Una piccola premessa: la Guida ospita da anni una o più pagine di memorie-testimonianze di tempi passati; esse documentano vite, mestieri, patimenti, fatiche e anche modeste gioie di un mondo che fu, di cui un ragazzo d’oggi, incollato al display dello smartphone, non ha più la minima idea.
Due mesi fa è comparsa una lettera (in francese) di Pierrette, una mia lontana cugina di Golfe- Juan; forse questo ha messo in moto l’officina dei ricordi. Se la mia memoria di anziano non mi tradisce, non mi risulta che, tra le varie testimonianze, ci sia anche quella di un prete: e dato che nessuno veniva a intervistarmi, alquanto immodestamente, ho deciso di intervistare me stesso, mettendo giù un po’ di ricordi, a poche settimane prima del compimento degli 85 anni (e anche di almeno 55 di collaborazione a La Guida).
Non è un bilancio di una vita - Dio mi guardi - ma soltanto scampoli sparsi, briciole, frammenti, emozioni, forse nostalgìe, da leggere con una certa indulgenza…
Gli antenati
La mia vita, nell’angolo cuneese che sta tra Marittime e Cozie, si potrebbe scandire così: 11 anni da bambino di paese, 12 da studente del Seminario, 61 (per ora) da prete, di una diocesi ultimamente un po’ cresciuta di territorio.
Nella mia parentela non mancarono gli emigranti in terra di Francia: fratelli e sorelle dei nonni materni dalle frazioni di Boves presero la strada della Côte d’Azur: tra loro i genitori della Pierrette (di cui sopra), cugina di mia madre; prima lui, nel 1906 dalle colline dei Cerati di Boves scese ad Antibes, lavorando nelle campagne; a 20 anni la cartolina precetto lo richiama in Italia, va’ soldato a Napoli per 3 anni, nel 1915 c’è la guerra, è prigioniero per 3 anni in Austria; tornato a Boves, si sposa nella chiesa di Rivoira (1919) con Pina, sorella di mia nonna materna, il giorno seguente sono in viaggio per Antibes, avranno 3 figli, le due sorelle Pierrette e Ginette sposeranno due fratelli friulani, anche loro emigrati.
Mio nonno materno, venuto dai Gigutìn soprani, un pugno di povere case sperdute, già sul versante della val Colla, sposandosi era sceso più giù, nel vallone dei Cerati: il nonno non l’ho conosciuto, la mamma mi raccontava che, lavorando in bilico tra i rami per potare i castagni, era caduto, restando col piede malridotto; la nonna era morta molto giovane, in conseguenza di un parto, così nonno, con tre figli piccoli, si era risposato, ma sfortunatamente la nuova moglie si rivelò una vera matrigna, avara e amante del vino… Disgrazie e infortuni non mancavano mai in quelle povere famiglie, anche la nonna paterna aveva incontrato una morte precoce, con l’intestino perforato dalle “riste” della segale, mentre l’unica sorella di papà era morta per emorragia in circostanze drammatiche…
La mamma a soli 12 anni emigrava in Francia, a lavorare in campagna dalla zia Pina (la madre di Pierrette), poi per alcuni anni come domestica di un medico ad Antibes (dove imparò a destreggiarsi un po’ da infermiera). Il nonno morì intorno ai 60 anni, la mamma così tornò a Boves e si sposò nel 1938; papà era di Spinetta, i suoi da generazioni lavoravano da mezzadri nelle terre dei conti Asinari di Bernezzo. I due sposi lasciarono la campagna e cambiarono lavoro, rilevando un negozio di salumeria a Borgo S. Dalmazzo; papà macellava il maiale ogni settimana, mamma serviva i clienti.
La guerra
Ma pochi mesi dopo i venti di un’altra grande guerra cominciarono a soffiare, papà partiva militare e non sarebbe tornato, tolte le brevi licenze, fino all’autunno 1945, reduce denutrito dai campi di prigionia tedeschi.
Intanto eravamo nati (1940 e 1941) io e mio fratello, con la povera mamma che doveva occuparsi di noi e del negozio, con una guerra in corso, i razionamenti e le bombe che non risparmiavano il territorio di Borgo. Sembra che le mie prime settimane di vita, dai ricordi di mamma, siano state difficili: non riuscivo a succhiare se non poco latte al seno, mi indebolivo sempre più; fortuna volle che il farmacista, viste le mie condizioni, inducesse mia madre a usare il biberon, allora per niente consueto.
Un altro lutto di guerra colpì la mamma: l’unico fratello, alpino della Cuneense, non era più tornato dalla Russia; le ultime lettere erano del gennaio 1943, poi più niente (mia madre, su consiglio di una anziana donna, per alcuni anni ogni tanto mi faceva tenere, stretto tra le mani, un libro di preghiere con una chiave infilata dentro: si chiedeva se lo zio era vivo o morto, libro e chiave potevano dare un responso sussultando …).
A Boves
