editoriale

Gaza, le ingiustizie subite dagli afflitti e la lezione di Natan

27 ottobre 2024

Cuneo

Striscia di Gaza (Foto ANSA/SIR) (Foto ANSA/SIR) Chi scrive ha iniziato a lasciarsi affascinare dal mondo e dalla cultura ebraica decenni fa e, quasi in contemporanea, a sentirsi toccato dall’ingiustizia subita dagli afflitti della terra, che senza colpa o con minima responsabilità si trovano a subire sofferenze indicibili, come chiunque nasca in un campo profughi o in zone come la striscia di Gaza. E siccome, a scuola, gli studenti queste cose le sanno o le intuiscono, è inevitabile che arrivi la domanda: “Prof, ma lei da che parte sta?”. È una semplificazione che da giovani è inevitabile (e persino buona, in un certo senso, perché tradisce un profondissimo desiderio di giustizia, di capire da che parte stia), ma che è anche figlia di tanta letteratura e cinematografia che ci ha allenati all’idea che esistano i buoni e i cattivi. A volte può darsi che i buoni sembrino cattivi e viceversa, ma comunque ci pare di poter sempre tracciare un confine netto. E allora è intanto facile iniziare a complicar loro lo sguardo con la battuta: “Se cercate i buoni, lì sono riusciti ad imporsi i cattivi su tutti e due i fronti, anche se da entrambe le parti c’è chi soffre terribilmente e ingiustamente”. Ma quando si cerchi di ragionare con più profondità, è impegnativo ma fattibile ricostruire tutte le vicende storiche che si sono accumulate per portarci a questo punto, tutte le scelte che andavano verso una maggiore umanità o semplicemente verso una spietata tutela del proprio potere, ma risulta sempre più difficile provare a “prendere posizione”, come se peraltro fosse indispensabile. D’altronde, viviamo in un tempo culturale che sembra costringerci sempre a scegliere per chi fare il tifo, nettamente e in fretta, ché tra due ore è già troppo tardi per condividere un’idea ragionata. Viene in mente un episodio biblico relativamente noto ma che di solito si cita per altre ragioni. Nel secondo libro di Samuele, al settimo capitolo, si presenta Davide che, finite tutte le sue numerose e contorte avventure militari, conquistata Gerusalemme, dopo aver ricevuto dal re di Tiro il dono di una bella reggia in legno di cedro, si rende conto che ad essere rimasto senza dimora è Dio, e pensa che sia il caso e il momento di costruirgli un tempio. Non è giusto, pensa, che il re sia meglio coperto del Signore. Va a chiamare Natan, che è profeta e sacerdote, accolto da tempo alla corte regia e in futuro importante anche per garantire che a succedere a Davide sia suo figlio Salomone. Insomma, un importante uomo di Dio e anche accorto politico e attento osservatore del mondo intorno. A lui Davide confida il suo progetto di edificare un tempio. E il sacerdote e profeta reagisce immediatamente nel modo che in effetti potrebbe sembrarci più logico: è bello e giusto che il re pensi a Dio! «Fa’ pure quello che hai in mente di fare, perché Dio è con te». Solo che quella notte stessa Natan si sente rivolgere delle parole diverse da Dio. Possiamo immaginare che abbia avuto una visione, o anche “solo” che si sia raccolto in preghiera a meditare sulla proposta. Il giorno dopo, però, arriva con un’idea diversa, che potremmo riassumere così: “Tu vuoi costruire una casa a Dio, ma lui che ha fatto i cieli non ha bisogno di un tetto che non lo faccia bagnare… Può anche darsi che tu voglia costruirgli un tempio per vincolarlo in qualche modo a te, per assicurartene la vicinanza. Ebbene, lui ti promette che sarà con te, ma sarà lui a garantire una casata a te, non tu a lui una casa. Fidati, sarà con te. Ma non hai garanzie, hai ‘solo’ la sua promessa”. Forse anche a noi oggi viene ridetto, da Natan, che dobbiamo avere almeno di tanto in tanto il coraggio di «custodire tutte queste cose (anche brutte) serbandole nel nostro cuore», come Maria, senza voler subito mandare in croce Gesù e liberare Barabba.
Davide Pirtomaso Bergesio striscia di Gaza Natan