Viviamo in una società che ha messo al centro dell’attenzione la libertà e autodeterminazione del singolo, il che indubbiamente può essere un vantaggio, se confrontato con contesti in cui il singolo deve ubbidire ai condizionamenti dell’ambiente o, persino peggio, di altre persone. Per noi è normale che siamo noi a determinare il nostro destino, abituiamo i bambini a rispondere, fin da piccoli, alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, suggerendo l’idea che volere è potere.
Anche su questo il primo capitolo della Bibbia è significativo. Vero, quando è stato scritto doveva rispondere soprattutto al sospetto che la vita umana fosse condizionata da poteri anche cattivi che incidevano in modo pesante sulle scelte dei singoli (è l’idea che sta alle spalle degli oroscopi, che a noi arrivano sostanzialmente dalla riflessione babilonese del VI sec. a.C., il tempo e il luogo in cui fu probabilmente scritto quel primo capitolo della Genesi). Ma come tutti i testi particolarmente ben pensati, finiscono con il parlare anche su questioni un po’ diverse.
Per noi, ad esempio, il racconto della creazione dice alcune cose. La prima è che «Dio creò» (Gen 1,1). Ossia, il mondo non viene da sé. Dio crea ciò che per quella cultura era ritenuto positivo (il cielo, la luce, il giorno, il sole…) e anche ciò che era ritenuto negativo (il mare, la notte, il buio, la luna…), che quindi tanto negativo non deve essere. E infatti di tanto in tanto Dio si ferma, guarda «e vede che è cosa buona» (vv. 10.12.18.25).
E poi, con un gesto più solenne, decide di passare a una forma più coinvolta: «Facciamo…» (v. 26). E crea l’essere umano, a immagine di Dio, sua visibilità nel mondo, e di farlo uomo e donna, quasi a dire che l’immagine divina non è il maschile, né il femminile, ma i due insieme, e ognuno dei due.
Ma, come dicevamo, innanzi tutto la creazione dice che non veniamo da noi. Posso costruire una casa e demolirla, ma non posso darmi la vita, né ho deciso di vivere. Strutturalmente il fatto che io viva dice che ho ricevuto un dono. Posso non sapere da chi, ma è, in sé, qualcosa di promettente e buono («molto buono», precisa Genesi in 1,31) che mi trovo tra mano senza averlo scelto. E che non posso deporre e riprendere. L’uomo può dare la morte, ma non restituire la vita.
E, seguendo l’intuizione anche di papa Francesco nella Laudato si’, scoprirci creati fa sì che ci accorgiamo di condividere questa condizione di chi ha ricevuto un dono con tutto il resto della creazione. Siamo come chi va a seguire una tappa del Giro d’Italia e riceve dei gadget, e quando scopre qualcun altro con quegli stessi oggetti, che non sono in vendita ma possono solo essere ricevuti in regalo se si assiste alla tappa, si riscopre affratellato a quello sconosciuto, con cui sa di condividere una passione, di aver vissuto, magari non nella stessa giornata, un’esperienza simile.
Così è per la creazione. Riconoscerci creati ci pone in una posizione strutturale di riconoscenza e di relazione con chi ci ha dato la vita. Riconoscere che altri sono stati creati come noi ci mette in una condizione di fratellanza con loro, perché abbiamo ricevuto un dono simile, e probabilmente dallo stesso donatore. E se ho ricevuto un dono, non importa se non so da chi, ma so di doverlo custodire con più cura, perché in qualche modo non è soltanto mio, ma mi mette in relazione con chi me lo ha donato: una biro regalatami da un amico vale molto di più di quello che potrei spendere comprandola in una cartoleria.
Ecco che lo sguardo sulla nostra libertà e autonomia (sacrosante!) cambia un po’ volto, diventa anche dono di chi sono, con il mio sesso, il mio corpo, le mie caratteristiche, le mie capacità e limiti che sono un regalo, che sono chiamato a gestire in prima persona, sì, ma sempre un po’ in rapporto con chi, senza mio merito, me li ha affidati. Autonomia, ma in relazione.
editoriale
Viviamo in una società che ha messo al centro dell’attenzione la libertà e autodeterminazione del singolo, il che indubbiamente può essere un vantaggio, se confrontato con contesti in cui il singolo deve ubbidire ai condizionamenti dell’ambiente o, persino peggio, di altre persone. Per noi è normale che siamo noi a determinare il nostro destino, abituiamo i bambini a rispondere, fin da piccoli, alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, suggerendo l’idea che volere è potere.
