Narciso (foto Pixabay)
Tra le nuove tendenze prodotte dall’economia dell’immagine c’è, anche, il “personal branding”, e cioè le tecniche finalizzate a promuovere se stessi come se si fosse un marchio o, come si dice con il linguaggio del marketing, un “brand”.
In tempi di social, di blog e di pagine web personali, gli spazi a disposizione non mancano, basta solo trovare il modo di attirare l’attenzione di potenziali clienti, follower o semplici contatti. Insomma, non basta più il “quarto d’ora di celebrità” garantito ad ognuno secondo la profezia attribuita (probabilmente in modo erroneo) a Andy Wharol. Il desiderato momento di popolarità non è più, semplicemente, temporaneo o episodico, ma deve diventare permanente e, soprattutto, generare guadagni. Non bisogna essere ingenui o anacronistici: nessuno disconosce la grande importanza commerciale ed economica di una buona visibilità sui social o nel web. Vivere della propria immagine, però, è cosa ben diversa dal reclamizzare la bontà dei propri prodotti, dal sottolineare l’elevata qualità dei servizi professionali offerti o dal rendere nota una specifica esperienza maturata in un determinato settore.
Se si ha il tempo e la pazienza di scorrere alcune pagine web di persone attive, soprattutto, nel mondo dei servizi digitali, non è difficile trovare profili ricchi di informazioni che nulla hanno a che fare con percorsi professionali o esperienze acquisite. Sedicenti manager o guru della comunicazione che “amano sentire sulle labbra il sapore del sale del mare” o che suggeriscono percorsi motivazionali per dare valore “a quello che si ha dentro”, in realtà, non paiono presentare altro se non se stessi attraverso quella che, sempre nel linguaggio del marketing, verrebbe descritta come una forma di pubblicità di tipo emotivo. Il richiamo alle emozioni, del resto, è sempre più praticato nelle comunicazioni pubblicitarie, anche a scapito dei contenuti informativi. Oramai, non poche campagne pubblicitarie di automobili, linee di abbigliamento, cosmetici, profumi e altri prodotti di consumo, non comunicano più quasi nulla sui dati tecnici o merceologici del prodotto, ma sono costruite su immagini, atmosfere o suggestioni finalizzate a sollecitare emozioni. Nel gergo della comunicazione commerciale, le operazioni di acquisto diventano “esperienze di acquisto”, sempre meno associate e governate da profili razionali e sempre più legate a emozioni che indirizzano, molto più efficacemente, verso l’autogratificazione. L’ingenuità di molti spot, di trenta o quarant’anni fa, suscita quasi tenerezza rispetto alle sottigliezze delle tecniche di persuasione di oggi. Il “grande pennello” (e non il “pennello grande”) necessario per dipingere una parete grande, o il “cuore di panna” che allietava l’estate o la caramella che “si sente nella gola e anche nel naso”, hanno lasciato il posto a primi piani, suadenti sottofondi musicali, sguardi enigmatici, panorami esotici. L’applicazione di queste tecniche evocative al personal branding, in non pochi casi, ha dato dignità commerciale a quelli che in anni meno sofisticati sarebbero stati etichettati, semplicemente, come narcisismi o manie di protagonismo. Anche la promozione di se stessi avviene stuzzicando emozioni suscitate attraverso flash su vita personale, sport e passioni (mai comuni) o punti di vista sulla vita o sulle cose non sempre chiarissimi, ma immancabilmente proposti in modo piuttosto assertivo. La conclusione che pare si debba trarre, e che è confermata da recenti studi in merito, è che il narciso piace e che mostrare il proprio narcisismo non solo attira l’attenzione, ma genera seguito. I tratti manipolatori, spesso legati alle personalità narcisiste, hanno successo perché, evidentemente, ad alcuni, seppure inconsapevolmente, non spiace essere manipolati. Certo, non ogni attività di personal branding ha tratti narcisistici e non ogni pubblicità emotiva è ingannevolmente manipolatrice. Tuttavia, in un’economia che vuole essere, prima di tutto, rete di relazioni, il centro dell’attenzione deve essere spostato sull’altro da sé, su chi ci è di fronte e che, se si vuole uscire da meccanismi predatori che tanti danni hanno fatto, non può essere considerato, solamente, un obiettivo di marketing.
editoriale
Narciso (foto Pixabay)
Tra le nuove tendenze prodotte dall’economia dell’immagine c’è, anche, il “personal branding”, e cioè le tecniche finalizzate a promuovere se stessi come se si fosse un marchio o, come si dice con il linguaggio del marketing, un “brand”.
