editoriale

L’ora di religione: la Chiesa faccia un passo indietro per alzare il livello e la qualità

03 novembre 2024

Cuneo

Derio Olivero È arrivato il momento di fare un passo indietro per andare avanti. Può essere questo lo slogan, anzi la provocazione, che riassume una lunga riflessione tra insegnamento, religioni, spazio pubblico verso un nuovo statuto dell’"ora di religione" nella scuola pubblica offerta da mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana. Un elaborato pubblicato questa estate su “La Rivista del Clero”, in cui propone alcuni stimoli in merito a questioni concrete come l’insegnamento della religione e il rapporto delle religioni con lo spazio laico.  Un approfondimento che vuol essere un avvio per una riflessione sull’oggi per come affrontare il futuro. Mons. Olivero l’anno prossimo saranno 40 anni dalla firma dell’Intesa fra la Cei e il Ministero della Pubblica istruzione, i dati indicano che in media tra i vari ambiti di studio quasi l’ottanta per 100 sceglie ancora l’ora di religione. Perché allora pensare ad un cambiamento?   Occorre leggere anche i numeri scorporati. È vero che a livello italiano abbiamo dei buoni dati e possiamo ritenerci contenti. Ma il dato è diverso tra nord e sud, tra la città e il fuori città. È diverso soprattutto per il secondo  grado dove in particolare nelle città del Nord ci sono numeri più bassi, non ancora allarmanti. Ma se osserviamo la società possiamo ipotizzare che fra 15 anni i numeri saranno diversi. Perché ci sono numerosi bambini stranieri di cui molti non sono cristiani o non sono cattolici.  E poi abbiamo un allontanamento dalla Chiesa delle nuove generazioni. Questo quadro è il problema. Bisogna iniziare a pensarci adesso. Questo non vuol dire decidere ora o domani, ma io propongo di iniziare a pensarci. Quanto sta influenzando la sua visione essersi occupato in questi ultimi anni di ecumenismo e di dialogo con le religioni? Mi ha influenzato su due aspetti. Il primo è quello di   farmi rendere conto che esistono altri tipi di credenti, che non siamo tutti cattolici.  Due milioni di musulmani, 1,7 milioni di ortodossi, per dire, i numeri più grossi. Esistono altre sensibilità, altri modi di stare al mondo, altri modi di credere. E l’altro aspetto che mi ha molto interrogato è qual è il ruolo delle religioni all’interno della società.  Questa domanda mi interpella molto. Non dobbiamo più pensare solo a noi stessi e a sopravvivere, ma   dobbiamo chiederci, proprio per la nostra identità di credenti, che servizio possiamo dare alla società.  Nella sua riflessione cita una frase di Benedetto XVI in cui dice: “le religioni dovranno lavorare non sul proselitismo, ma sull’attrazione”. Le religioni oggi sono pronte a fare un passo così significativo?  Anche noi cristiani cattolici non siamo prontissimi, una buona parte della nostra pastorale è una pastorale che presuppone che si è cristiani per nascita. Dobbiamo interrogarci su come possiamo ancora attrarre e affascinare gli uomini e le donne, adulti e i giovani. Come possiamo affascinarli? Questo è il grande problema. Perché, ci dicono gli esperti, siamo in un’epoca di esculturazione, e cioè il cristianesimo è fuori dalla cultura, viene percepito quasi come un mondo a parte.    Lei sostiene che la Chiesa deve educare dei cittadini, non tanto dei credenti…. Deve collaborare a far sì che la società educhi dei cittadini, perché questo è il nostro servizio. Il nostro primo servizio non è quello di mantenere la Chiesa, ma servire gli uomini e le donne che sono in questo nostro territorio. Per aiutarli a crescere al meglio. E qui il nostro grande servizio è lavorare per far capire che la dimensione religiosa è una cosa seria e non banale o marginale.  Lei afferma che la scuola dovrebbe diventare essere un luogo di educazione al dialogo e alla fraternità. Fraternità è un concetto su cui oggi ci si confronta sempre di più. Che cosa significa per lei vivere ed educare alla fraternità? È un agire che fa rima con relazione, altrimenti si rischia di creare una società sfilacciata, una società di individui autocentrati. Noi dobbiamo creare invece una società di individui che colgono che la loro identità è data. Ed è assolutamente collegata alla capacità relazionale, quindi proprio per far riscoprire questa dimensione essenziale, quella della relazione.  Quindi come potrebbe diventare la presenza della Chiesa all’interno della scuola con questa sua visione?  Io propongo alla Chiesa di fare un passo indietro, cioè di uscire dalla scuola e dalla modalità diretta che ha adesso. Per collaborare seriamente ai programmi dell’ora di religione ovviamente, cioè elaborare dei seri programmi di religione per tutti, questo sarebbe molto importante.  Non teme che in qualche modo si rischi di avere ancora meno voce nella società, di essere sempre più una “Chiesa di minoranza”? Il rischio c’è, ma bisogna anche guardare ai rischi attuali, cioè in questo momento il fatto di essere IRC, quella C da parte di molti laici, è vista come una invasione di campo. Non è certo un vantaggio per la Chiesa, in più c’è il fatto di essere facoltativa. Noi dobbiamo alzare il livello dell’insegnamento della religione. E quindi la mia proposta non è per abbassarlo, ma per innalzare la conoscenza del cristianesimo e non solo del cristianesimo, del fenomeno religioso in generale con uno sguardo più ampio sul cristianesimo. Siamo in Italia, per fare un esempio si studia prima di tutto la storia del nostro Paese. E così la percentuale del cristianesimo deve essere più ampia. Una linea che andrebbe nella pratica di una chiesa in uscita?  Io credo di sì, cioè una chiesa che sa stare in mezzo ai molti e senza imporre, ma in dialogo. Perché chiesa in uscita non è solo dire che la Chiesa va nelle piazze a fare delle cose, è una chiesa che sa stare fuori dai suoi ambiti.
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