Anche su questo il primo capitolo della Bibbia è significativo. Vero, quando è stato scritto doveva rispondere soprattutto al sospetto che la vita umana fosse condizionata da poteri anche cattivi che incidevano in modo pesante sulle scelte dei singoli (è l’idea che sta alle spalle degli oroscopi, che a noi arrivano sostanzialmente dalla riflessione babilonese del VI sec. a.C., il tempo e il luogo in cui fu probabilmente scritto quel primo capitolo della Genesi). Ma come tutti i testi particolarmente ben pensati, finiscono con il parlare anche su questioni un po’ diverse.
Per noi, ad esempio, il racconto della creazione dice alcune cose. La prima è che «Dio creò» (Gen 1,1). Ossia, il mondo non viene da sé. Dio crea ciò che per quella cultura era ritenuto positivo (il cielo, la luce, il giorno, il sole…) e anche ciò che era ritenuto negativo (il mare, la notte, il buio, la luna…), che quindi tanto negativo non deve essere. E infatti di tanto in tanto Dio si ferma, guarda «e vede che è cosa buona» (vv. 10.12.18.25).
E poi, con un gesto più solenne, decide di passare a una forma più coinvolta: «Facciamo…» (v. 26). E crea l’essere umano, a immagine di Dio, sua visibilità nel mondo, e di farlo uomo e donna, quasi a dire che l’immagine divina non è il maschile, né il femminile, ma i due insieme, e ognuno dei due.
Ma, come dicevamo, innanzi tutto la creazione dice che non veniamo da noi. Posso costruire una casa e demolirla, ma non posso darmi la vita, né ho deciso di vivere. Strutturalmente il fatto che io viva dice che ho ricevuto un dono. Posso non sapere da chi, ma è, in sé, qualcosa di promettente e buono («molto buono», precisa Genesi in 1,31) che mi trovo tra mano senza averlo scelto. E che non posso deporre e riprendere. L’uomo può dare la morte, ma non restituire la vita.
E, seguendo l’intuizione anche di papa Francesco nella Laudato si’, scoprirci creati fa sì che ci accorgiamo di condividere questa condizione di chi ha ricevuto un dono con tutto il resto della creazione. Siamo come chi va a seguire una tappa del Giro d’Italia e riceve dei gadget, e quando scopre qualcun altro con quegli stessi oggetti, che non sono in vendita ma possono solo essere ricevuti in regalo se si assiste alla tappa, si riscopre affratellato a quello sconosciuto, con cui sa di condividere una passione, di aver vissuto, magari non nella stessa giornata, un’esperienza simile.
Così è per la creazione. Riconoscerci creati ci pone in una posizione strutturale di riconoscenza e di relazione con chi ci ha dato la vita. Riconoscere che altri sono stati creati come noi ci mette in una condizione di fratellanza con loro, perché abbiamo ricevuto un dono simile, e probabilmente dallo stesso donatore. E se ho ricevuto un dono, non importa se non so da chi, ma so di doverlo custodire con più cura, perché in qualche modo non è soltanto mio, ma mi mette in relazione con chi me lo ha donato: una biro regalatami da un amico vale molto di più di quello che potrei spendere comprandola in una cartoleria.
Ecco che lo sguardo sulla nostra libertà e autonomia (sacrosante!) cambia un po’ volto, diventa anche dono di chi sono, con il mio sesso, il mio corpo, le mie caratteristiche, le mie capacità e limiti che sono un regalo, che sono chiamato a gestire in prima persona, sì, ma sempre un po’ in rapporto con chi, senza mio merito, me li ha affidati. Autonomia, ma in relazione.
