Il tunnel di Tenda (foto Giorgio Bernardi)
L’albero del Tenerè era l’albero più isolato al mondo. Cresciuto, non si sa bene come, nel deserto del Tenerè (Sahara centromeridionale), era il simbolo della natura che vince le avversità di un ambiente ostile. Tutto ciò fino al 1973, quando il povero albero venne abbattuto da un camionista libico (pare, ubriaco), che riuscì a centrarlo nonostante fosse, praticamente, l’unica cosa esistente nel raggio di centinaia di chilometri. La vicenda, eclatante e paradossale, non deve far dimenticare che, sotto il profilo dell’efficienza causale, sulla desertificazione dell’area, l’abbattimento dell’ultimo albero rimasto non ha avuto effetti maggiori rispetto al venir meno del penultimo, del terzultimo o degli altri alberi.
Il dito puntato contro il poco accorto camionista libico avrebbe dovuto, infatti, essere puntato anche contro chi aveva determinato le condizioni della desertificazione, oppure contro chi, in tutti i decenni di vita solitaria dell’ultimo rimasto, non si era preoccupato di capire come l’albero sopravvivesse per replicare, per quanto possibile, il prodigio.
Per ragioni non semplici da comprendere, tendiamo a non formulare una corretta rappresentazione dell’intera catena causale che determina gli eventi.
Punti di vista, molto spesso, deresponsabilizzanti e autoassolutori rendono più semplice enfatizzare l’ultimo segmento della catena delle responsabilità, puntualmente riferito e attribuito ad altri, al caso, al destino o a meccanismi imponderabili, ingovernabili o sui quali è impossibile o troppo oneroso intervenire.
Le tristi vicende dell’ospedale di Cuneo, il colabrodo che sono diventati gli acquedotti, l’acqua potabile che cessa di essere tale quando piove, le disastrose condizioni dell’autostrada Torino - Savona, lo stato di degrado di alcune zone della nostra città o le vicende del tunnel di Tenda, nel loro ultimo passaggio, possono, ciascuna, essere collocate, immotivatamente, nella sempre più vasta categoria del “ma io che cosa posso farci?”.
Senza voler ricadere nell’errore opposto, che consiste nel voler trovare, a ogni costo, un colpevole da punire, la lettura più coerente rimane quella che abbraccia tutto il processo. Quando si finisce in un vicolo cieco, si può discutere fin che si vuole del muro che ci si trova di fronte alla fine della via, oppure del fatto che, una volta imboccata la direzione sbagliata, non si può che proseguire per quella via, se non ve ne sono altre e se tutti i ponti alle spalle sono bruciati. Ciò non toglie che in molte circostanze, a monte, vi siano state una decisione, o una serie di decisioni (talvolta) macroscopicamente miopi o, forse, ancora più frequentemente, una serie di non decisioni. La complessità dei processi può rendere complicata la ricostruzione dei passaggi e, soprattutto, rendere difficile anche solo identificare l’effettivo momento della scelta, quello del bivio; il tutto, a tutto vantaggio dell’anonimato, vero pilastro dell’irresponsabilità. Per quanto le generalizzazioni non siano consigliabili, il coinvolgimento di realtà organizzative molto articolate pare collocare alcuni bivi molto a monte, e cioè nelle fasi in cui si disegnano le strutture delle organizzazioni e si costruiscono i processi decisionali. Da tempo, nel mondo del diritto è noto il concetto di “colpa di organizzazione”, e cioè l’adozione di un modello organizzativo inadeguato, rispetto alla concreta realtà nella quale si opera, a prevenire comportamenti illeciti da parte delle proprie figure apicali. Potrebbe valere la pena di estendere ad ambiti diversi la valorizzazione della fase del disegno dei modelli organizzativi, o dei processi che governano decisioni e attività. In questo senso, alcuni passaggi sembrano irrinunciabili in ogni percorso che desideri essere autenticamente virtuoso.