In tempi di social, di blog e di pagine web personali, gli spazi a disposizione non mancano, basta solo trovare il modo di attirare l’attenzione di potenziali clienti, follower o semplici contatti. Insomma, non basta più il “quarto d’ora di celebrità” garantito ad ognuno secondo la profezia attribuita (probabilmente in modo erroneo) a Andy Wharol. Il desiderato momento di popolarità non è più, semplicemente, temporaneo o episodico, ma deve diventare permanente e, soprattutto, generare guadagni. Non bisogna essere ingenui o anacronistici: nessuno disconosce la grande importanza commerciale ed economica di una buona visibilità sui social o nel web. Vivere della propria immagine, però, è cosa ben diversa dal reclamizzare la bontà dei propri prodotti, dal sottolineare l’elevata qualità dei servizi professionali offerti o dal rendere nota una specifica esperienza maturata in un determinato settore.
Se si ha il tempo e la pazienza di scorrere alcune pagine web di persone attive, soprattutto, nel mondo dei servizi digitali, non è difficile trovare profili ricchi di informazioni che nulla hanno a che fare con percorsi professionali o esperienze acquisite. Sedicenti manager o guru della comunicazione che “amano sentire sulle labbra il sapore del sale del mare” o che suggeriscono percorsi motivazionali per dare valore “a quello che si ha dentro”, in realtà, non paiono presentare altro se non se stessi attraverso quella che, sempre nel linguaggio del marketing, verrebbe descritta come una forma di pubblicità di tipo emotivo. Il richiamo alle emozioni, del resto, è sempre più praticato nelle comunicazioni pubblicitarie, anche a scapito dei contenuti informativi. Oramai, non poche campagne pubblicitarie di automobili, linee di abbigliamento, cosmetici, profumi e altri prodotti di consumo, non comunicano più quasi nulla sui dati tecnici o merceologici del prodotto, ma sono costruite su immagini, atmosfere o suggestioni finalizzate a sollecitare emozioni. Nel gergo della comunicazione commerciale, le operazioni di acquisto diventano “esperienze di acquisto”, sempre meno associate e governate da profili razionali e sempre più legate a emozioni che indirizzano, molto più efficacemente, verso l’autogratificazione. L’ingenuità di molti spot, di trenta o quarant’anni fa, suscita quasi tenerezza rispetto alle sottigliezze delle tecniche di persuasione di oggi. Il “grande pennello” (e non il “pennello grande”) necessario per dipingere una parete grande, o il “cuore di panna” che allietava l’estate o la caramella che “si sente nella gola e anche nel naso”, hanno lasciato il posto a primi piani, suadenti sottofondi musicali, sguardi enigmatici, panorami esotici. L’applicazione di queste tecniche evocative al personal branding, in non pochi casi, ha dato dignità commerciale a quelli che in anni meno sofisticati sarebbero stati etichettati, semplicemente, come narcisismi o manie di protagonismo. Anche la promozione di se stessi avviene stuzzicando emozioni suscitate attraverso flash su vita personale, sport e passioni (mai comuni) o punti di vista sulla vita o sulle cose non sempre chiarissimi, ma immancabilmente proposti in modo piuttosto assertivo. La conclusione che pare si debba trarre, e che è confermata da recenti studi in merito, è che il narciso piace e che mostrare il proprio narcisismo non solo attira l’attenzione, ma genera seguito. I tratti manipolatori, spesso legati alle personalità narcisiste, hanno successo perché, evidentemente, ad alcuni, seppure inconsapevolmente, non spiace essere manipolati. Certo, non ogni attività di personal branding ha tratti narcisistici e non ogni pubblicità emotiva è ingannevolmente manipolatrice. Tuttavia, in un’economia che vuole essere, prima di tutto, rete di relazioni, il centro dell’attenzione deve essere spostato sull’altro da sé, su chi ci è di fronte e che, se si vuole uscire da meccanismi predatori che tanti danni hanno fatto, non può essere considerato, solamente, un obiettivo di marketing.
