editoriale

Ignazio Vian, il coraggio della libertà

15 settembre 2024

Cuneo

Ignazio Vian Ignazio Vian Le iniziative che ogni anno  a Boves celebrano il 19 settembre 1943 sono occasione  per dare spazio alla formazione della memoria: il martirio di quella domenica diventa fatto simbolo che continua a dare un senso alla vita di una comunità, ne costruisce il tessuto, traccia le coordinate che ridisegnano i giorni a venire. Sì, la conoscenza della storia è generativa di futuro e ricordare è uscire dalla mediocrità, è rispetto per chi ha pagato con la vita la nostra libertà, è radice che dà solidità a scelte di  democrazia. In questo contesto è doveroso ricordare la figura di Ignazio Vian  il difensore di Boves, nell’ottantesimo della sua morte da eroe. Ignazio nasce a Venezia il 9 febbraio 1917, figlio di Agostino e di Giuseppina Castagna. Appartiene a una famiglia numerosa, suoi fratelli sono: Mello, Toti, Teresa, Pio, Maria, Cesco, Bepi e Nina. Nella città veneta studia nel collegio   degli Orionini. Più tardi la famiglia si trasferisce a Roma per motivi di lavoro. Diventa maestro elementare, si iscrive all’università, alla facoltà di  Magistero,  ma non terminerà gli studi. Da ufficiale della IV Armata a primo partigiano d’Italia Presta servizio come ufficiale della IV Armata, giurando fedeltà alla nazione e al re, nella Guardia alla Frontiera nel Cuneese, come sottotenente, assegnato al sottosettore di Valdieri; conosce bene la Bisalta e le montagne circostanti. Dopo l’armistizio di Cassibile del 3 settembre  reso pubblico l’8 sceglie “la via dell’onore senza esitazioni”. È considerato da molti il primo partigiano d’Italia, pietra di paragone per l’Italia libera (Dunchi). Organizza i primi nuclei partigiani in provincia di Cuneo, attivo comandante partigiano delle valli cuneesi.” Tenente Gianni” è il suo nome di battaglia. Non è scorretto sottolineare che Vian è fuori dai normali schemi ufficiali della Resistenza italiana, come era libero, anzi si era liberato dalle scorie del conformismo politico. Appuntò nei suoi “ Aforismi senza pretese” questa riflessione :“ Il più alto e difficile eroismo è quello della vita vissuta nella pienezza del proprio dovere e nella precisa fermezza del carattere. Ogni questione che sfiori anche  menomamente il campo del dovere è palese vigliaccheria” Dall’otto settembre ’43 i dispersi della IV armata, proveniente dalla vicina Francia, si  rifugiano sulle montagne di Cuneo. Tra il 9 e il 12 settembre, con i militari delle caserme bovesane e dei componenti della Guardia alla Frontiera un migliaio si fermano a Boves, nella speranza di ritornare presto a casa. È “Fede”, nome di battaglia del capitano Enzo Bramardi, che organizza i primi gruppi. La domenica 12 settembre il Maggiore Iochen Peiper, in servizio dal 1933 nella Waffen –S.S., assume il comando della piazza di Cuneo, con una delle più temute e agguerrite unità di Waffen SS.. In quel contesto di smarrimento Vian con un compagno si impadronisce a Cuneo di un autocarro e risale la valle Colla, a Boves. Incontra altri militari, spauriti, confusi. Qualche mitragliatrice, qualche autocarro, un cannone.                                                                                                          Unica speranza: uniti per cacciare i tedeschi e scrollarsi il fascismo. Ma molti sono incerti e indecisi, occorre una forte motivazione ideale che cementi e giustifichi una scelta. Per i militari come lui resta il senso dell’onore: legati al giuramento di non disertare la bandiera e  continuare il servizio militare. Resistere  assume il valore di una scelta suprema tra tirannide e libertà, tra la violenza disumana e la giustizia. Nasce la Banda di Boves  Raccoglie con sé circa centocinquanta uomini e dà  vita così ad una delle prime formazioni partigiane. A Boves il 13 settembre  sono appesi i bandi che obbligano gli ex militari a presentarsi ai loro comandi. Per questo gruppi di giovani, consigliati  anche dal vicecurato don Mario Ghibaudo, pure lui preoccupato che venissero poi internati e istradati in Germania, cominciano a risalire la valle Colla . La popolazione è con loro, ma è disorientata. In quei primi giorni grande è