A fine 1945 il trasloco a Boves, rilevando un altro negozio di alimentari sulla piazza grande; nel paese allora vedevi passare mucche, carretti, vecchi mendicanti: dopo 10 passi già trovavi la strada in salita, le colline con vigne e castagneti. Il paese si divideva in rioni o cantoni (Ricetto, Piazza, Contrada della Cruciata, Contrada Grande, Rubatera, Valgea, Valcarania…); un documento del ‘700 annota che mezza popolazione stava nel “recinto della villa” (cioè il concentrico), l’altra metà nella campagna e montagna, molto abitata, per cui ci volevano tre giorni interi (a piedi), per la benedizione delle case.
Ricordo ancora quando la mamma mi portò da una donna “esperta” di medicina, la “Falèta”, che pronunciando strane formule in un misto di latino e bovesano su una scodella in cui nuotavano pezzetti di fili, “incantò” i miei vermi intestinali e mi guarì…
La scuola elementare, tutti i giorni eccetto il giovedì, mattino e pomeriggio: il campanone della chiesa dava il segnale, in cinque anni ebbi solo una maestra e un maestro, che per tenere la disciplina ti bacchettava sulle dita o ti tirava su per le orecchie.
D’estate la zia-madrina chiedeva alla mamma se poteva mandarmi da loro, in campagna: là andavo al pascolo con tre vacche “alla corda”, insieme al vecchio Trumlìn, e tiravo già su il secchio d’acqua dal pozzo. Gli adulti della cascina si divertivano con me bambino fiducioso: mi avevano convinto a raccogliere quante più piume di gallina possibile, per costruire due ali con cui volare… Che delusione quando le donne di casa mi svelarono l’inganno! Una cosa che molto mi affascinava era appostarmi a vedere l’acqua della “bialera” quando toccava a noi per il turno di irrigazione: si apriva il varco audace, impavida e gorgogliante tra i sassi, poi lo sbarramento mobile la fermava, e dilagava nel campo, facendo schizzare dalle tane i vari topolini…
Mi piaceva tanto leggere, qualunque cosa, ma non avevo i soldi per comprare i giornalini da Demetrio dell’edicola: il Vittorioso si riusciva a leggerlo senza spesa, perché Geppino, l’incaricato del Circolo, lo faceva passare di mano tra i ragazzi; in quarta elementare vinsi, con la mia squadra, il concorso chierichetti “Giro d’Italia”, indossando la maglia rosa (la portavo anche a scuola, con disapprovazione del maestro).
In Seminario!
Ed ecco la svolta della mia vita: in quinta elementare io, piuttosto monello, con stupore della delegata fanciulli cattolici, dissi alla mamma che sentivo dentro di me il desiderio di diventare prete; era come una voce sommessa che riemergeva ogni volta che provavo a tacitarla, e così quell’anno feci due esami a scuola, uno di quinta e l’altro a Cuneo per l’ammissione alla media; in autunno entrai nel Seminario, la mamma mi accompagnò sulla corriera con un po’ di corredo in quella che fu la mia nuova casa per dodici anni.
Era tutto un altro mondo: non più scorribande nel paese, tirando sassi ai cani randagi, o andare a bagnarsi al torrente Colla tentando di afferrare le “bote” dalla grande testa, o costruire rudimentali razzi con polvere pirica artigianale. Il Seminario minore aveva un centinaio di ragazzi, quello maggiore 40-45 chierici (dalla lunga veste coi bottoni rossi); la severa disciplina era mantenuta dal rettore, il prefetto e i vari assistenti, la campanella scandiva l’orario della giornata (scuola, studio, preghiere, pasti, ricreazioni…); i professori erano tutti preti, abitavano anch’essi nel grande edificio; le uniche donne erano le suore del Cottolengo, addette alla cucina, ma erano pressochè invisibili, stavano nell’interrato (dov’erano la cucina e i tre refettori distinti per i superiori, i chierici, i seminaristi) ed emergevano in superficie nei giorni festivi per andare in duomo alla messa e ai vespri, veleggiando con i vasti cappelli inamidati.
La domenica sera - momento atteso e temuto con apprensione - il rettore proclamava in pubblico i voti di condotta di ogni alunno, frutto del giudizio dei nostri assistenti e dei professori (tra essi uno soprattutto ci incuteva paura: quello di Matematica, don Giordano, alto e imponente, che ti chiamava alla cattedra e ti stirava con violenza la pelle sotto il mento…).
Si tornava a casa dopo il 21 giugno per le vacanze, poco più di due mesi, perché il terzo lo si passava nella casa estiva del Seminario a Valdieri, dove c’era la possibilità di scoprire le montagne della val Gesso nelle due gite settimanali.
Prete nella chiesa cuneese
Gli anni passarono veloci, tra esami scolastici e cambiamenti di superiori: a 23 anni l’ordinazione sacerdotale, con richiesta di dispensa a Roma (perché l’età canonica era di 24 anni: Roma concedeva il permesso anche prima “ob penuriam cleri”, vale a dire, in quei tempi, per la scarsità di preti!).