Promuovere se stessi come “brand”, ma l’economia è, prima di tutto, relazioni
07 ottobre 2024
Cuneo
Narciso (foto Pixabay)
Tra le nuove tendenze prodotte dall’economia dell’immagine c’è, anche, il “personal branding”, e cioè le tecniche finalizzate a promuovere se stessi come se si fosse un marchio o, come si dice con il linguaggio del marketing, un “brand”.
In tempi di social, di blog e di pagine web personali, gli spazi a disposizione non mancano, basta solo trovare il modo di attirare l’attenzione di potenziali clienti, follower o semplici contatti. Insomma, non basta più il “quarto d’ora di celebrità” garantito ad ognuno secondo la profezia attribuita (probabilmente in modo erroneo) a Andy Wharol. Il desiderato momento di popolarità non è più, semplicemente, temporaneo o episodico, ma deve diventare permanente e, soprattutto, generare guadagni. Non bisogna essere ingenui o anacronistici: nessuno disconosce la grande importanza commerciale ed economica di una buona visibilità sui social o nel web. Vivere della propria immagine, però, è cosa ben diversa dal reclamizzare la bontà dei propri prodotti, dal sottolineare l’elevata qualità dei servizi professionali offerti o dal rendere nota una specifica esperienza maturata in un determinato settore.
Se si ha il tempo e la pazienza di scorrere alcune pagine web di persone attive, soprattutto, nel mondo dei servizi digitali, non è difficile trovare profili ricchi di informazioni che nulla hanno a che fare con percorsi professionali o esperienze acquisite. Sedicenti manager o guru della comunicazione che “amano sentire sulle labbra il sapore del sale del mare” o che suggeriscono percorsi motivazionali per dare valore “a quello che si ha dentro”, in realtà, non paiono presentare altro se non se stessi attraverso quella che, sempre nel linguaggio del marketing, verrebbe descritta come una forma di pubblicità di tipo emotivo. Il richiamo alle emozioni, del resto, è sempre più praticato nelle comunicazioni pubblicitarie, anche a scapito dei contenuti informativi. Oramai, non poche campagne pubblicitarie di automobili, linee di abbigliamento, cosmetici, profumi e altri prodotti di consumo, non comunicano più quasi nulla sui dati tecnici o merceologici del prodotto, ma sono costruite su immagini, atmosfere o suggestioni finalizzate a sollecitare emozioni. Nel gergo della comunicazione commerciale, le operazioni di acquisto diventano “esperienze di acquisto”, sempre meno associate e governate da profili razionali e sempre più legate a emozioni che indirizzano, molto più efficacemente, verso l’autogratificazione. L’ingenuità di molti spot, di trenta o quarant’anni fa, suscita quasi tenerezza rispetto alle sottigliezze delle tecniche di persuasione di oggi. Il “grande pennello” (e non il “pennello grande”) necessario per dipingere una parete grande, o il “cuore di panna” che allietava l’estate o la caramella che “si sente nella gola e anche nel naso”, hanno lasciato il posto a primi piani, suadenti sottofondi musicali, sguardi enigmatici, panorami esotici. L’applicazione di queste tecniche evocative al personal branding, in non pochi casi, ha dato dignità commerciale a quelli che in anni meno sofisticati sarebbero stati etichettati, semplicemente, come narcisismi o manie di protagonismo. Anche la promozione di se stessi avviene stuzzicando emozioni suscitate attraverso flash su vita personale, sport e passioni (mai comuni) o punti di vista sulla vita o sulle cose non sempre chiarissimi, ma immancabilmente proposti in modo piuttosto assertivo. La conclusione che pare si debba trarre, e che è confermata da recenti studi in merito, è che il narciso piace e che mostrare il proprio narcisismo non solo attira l’attenzione, ma genera seguito. I tratti manipolatori, spesso legati alle personalità narcisiste, hanno successo perché, evidentemente, ad alcuni, seppure inconsapevolmente, non spiace essere manipolati. Certo, non ogni attività di personal branding ha tratti narcisistici e non ogni pubblicità emotiva è ingannevolmente manipolatrice. Tuttavia, in un’economia che vuole essere, prima di tutto, rete di relazioni, il centro dell’attenzione deve essere spostato sull’altro da sé, su chi ci è di fronte e che, se si vuole uscire da meccanismi predatori che tanti danni hanno fatto, non può essere considerato, solamente, un obiettivo di marketing.