la confusione su come agire: ricompattare un esercito, dare avvio alla guerriglia con bande agili e ben equipaggiate, ritirarsi altrove in luoghi più propizi. Molti scampati della IV Armata cercano di rientrare nelle loro case e città; tra loro è anche il maggiore dei bersaglieri “Toscano”, Beniamino Biagi a cui viene affidato il comando di questi sbandati. Ma l’ufficiale è più preoccupato di poter tornare a Livorno, a casa che di organizzare una “resistenza”; sparirà quasi subito dopo il primo eccidio, lasciando il comando proprio a VIAN, che era stato insediato dal cap. Bramardi “Fede”. In realtà il gruppo della Bisalta è effettivamente eterogeneo e tocca Bramardi organizzare, con gli ex ufficiali del disciolto esercito regio, incontri alle pendici della Bisalta per assegnare responsabilità nel controllo e nella difesa del territorio. Il 14 settembre, giorno in cui si registra una prima puntata tedesca a Boves, nasce ufficialmente la “Banda di Boves” poi definita Banda di Vian per la sua capacità organizzativa. Il 15 Settembre Il 15 settembre il cap. Fede raduna i soldati alla cappelletta di S.Rocco a S.Giacomo e divide il territorio in  zone con i gruppi di Rivoira e Rosbella (con  gli ufficiali Giuliano, Aimo, Venegoni, Giovanni e Agostino Capello), di Mellana (Barale,Teppa,Mandrile), di Castellar (con Toscano, Bramardi, Vian,al cui fianco è  Franco Ravinale, suo grande amico che morirà a Dachau). A ognuno affida un territorio, a Vian “dall’occhio acceso e fermo, occhi chiari e imperiosi” vien dato il gruppo comando Castellar – S Giacomo con la responsabilità del centro provviste. Da subito il giovane al ponte dei Sergent (prima era ponte dei Reparati), strettoia di passaggio per salire la valle, istituisce un posto di blocco e colloca l’unico cannone in dotazione. Il 16 settembre a Boves il ventottenne  Peiper fa radunare in piazza Italia i capifamiglia: consegnate le armi e fate rientrare i disertori; in caso contrario ci saranno dure rappresaglie; come minaccia fa cannoneggiare la collina di S.Antonio. La sera del sabato 18 al capitano Fede è fatto recapitare un messaggio che preannuncia una pesante azione militare tedesca su Boves. E’ lo stesso don Mario a consegnare a Rivoira la mattina della domenica questa notizia al comando partigiano. Il 19 Settembre Domenica 19 settembre: ore 11.  Una camionetta di partigiani, con Dunchi, Martini, scesa per viveri, cattura due tedeschi SS, provenienti da Peveragno, all’imbocco della piazza Italia. Alle 12.00 da Cuneo arriva una colonna di autoblindo, comandata dal cap. DINSE, che si dirige subito verso Castellar. Nel breve scontro armato cadono il partigiano Domenico Burlando, che era andato a consegnare a tetto Batita alcuni suoi effetti personali,e il mitragliere tedesco Steinmetz. La difesa di Vian ha il primo risultato positivo. I tedeschi si ritirano. Alle 13.00 Peiper, essendo irreperibile il commissario prefettizio, affida a Don Giuseppe Bernardi l’ordine di parlamentare e farsi restituire i due prigionieri. Se restituiti, i tedeschi si sarebbero ritirati senza rappresaglie. Don Bernardi parte con Antonio Vassallo. I due tedeschi vengono restituiti, con il mitragliere caduto a mezzogiorno, e Vian convince i suoi a farlo, ma rifiuta di sciogliere gli uomini e di ritirarsi. Il comandante tedesco non rispetta la parola data e già poco le ore 15.30 inizia la caccia ai civili e l’incendio del concentrico e di parte di Rivoira. Una colonna tedesca tiene impegnati gli uomini di Vian e gli altri di Aceto e Giuliano. Vian dirige le operazioni, al ponte dei Sergent, con Beppe Lerda e urla ordini che spaventano il nemico; però molti uomini delle altre postazioni si erano ritirati verso S.Giacomo. Fortunatamente i soldati tedeschi indietreggiano. Ritirandosi incendiano tutti i casolari che incontrano e uccidono: 350 saranno le case distrutte e 23 i morti. Tra questi anche il giovane don Mario Ghibaudo, freddato in via Badina mentre benedice Michele Agnese, caduto sotto i colpi del soldato tedesco. I due parlamentari don Bernardi e Vassallo, su un autoblindo per le vie del paese, assistono all’incendio; il parroco prega e assolve chi incontra. Infine, in un androne,il