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I soldati bovesani internati nei campi di prigionia tedeschi

21 settembre 2024

Cuneo

Mentre a Boves si consumava la tragedia del 19 settembre 1943, con l’incendio del paese e l’uccisione di tanti civili, altri bovesani vivevano il loro personale dramma della guerra, soli e lontani da casa e dalla famiglia. Come Giovanni Dalmasso (Gian Burel), classe 1909, stuccatore, residente in via Don Peano. I particolari della sua vita sarebbero rimasti quasi ignoti se il nipote Mauro - sbaraccando la casa della zia - non avesse ritrovato, pochi mesi fa in un baule, una busta conservata con cura. All’interno un libretto di lavoro-pass tedesco emesso nel 1943 dal Deutsches Reicht, alcune foto, una medaglia e un atto di notorietà datato 12 settembre 1945 con il quale alcuni testimoni bovesani attestavano in Comune l’identità dello stesso Dalmasso. Cioè che Gian Burel era proprio lui e che era tornato a casa dopo una lunga scomparsa di cui non aveva nessuna colpa, se non quella di essere italiano. “Quando mio papà venne catturato dai tedeschi il 12 settembre 1943 - racconta la figlia Emilia, 81 anni - io avevo due mesi e mia sorella maggiore Giuseppina appena tre anni. Papà era uno dei tanti alpini del battaglione Borgo San Dalmazzo dislocati a Fiume e che dopo l’8 settembre 1943 seguirono la sorte di tanti altri militari italiani internati in Germania in campi di lavoro”. Pochi giorni dopo la sua cattura arrivò il 19 settembre, Boves subì il suo martirio. “Mia mamma Carolina ci portò al sicuro fuori dal paese in campagna a San Mauro - continua Emilia -. I soldati tedeschi erano entrati nella casa dei nostri vicini da Lurens, avevano sparato sotto il letto e poi appiccato il fuoco ma solo ad alcuni oggetti. Avevamo paura e di mio papà non si sapeva più niente, pensavamo fosse morto”. Così nei mesi successivi la mamma si mise a lavorare alla fornace di mattoni alla Reggia. Da Giovanni nessuna lettera e nessuna notizia. Solo il 7 settembre 1945, dopo due anni di prigionia in Germania, Gian Burel tornò in Italia, a casa a Boves, dove riabbracciò la moglie e le due bambine di cui aveva conservato nel taschino una fotografia. E una dedica molto tenera. Del lungo periodo di lavoro e di stenti si seppe poco perché non ne parlava mai, se non per qualche breve cenno alle bucce di patate che mangiava quando le trovava dentro la pattumiera. Giovanni Dalmasso, matricola 55803, visse due anni nel Kristin Stalag III a servizio di un capitano tedesco e della sua famiglia, composta anche da due figlie e un figlio. “Doveva esser un uomo buono - continua Emilia - perché al termine della guerra, quattro o cinque anni dopo, venne in Italia con la moglie a cercare mio papà. Mi ricordo bene quel momento. Io e altri bambini eravamo in cortile con il piatto della cena in mano. Si affacciò guardandosi intorno, era tutto il giorno che girava Boves alla ricerca di mio padre. E poi si sono ritrovati”. Gli anni successivi alla prigionia furono ancora pesanti per Giovanni che era tornato debilitato e molto malato. Lo prese in cura il dottor Andrea Pacotti, medico condotto dell’epoca e poi pian piano l’ex alpino riprese a lavorare come scaiolista. “Mio papà è morto il 24 aprile 1975 a 66 anni e mamma Carolina lo ha seguito dieci mesi dopo - conclufr Emilia -. Anche mia sorella Giuseppina è scomparsa, ma solo quattro anni fa all’ospedale di Verduno durante l’epidemia del Covid. Non abbiamo nemmeno potuto salutarla”. La storia di Giovanni Dalmasso (Gian Burel) è simile a quella di tanti altri soldati italiani reduci dei campi di prigionia tedeschi, i cosiddetti Imi (Internato militare italiano) e di cui si sa ancora molto poco. Oggi questi testimoni sono tutti scomparsi, compresi altri bovesani prigionieri come lui perché cattuati in zone di confine come Trieste: Titino Giubergia (‘d Tranta); Stefano Macario (du Palas); Bartolomeo Pellegrino (‘d la vidua), Bartolomeo Giuliano (‘d la Ressia); Battista Marro, Giacomo Toselli (Verloc); Giuseppe Cavallo (Putin), Settimio Giordano (osteria); Andrea Giordano (Fidel); Bartolomeo Peano di Beinette e tanti altri che vale la pena di ricordare.
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