In diocesi c’erano allora un sacco di preti (più i vari religiosi); solo nel territorio di Boves, tra parroco, vicecurati, cappellani nelle frazioni e rettori vari, si superava la dozzina. Il vescovo, avendone in abbondanza, mandava viceparroci un po’ ovunque; vari preti, sull’onda del Concilio Vaticano, presero la via dell’America latina.
Dopo alcuni anni da vicecurato, mentre ero a Borgo S. Dalmazzo, il parroco venne a conflitto col vescovo a causa della nuova parrocchia istituita nel paese: fu una pagina con risvolti dolorosi per la comunità, che portò alla rimozione “canonica” di d. Viale; in quei frangenti il vescovo mi chiese di occuparmi di una piccola parrocchia di montagna, Trinità di Demonte in valle Stura.
La parrocchia del vallone
Nel Vallone dell’Arma risiedevano poco più di 100 abitanti, un decimo della gente che ci stava alla fine dell’800, quando la parrocchia era stata eretta: fu un parto alquanto travagliato, stando alle memorie del primo parroco, d. Giuseppe Demaria, per l’opposizione accanita dell’arciprete di Demonte, che si appellò a Roma, ma senza esito, contro il vescovo.
Qualche riga per ricordare questa singolare vicenda sociale-ecclesiale. Nel frattempo si iniziarono i lavori per ingrandire la chiesa e la casa canonica. “La popolazione del quartiere Trinità - annota d. Demaria - si levò in massa per provvedere il materiale, arena e pietre, e fare gratis le condotte da Demonte a Trinità, il tutto sopra schiena di giumenti, mattoni, calce, legnami e gesso. Anche i margari fecero la parte loro, provvedendo a proprie spese e trasportando da Valgrana a Trinità tutti i lastroni di pietra occorrenti per fare il pavimento”.
All’ingresso del nuovo parroco non parteciparono i frazionisti di S. Maurizio e S. Giacomo. Scrive ancora d. Demaria: “Il Parroco di S. Donato aveva ripetutamente minacciato il nuovo Parroco di SS. Trinità che la prima sepoltura ch’avesse fatto quest’ultimo nella nuova Parrocchia, ch’Egli non riconosceva legalmente eretta, l’avrebbe accusato dinanzi ai tribunali quale usurpatore dei diritti altrui, ma non n’ebbe occasione perchè la prima sepoltura che fece il sottoscritto parroco fu quella del suddetto Arciprete di S. Donato” (che era morto improvvisamente in quei giorni).
Il vescovo mons. Valfrè di Bonzo venne poi in visita pastorale, per cercare di ricomporre un po’ di armonia: nella frazione di S. Giacomo “un certo Isoardo Tomaso detto Raia parlando a nome di tutti rispose al Vescovo con scismatica insolenza; cui Monsignore disse: Amico, i vostri capelli bianchi vi potrebbero suggerire che anche presto dovreste andare voi nel Cimitero di Trinità! Rispose quello: Io nel cimitero di Trinità andrò mai, nè vivo nè morto! Otto giorni dopo moriva di polmonite fulminante, ed era portato al cimitero di Trinità, e non era vecchio, benchè canuto, avendo solo 58 anni”.
La montagna povera
Sopra i mille metri di quota la montagna si rivelava nella sua durezza: un taglio di fieno o poco più (secondo le piogge), patate e segale, poche vacche e qualche vitello… Se le cose non funzionavano, si emigrava sulla costa di Francia, i giovani nelle fabbriche del torinese; non mancavano infortuni di varia natura: un margaro ucciso dal toro nella stalla, un altro in condizioni gravi, trascinato dalla vacca imbizzarrita (toccò anche al parroco, inseguito sulle balze della montagna da un toro inselvatichito...); un’anziana donna patì gravi ustioni, tentando frizioni malaccorte con alcol davanti alla stufa...
Fui l’ultimo prete ad abitare nella vecchia casa canonica (dalle volte e porte basse, quante zuccate nei primi due-tre anni…): quando la lasciai, gli abitanti si erano ridotti a una cinquantina.
Ecco, le piccole storie-memorie di quel piccolo mondo antico possono concludersi.
Oggi, ci avvertono illustri sociologi, siamo passati dallo stato solido (delle “certezze”) al liquido (incertezze, cadute delle ideologie, insicurezze…), come se pattinassimo su una superficie di ghiaccio sempre più sottile, prossimo a rompersi. In attesa del “cambiamento d’epoca” di cui si fa un gran parlare, occorrerà forse, per noi credenti, ricordare quella pagina in cui Gesù Cristo, “vangelo” della misericordia del Padre, ci prende per mano e ci tira su dicendo: uomo di poca fede, perché hai dubitato?

Valdieri, anno 1957. Foto di gruppo di sacerdoti, chierici e seminaristi

In semianrio, sul bando di studio.

Da bambino (anno 1942)

Fedio, vallone dell'Arma

4 settembre 1988, 25° di ordinazione sacerdotale insieme ai genitori che festeggiano i 50 anni di matrimonio