sacerdote e l’industriale sono uccisi a colpi d’arma da fuoco e i loro corpi dati alle fiamme: ore 18.54 dirà l’orologio. Il 20 Settembre Il giorno dopo 20 settembre le prime divisioni: Vian mantiene la sua linea di soldato; altri, con Bramardi (Fede) scelgono la tattica della guerriglia. Comunque il 21 settembre due ufficiali dei carabinieri di Cuneo salgono a san Giacomo e intimano: “deponete le armi o rastrelleremo tutta la zona”. Molti se ne vanno: più di 340, tra soldati e ufficiali, si consegnano in caserma a Cuneo. Vengono restituite le armi inservibili. Vian con una ventina di uomini “resistenti” (dai  120 iniziali) e con Lerda, Aimo e Giuliano si sposta in val Vermenagna a Vernante sia  per ricompattare il suo gruppo, animarlo e farlo diventare punto di riferimento per altri, sia per riorganizzare la formazione partigiana su basi più solide. Un gruppo di partigiani delle tre valli Vermenagna, Colla e Iosina attribuisce a Vian il grado di capitano e tutti lo riconoscono come loro capo. Ritorna  presto  in zona e organizza azioni di disturbo, guerriglia, approvvigionamento, ecc. Gli si riconosce competenza, equilibrio, tattica, carisma di capo .Verso fine anno avrà nuovamente più di cento uomini a lui fedeli. Con i suoi ufficiali e con il consiglio di banda costituito da  Franco, Dunchi, Aceto, Giuliano, Aimo e Corbelletti a volte ha scontri: per Vian il soldato deve essere vestito da soldato, urge prima liberare l’Italia dal tedesco e dal fascismo e per riuscirci bisogna unire le forze. La fraternità d’armi deve annullare le differenti convinzioni politiche. La vita in montagna non è sempre facile. Vian ai primi di novembre fa ritirare  da giovani Bovesani manifesti inneggianti alla resistenza e da affiggere sotto i portici e poi nel paese. Fortunata Bisotto ricorda che l’8 dicembre Vian domanda al parroco di S.Giacomo don Rovera il permesso di far venire don Dutto di Castellar a confessare un partigiano condannato a morte. A esecuzione avvenuta è agitatissimo  e consegnerà a don Rovera £. 600 per messe di suffragio. Con questo sacerdote i rapporti non sono sempre limpidi: ad esempio, verso Natale il parroco gli comunica che  non vuole seppellire e benedire i morti in ossequio alla circolare tedesca che proibisce di seppellire i ribelli. Vian è preoccupato di questo rifiuto.  “Dobbiamo andare sottoterra come fossimo cani o gatti randagi trovati stecchiti per terra?”. Il “colpismo” Almeno fino a tutto il gennaio ’44 Vian inventa e utilizza il “colpismo”: è la lotta intesa come succedersi di azioni risolute e non prevedibili, anche temerarie. Pochi ardimentosi, in atti e momenti diversi, per dimostrare l’esistenza di un movimento di resistenza e di ribellione al nazifascismo e per “disorientare” il nemico attaccano i depositi militari, le opere stradali e di comunicazione, i posti di controllo, i singoli militi e capi  fascisti, le spie, purtroppo numerose. La formazione Vian ha fatto scuola e al suo fianco ci sono  Dunchi, Aimo, Toselli, Franco, cap. Cosa, capi che poi si spargono d’attorno e guidano altre formazioni. Molte le azioni militari di sabotaggio; l’anima e la guida è  sempre VIAN, capo “leggendario”. Comandante coraggioso e intelligente, eroe, martire: ha capacità organizzative, dimostra fermezza e coerenza di carattere; offre esempi di valore. Anche per questo sarà medaglia d’oro al valor militare. Riorganizza al contempo le difese dei reparti in montagna, ponendo uomini fidati a capo delle varie postazioni: circa 160 uomini costituiscono un presidio stabile in Valle Colla; tiene collegamenti con le altre formazioni partigiane, sa moderare gli eccessi, supera spinose questioni di “ appartenenza politica”  di altre formazioni, crea una rete di informatori, cattura spie, si prepara a un nuovo attacco tedesco. Le 4 “giornate del Colla”, le più dolorose Il 31 dicembre 1943 e i primi tre giorni del 1944 con un secondo assalto a Boves, affidato a un battaglione di punizione della Luftwaffen con la 4^ compagnia del 617° battaglione. 