Riconoscere che altri sono stati creati come noi ci mette in fratellanza con loro
03 novembre 2024
Cuneo
Viviamo in una società che ha messo al centro dell’attenzione la libertà e autodeterminazione del singolo, il che indubbiamente può essere un vantaggio, se confrontato con contesti in cui il singolo deve ubbidire ai condizionamenti dell’ambiente o, persino peggio, di altre persone. Per noi è normale che siamo noi a determinare il nostro destino, abituiamo i bambini a rispondere, fin da piccoli, alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, suggerendo l’idea che volere è potere.
Anche su questo il primo capitolo della Bibbia è significativo. Vero, quando è stato scritto doveva rispondere soprattutto al sospetto che la vita umana fosse condizionata da poteri anche cattivi che incidevano in modo pesante sulle scelte dei singoli (è l’idea che sta alle spalle degli oroscopi, che a noi arrivano sostanzialmente dalla riflessione babilonese del VI sec. a.C., il tempo e il luogo in cui fu probabilmente scritto quel primo capitolo della Genesi). Ma come tutti i testi particolarmente ben pensati, finiscono con il parlare anche su questioni un po’ diverse.
Per noi, ad esempio, il racconto della creazione dice alcune cose. La prima è che «Dio creò» (Gen 1,1). Ossia, il mondo non viene da sé. Dio crea ciò che per quella cultura era ritenuto positivo (il cielo, la luce, il giorno, il sole…) e anche ciò che era ritenuto negativo (il mare, la notte, il buio, la luna…), che quindi tanto negativo non deve essere. E infatti di tanto in tanto Dio si ferma, guarda «e vede che è cosa buona» (vv. 10.12.18.25).
E poi, con un gesto più solenne, decide di passare a una forma più coinvolta: «Facciamo…» (v. 26). E crea l’essere umano, a immagine di Dio, sua visibilità nel mondo, e di farlo uomo e donna, quasi a dire che l’immagine divina non è il maschile, né il femminile, ma i due insieme, e ognuno dei due.
Ma, come dicevamo, innanzi tutto la creazione dice che non veniamo da noi. Posso costruire una casa e demolirla, ma non posso darmi la vita, né ho deciso di vivere. Strutturalmente il fatto che io viva dice che ho ricevuto un dono. Posso non sapere da chi, ma è, in sé, qualcosa di promettente e buono («molto buono», precisa Genesi in 1,31) che mi trovo tra mano senza averlo scelto. E che non posso deporre e riprendere. L’uomo può dare la morte, ma non restituire la vita.
E, seguendo l’intuizione anche di papa Francesco nella Laudato si’, scoprirci creati fa sì che ci accorgiamo di condividere questa condizione di chi ha ricevuto un dono con tutto il resto della creazione. Siamo come chi va a seguire una tappa del Giro d’Italia e riceve dei gadget, e quando scopre qualcun altro con quegli stessi oggetti, che non sono in vendita ma possono solo essere ricevuti in regalo se si assiste alla tappa, si riscopre affratellato a quello sconosciuto, con cui sa di condividere una passione, di aver vissuto, magari non nella stessa giornata, un’esperienza simile.
Così è per la creazione. Riconoscerci creati ci pone in una posizione strutturale di riconoscenza e di relazione con chi ci ha dato la vita. Riconoscere che altri sono stati creati come noi ci mette in una condizione di fratellanza con loro, perché abbiamo ricevuto un dono simile, e probabilmente dallo stesso donatore. E se ho ricevuto un dono, non importa se non so da chi, ma so di doverlo custodire con più cura, perché in qualche modo non è soltanto mio, ma mi mette in relazione con chi me lo ha donato: una biro regalatami da un amico vale molto di più di quello che potrei spendere comprandola in una cartoleria.
Ecco che lo sguardo sulla nostra libertà e autonomia (sacrosante!) cambia un po’ volto, diventa anche dono di chi sono, con il mio sesso, il mio corpo, le mie caratteristiche, le mie capacità e limiti che sono un regalo, che sono chiamato a gestire in prima persona, sì, ma sempre un po’ in rapporto con chi, senza mio merito, me li ha affidati. Autonomia, ma in relazione.