editoriale

Il possesso dei genitori sui figli residuo di una cultura da riformare

20 ottobre 2024

Cuneo

Famiglia con bambino (foto Pixabay) (foto Pixabay) «Traversetolo, conferma di aver ucciso i due figli». «Nuovo, uccide moglie e due figli». «Miane, si lascia scivolare nel fiume con la figlia». Non c’è tempo che non ci presenti bambini coinvolti nelle violenze, nelle cattiverie, nelle fragilità degli adulti, che li coinvolgono nella propria discesa agli abissi. Episodi che ci fanno rabbia, orrore, a volte anche pietà, che possiamo anche comprendere, sia pure senza giustificare, per ciò che attestano delle relazioni tra adulti e delle loro debolezze, ma che ci portano sempre a rammaricarci per chi, comunque, non aveva nessuna colpa nel trovarsi lì, impigliato in relazioni adulte malate, e che dagli adulti, semmai, avrebbe dovuto essere protetto, e non annientato. Ma se quella è la cronaca nera,estrema, quella di cui ci stupiamo e scandalizziamo ma che, fortunatamente, sentiamo quasi sempre molto lontana da noi, sappiamo essere invece molto più diffuse le situazioni in cui soprattutto i genitori si trovano ad “appoggiarsi” ai figli nelle proprie piccole, quotidiane ripicche di convivenza, o nei propri desideri di rivalsa, o nella propria ansia di riuscita. Figli di cui vantarsi, inorgoglirsi, da mostrare come risultati riusciti di un impegno personale, o da usare per avere la meglio in dispute familiari. Su queste relazioni particolari il mondo del Primo Testamento offre poche ma sorprendenti indicazioni (il Nuovo Testamento si accontenta di un rapidissimo  «Padri, non esasperate i vostri figli»). Sorprendenti perché la Bibbia non è un codice morale o legale disceso dal cielo come qualcosa di intangibile, ma è il modo in cui tante persone, di tanti luoghi, tempi e contesti diversi, attestano il modo con cui hanno pensato di vivere il rapporto con Dio. Ossia, per comprendere bene che cosa intendano dire occorre capire in che contesto si sono espressi, che cosa voleva dire ciò che hanno detto: se dovessimo fare un esempio superficiale, la frase «una ragazza ha il diritto di studiare medicina, se vuole», non ha lo stesso valore detto all’inizio dell’Ottocento oppure oggi in Europa oppure in Afghanistan. Ebbene, il contesto culturale del Primo Testamento è quasi ovunque di fortissimo controllo di padri di famiglia sulla società, di vero e proprio patriarcato. Tra le norme legali ce n’è una (in Dt 21,18-21: senza la possibilità di controllare sembrerebbe che me la stia inventando) che prevede, per il figlio “ribelle e testardo”, di arrivare fino alla pena di morte. Ma è in quel contesto che troviamo diversi esempi che ribadiscono l’importanza e la bontà dell’autonomia dei figli, e in libri e ambiti tutt’altro che secondari. È la percezione, fin da Genesi 2, che possa succedere che «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola», dove la coppia diventa più importante dei legami familiari e di clan, cosa che in realtà non succedeva ma che viene presentata come ideale, come volontà divina. Sono i piani di inganno di Giacobbe ai danni del padre Isacco che vengono chiaramente accolti da Dio. È un Gionata, figlio di re Saul, che dovrebbe andare a morire perché, inconsapevolmente, ha violato il voto fatto dal padre, che nessuno mangiasse nulla nel giorno di una battaglia importante, ma non solo non verrà condannato, ma esplicitamente afferma che suo padre ha sbagliato, e gli si dà ragione (1 Sam 14). È un Ismaele che viene progettato come strumento e che resta marginale nel piano di Dio, ma che il Signore comunque accoglie, custodisce e protegge (Gen 17). E, se vogliamo, è persino un Gesù (dunque, in realtà, nel Nuovo Testamento) che, di fronte alla preoccupazione dei genitori che lo avevano perso nel viaggio di ritorno verso la Galilea, si permette di ribattere con una frase che suonerebbe maleducata persino oggi: «E perché mai mi cercavate?». Il Dio biblico si mostra interessato alla singola persona, sempre, e soprattutto quando è in posizione di debolezza. Il possesso dei genitori sui figli rimane persino nella Bibbia, ma come residuo di una cultura da riformare.  
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