59 saranno i morti, a decine e decine i feriti, altre 700 case distrutte, casolari e fienili e stalle incendiati; saccheggi, spoliazioni, granaglie  distrutte; il parco animali quasi dimezzato. Si vuole colpire l’economia,in un inverno assai duro. “Vian …chiamati a raccolta col suono delle campane i suoi volontari, in quattro giorni di dura lotta li incitava alla riscossa con la parola, con l’esempio ed il suo strenuo valore”, precisa Adriana Filippi nel suo diario.  Intervengono anche le formazioni di Stura-Gesso-Grana e portano armi. Il 29 dicembre si respira un’ aria di tempesta, l’ atmosfera è  pesante e triste, anche se è sereno. Vian passa in rassegna le dodici postazioni perché tutto sia in ordine . Ha il suo impermeabile da trincea, il trench coat dell’esercito inglese. Vede il parroco don Rovera partire per il timore di un attacco tedesco e per mettere in salvo il Santissimo. I casolari sono pieni di soldati, tante famiglie scappano in alta montagna; lui segue per un po’ i carri e i fagotti verso l’alto “…con il suo mantello nero, sguardo inquieto e afflitto per quelle partenze…mani sulla faccia” (Adriana Filippi). Giovedì 30 Vian raduna a Castellar gli ufficiali Giuliano. Aimo, Boschiero, Cicci, Aceto e Dunchi :” Ho motivo di credere che il gran momento sia arrivato… sparerete solo dopo aver visto il mio razzo” e fa distribuire le munizioni - Arrivano due ufficiali dei carabinieri: uno il cap.Montecucchi, l’altro, in divisa nera “Faccia nemica”, è un colonnello “x”  messaggero del prefetto. I due vogliono parlare con Vian e sapere quanti sono. “Venite a contarci” dice Giuliano. “Arrendetevi” pretendono i due ufficiali, ma Vian ribatte “fieramente”: ” Noi non siamo venuti quassù per scendere a trattative né con i tedeschi né con gli italiani che agiscono da tedeschi… Se c’è da combattere, combattiamo… farò trovare pronti tutti i mei uomini”. In effetti già il giorno prima il ten. Edoardo Tosello e Giovanni Barale avevano portato la notizia di un massiccio attacco tedesco. Il venerdì 31 gli “alpinjager” tedeschi salgono a piedi su per la valle, mentre a da Rivoira li segue la colonna con i mezzi corazzati. La battaglia infuria, Vian conosce perfettamente uomini e luoghi e impartisce ordini. -Alla fine i tedeschi si ritirano ma uccidono 19 persone e incendiano cascine e fienili soprattutto a Rivoira. In serata Vian fa suonare le campane. “Per salutare l’anno nuovo?” “No! “Le campane suonano perché  Vian vuole infondere speranza in tutti i suoi uomini!” Giornate di fuoco Il 1944 inizia con un colpo di cannone all’alba serena. I tedeschi risalgono la valle, due aerei Macchi sorvolano S. Giacomo e la montagna lanciando bombe. E’ una lotta cruenta con caduti e feriti da ambo le parti: 21 i morti tra i civili e i partigiani. Tra le vittime anche Giovanni Barale, l’antimonarchico ma unito a Vian, ucciso con il figlio Spartaco e l’autista. E’ danneggiato il campanile di Castellar, già colpito il 19 settembre; anche il campanile di S.Giacomo non c’è più stroncato a metà da un colpo di cannone, la campana è sul tetto. Raccontano i testimoni e lo riferisce anche la Filippi che “Vian col suo mantello nero passa di postazione in postazione, spara con il suo Thompson… quasi allo scoperto; cade, si rialza, spara stando in piedi. Perché rischia così?” “Perché i miei soldati sappiano che si deve guardare la morte dritta negli occhi”. Un razzo tedesco annuncia la fine della battaglia e la ritirata, ma i tedeschi scendendo a valle incendiano i cascinali con bombe al fosforo e assicurandosi che le fiamme abbiano ben attecchito. Vian amareggiato per le troppe vittime si confida con Dunchi: “forse avevi ragione; …bisognava far piazza pulita dei traditori e dei vili”. Gli risponde l’ufficiale – che già gli aveva precisato “io non vado all’attacco con avanti Savoia, ma viva la libertà” - consigliandolo che  forse è meglio ritirarsi, sabotare, far saltare in aria le fabbriche che costruiscono armi per i tedeschi (la pianurizzazione del conflitto). La domenica 2 gennaio è un’ altra giornata di fuoco Se i tedeschi non snidano i partigiani se la prendono con i civili e passano di casa in casa uccidendo e incendiando; i proiettili tedeschi sono micidiali: scoppiano nella carne e dilaniano. A tarda sera arriva Vian a ricomporre il cadavere di Tenore. “I nostri morti portateli al cimitero; i soldati tedeschi restano per strada, di certo verranno i loro commilitoni a recuperare i corpi. Vian è al cimitero di S. Giacomo per sotterrare i morti di ieri e di oggi; vuole ricomporre i corpi prima di seppellirli.