Il momento dell’ascolto, in particolare, pare essere la premessa di ogni attività correttamente orientata. Molte delle anonime assurdità alle quali si assiste impotenti sono l’esito di un percorso connotato da una pervicace sordità rispetto alle voci di interlocutori, sia interni, sia esterni alle organizzazioni. Non si tratta di sterile assemblearismo, è evidente che le decisioni, anche impopolari, devono essere prese. Il fatto è che un serio confronto pare sempre più necessario proprio per arrivare a una decisione corretta, in un dialogo che, per essere autentico, non può che partire dall’ascolto.
editoriale
Il tunnel di Tenda (foto Giorgio Bernardi)
L’albero del Tenerè era l’albero più isolato al mondo. Cresciuto, non si sa bene come, nel deserto del Tenerè (Sahara centromeridionale), era il simbolo della natura che vince le avversità di un ambiente ostile. Tutto ciò fino al 1973, quando il povero albero venne abbattuto da un camionista libico (pare, ubriaco), che riuscì a centrarlo nonostante fosse, praticamente, l’unica cosa esistente nel raggio di centinaia di chilometri. La vicenda, eclatante e paradossale, non deve far dimenticare che, sotto il profilo dell’efficienza causale, sulla desertificazione dell’area, l’abbattimento dell’ultimo albero rimasto non ha avuto effetti maggiori rispetto al venir meno del penultimo, del terzultimo o degli altri alberi.
Il dito puntato contro il poco accorto camionista libico avrebbe dovuto, infatti, essere puntato anche contro chi aveva determinato le condizioni della desertificazione, oppure contro chi, in tutti i decenni di vita solitaria dell’ultimo rimasto, non si era preoccupato di capire come l’albero sopravvivesse per replicare, per quanto possibile, il prodigio.
Per ragioni non semplici da comprendere, tendiamo a non formulare una corretta rappresentazione dell’intera catena causale che determina gli eventi.
Punti di vista, molto spesso, deresponsabilizzanti e autoassolutori rendono più semplice enfatizzare l’ultimo segmento della catena delle responsabilità, puntualmente riferito e attribuito ad altri, al caso, al destino o a meccanismi imponderabili, ingovernabili o sui quali è impossibile o troppo oneroso intervenire.
Le tristi vicende dell’ospedale di Cuneo, il colabrodo che sono diventati gli acquedotti, l’acqua potabile che cessa di essere tale quando piove, le disastrose condizioni dell’autostrada Torino - Savona, lo stato di degrado di alcune zone della nostra città o le vicende del tunnel di Tenda, nel loro ultimo passaggio, possono, ciascuna, essere collocate, immotivatamente, nella sempre più vasta categoria del “ma io che cosa posso farci?”.
Senza voler ricadere nell’errore opposto, che consiste nel voler trovare, a ogni costo, un colpevole da punire, la lettura più coerente rimane quella che abbraccia tutto il processo. Quando si finisce in un vicolo cieco, si può discutere fin che si vuole del muro che ci si trova di fronte alla fine della via, oppure del fatto che, una volta imboccata la direzione sbagliata, non si può che proseguire per quella via, se non ve ne sono altre e se tutti i ponti alle spalle sono bruciati. Ciò non toglie che in molte circostanze, a monte, vi siano state una decisione, o una serie di decisioni (talvolta) macroscopicamente miopi o, forse, ancora più frequentemente, una serie di non decisioni. La complessità dei processi può rendere complicata la ricostruzione dei passaggi e, soprattutto, rendere difficile anche solo identificare l’effettivo momento della scelta, quello del bivio; il tutto, a tutto vantaggio dell’anonimato, vero pilastro dell’irresponsabilità. Per quanto le generalizzazioni non siano consigliabili, il coinvolgimento di realtà organizzative molto articolate pare collocare alcuni bivi molto a monte, e cioè nelle fasi in cui si disegnano le strutture delle organizzazioni e si costruiscono i processi decisionali. Da tempo, nel mondo del diritto è noto il concetto di “colpa di organizzazione”, e cioè l’adozione di un modello organizzativo inadeguato, rispetto alla concreta realtà nella quale si opera, a prevenire comportamenti illeciti da parte delle proprie figure apicali. Potrebbe valere la pena di estendere ad ambiti diversi la valorizzazione della fase del disegno dei modelli organizzativi, o dei processi che governano decisioni e attività. In questo senso, alcuni passaggi sembrano irrinunciabili in ogni percorso che desideri essere autenticamente virtuoso.
Il momento dell’ascolto, in particolare, pare essere la premessa di ogni attività correttamente orientata. Molte delle anonime assurdità alle quali si assiste impotenti sono l’esito di un percorso connotato da una pervicace sordità rispetto alle voci di interlocutori, sia interni, sia esterni alle organizzazioni. Non si tratta di sterile assemblearismo, è evidente che le decisioni, anche impopolari, devono essere prese. Il fatto è che un serio confronto pare sempre più necessario proprio per arrivare a una decisione corretta, in un dialogo che, per essere autentico, non può che partire dall’ascolto.
Ma io che cosa posso farci?
