sugli occhi. Con un balzo fu vicino al tenentino, lo acciuffò “per il cravatin” e lo buttò a terra. Poi, tutto si consumò in pochi istanti. Ammanettato, scortato al primo presidio, in poco tempo si radunò la Corte Marziale. Aveva osato mettere le mani su un ufficiale! Condanna a morte. L’esecuzione doveva avvenire verso sera. Mio padre, chiuso in una cantina, ebbe tempo di pensare a cosa era avvenuto. Non si pentiva, sentiva ancora dentro di sé la rabbia verso quel giovanottino che trattava gli uomini come carne da cannone. Ma era il pensiero della famiglia che lo assillava. Sentiva nel cuore un bruciore terribile al pensiero del padre lontano; era il figlio maggiore di una famiglia numerosa, suo padre confidava in lui, sperava che quel suo figlio che gli somigliava tanto, potesse un giorno aiutarlo negli anni a venire, nella vecchiaia. Lasciare il padre solo... E lo rivedeva mentre camminavano insieme, gli parlava... mai più. Arrivò il momento, fu fatto avvicinare al muro di una cascina abbandonata. La benda sugli occhi. Senti il rumore del plotone. E poi aspettò. Un’attesa infinita… sentì un passo che si avvicinava, una mano si avvicinò alla spalla e capì che gli strappavano i gradi di sergente maggiore. Anche quel disonore! Poi una mano gli tolse la benda dagli occhi e vide gli occhi severi ma pieni di pena del suo maggiore. “Galfrè, per questa volta, te la sei cavata! Ringrazia il cielo che sono arrivato a tempo. Venti giorni di carcere duro, a pane ed acqua.” Cos’era il carcere duro, la fame, rispetto alla vita regalata! Fu assegnato ad un altro reparto e ricominciò come soldato semplice. Non disse niente a casa. Quando, tempo dopo, ebbe un breve congedo e poté tornare a casa, il padre notò subito che non c’erano più le mostrine. Lo interrogò con gli occhi. “Pà, l’è na storia lunga, t’la conto n’auta volta”.
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