03 novembre 2024
Cuneo
Il tunnel di Tenda (foto Giorgio Bernardi)
L’albero del Tenerè era l’albero più isolato al mondo. Cresciuto, non si sa bene come, nel deserto del Tenerè (Sahara centromeridionale), era il simbolo della natura che vince le avversità di un ambiente ostile. Tutto ciò fino al 1973, quando il povero albero venne abbattuto da un camionista libico (pare, ubriaco), che riuscì a centrarlo nonostante fosse, praticamente, l’unica cosa esistente nel raggio di centinaia di chilometri. La vicenda, eclatante e paradossale, non deve far dimenticare che, sotto il profilo dell’efficienza causale, sulla desertificazione dell’area, l’abbattimento dell’ultimo albero rimasto non ha avuto effetti maggiori rispetto al venir meno del penultimo, del terzultimo o degli altri alberi.
Il dito puntato contro il poco accorto camionista libico avrebbe dovuto, infatti, essere puntato anche contro chi aveva determinato le condizioni della desertificazione, oppure contro chi, in tutti i decenni di vita solitaria dell’ultimo rimasto, non si era preoccupato di capire come l’albero sopravvivesse per replicare, per quanto possibile, il prodigio.
Per ragioni non semplici da comprendere, tendiamo a non formulare una corretta rappresentazione dell’intera catena causale che determina gli eventi.
Punti di vista, molto spesso, deresponsabilizzanti e autoassolutori rendono più semplice enfatizzare l’ultimo segmento della catena delle responsabilità, puntualmente riferito e attribuito ad altri, al caso, al destino o a meccanismi imponderabili, ingovernabili o sui quali è impossibile o troppo oneroso intervenire.
Le tristi vicende dell’ospedale di Cuneo, il colabrodo che sono diventati gli acquedotti, l’acqua potabile che cessa di essere tale quando piove, le disastrose condizioni dell’autostrada Torino - Savona, lo stato di degrado di alcune zone della nostra città o le vicende del tunnel di Tenda, nel loro ultimo passaggio, possono, ciascuna, essere collocate, immotivatamente, nella sempre più vasta categoria del “ma io che cosa posso farci?”.
Senza voler ricadere nell’errore opposto, che consiste nel voler trovare, a ogni costo, un colpevole da punire, la lettura più coerente rimane quella che abbraccia tutto il processo. Quando si finisce in un vicolo cieco, si può discutere fin che si vuole del muro che ci si trova di fronte alla fine della via, oppure del fatto che, una volta imboccata la direzione sbagliata, non si può che proseguire per quella via, se non ve ne sono altre e se tutti i ponti alle spalle sono bruciati. Ciò non toglie che in molte circostanze, a monte, vi siano state una decisione, o una serie di decisioni (talvolta) macroscopicamente miopi o, forse, ancora più frequentemente, una serie di non decisioni. La complessità dei processi può rendere complicata la ricostruzione dei passaggi e, soprattutto, rendere difficile anche solo identificare l’effettivo momento della scelta, quello del bivio; il tutto, a tutto vantaggio dell’anonimato, vero pilastro dell’irresponsabilità. Per quanto le generalizzazioni non siano consigliabili, il coinvolgimento di realtà organizzative molto articolate pare collocare alcuni bivi molto a monte, e cioè nelle fasi in cui si disegnano le strutture delle organizzazioni e si costruiscono i processi decisionali. Da tempo, nel mondo del diritto è noto il concetto di “colpa di organizzazione”, e cioè l’adozione di un modello organizzativo inadeguato, rispetto alla concreta realtà nella quale si opera, a prevenire comportamenti illeciti da parte delle proprie figure apicali. Potrebbe valere la pena di estendere ad ambiti diversi la valorizzazione della fase del disegno dei modelli organizzativi, o dei processi che governano decisioni e attività. In questo senso, alcuni passaggi sembrano irrinunciabili in ogni percorso che desideri essere autenticamente virtuoso.
Il momento dell’ascolto, in particolare, pare essere la premessa di ogni attività correttamente orientata. Molte delle anonime assurdità alle quali si assiste impotenti sono l’esito di un percorso connotato da una pervicace sordità rispetto alle voci di interlocutori, sia interni, sia esterni alle organizzazioni. Non si tratta di sterile assemblearismo, è evidente che le decisioni, anche impopolari, devono essere prese. Il fatto è che un serio confronto pare sempre più necessario proprio per arrivare a una decisione corretta, in un dialogo che, per essere autentico, non può che partire dall’ascolto.