“-:” Vegliamoli un po’ i nostri morti”. Avvolge il capo in un lenzuolo bianco perchè “almeno vadano sottoterra con i volti coperti…”. Al chiarore della luna Vian fascia le teste e getta le prime palate di terra, il cappellano  don Dutto pronuncia il  nome di ogni morto e un Deprofundis, uno per volta.- Si inizia con Zara, poi i civili, poi Sicilia (“i suoi 10 fratelli lo aspetteranno invano”). Il comandante e gli ufficiali salutano sull’attenti ogni morto che scende nella fossa…William abbraccia il cadavere del suo amico  Solemìo. Una pietra su ogni buca. I presenti si abbracciano, senza parole. Tra i civili c’è Vittorio, l’oste di Castellar; Vian gli consegna un biglietto: “Voglio restituirle il grano che ha perso nell’incendio”. “no”- “La mia firma è necessaria… posso morire”.  Poi fa montare la guardia per vegliare almeno qualche ora i morti - Tutti i soldati ripartono per le postazioni . Il lunedì 03 è una giornata di sole, ma ricomincia la battaglia con bombe e spari di artiglieria e rombo di aerei. I tedeschi arrivano alle prime case del concentrico  di san Giacomo, c’è fiamme e fumo nero nella valle, tutto brucia, anche la stanza del comando, la scuola, l’alloggio delle maestre. Hanno derubato e saccheggiato il negozio di alimentari come pure molte abitazioni. La giornata si chiude con altri  17 morti. Si contano i morti. Vian è in crisi Vian è in profonda crisi, ha perso il controllo della situazione: quasi chiuso nel suo mantello, irreperibile gira  tra le rovine da San Giacomo a Castellar fino a Tetti Sergent, dove lo incontra Dunchi. Bartolomeo Giuliano scriverà che la crisi  e lo sconforto lo hanno colpito già il 2,   “scompare dalla scena” e “gli uomini lasciati senza ordini”.La sua formazione è decimata e distrutta. Tardi ritorna al cimitero, riprende ad avvolgere le teste dei morti con fasce prima di sotterrarli; poi l’ultimo saluto militare ai corpi.  Vian attende che tutte le fosse siano chiuse, si rimette il mantello poi dà ordine di occultare le  armi pesanti. “Lasciamo la valle… passate l’ordine… verremo a riprenderle perché qui torneremo..” Giuliano: “Noi restiamo a Boves”. Arrivano due Messaggeri della valle Pesio del cap. Piero Cosa: “Vi accogliamo tutti nelle nostre baite…ma i viveri sono pochi”. La battaglia è finita: si contano cinquantanove morti: 4 a Boves, 1 a Fontanelle, 3 a Roncaia, 2 a Rosbella, 26 a Rivoira, 13 a Castellar, 10 a San Giacomo. Quattro giorni di combattimento: la formazione di Vian è decimata, distrutta; parte dei soldati va a Fedio o nel vallone dell’Arma a Trinità di Demonte con Franco  Ravinale, il grosso va in valle Josina o in val Corsaglia. Una annotazione: da gennaio a tutto aprile ’44 la valle Colla resterà “scoperta” di partigiani, anche se Vian con Magino Olivero cercherà di mantenere unito in Boves il gruppo, in attesa di poter salire nuovamente in Bisalta a giugno; gli uomini di Vian continuano a progettare e realizzare attacchi di sabotaggio. La Filippi nel suo Diario annota che il martedì 4 gennaio Vian resta per qualche tempo con lei e la madre accanto alla chiesa di san Giacomo prima della sua partenza per la Valle Pesio. Un breve dialogo: “Forse non ci vedremo mai più” “Io lancio la mia vita che sempre rimbalza…una volta potrebbe non rimbalzare..” . “Lei disprezza la vita?” “no... ma ci sono cose più importanti della vita. L’onore militare  ad esempio..” Sopraggiunge il cappellano don Dutto con le braccia spalancate a forma di croce  e racconta la morte atroce di Giovanni e Spartaco Barale e dell’autista il primo dell’anno. Riorganizzare la resistenza  Vian, partiti i suoi, dal 4 gennaio si taglia la barba, si procura un documento falso che lo qualifica tecnico/ingegnere e finge di controllare le linee elettriche, va in giro in moto; per mezzo di Duccio Galimberti tiene contatti col comando regionale partigiano e fino ai primi di febbraio continua a ritornare a Boves. Fortunata Bisotto racconta che Vian a fine gennaio 1944 delega il parroco  don Rovera, ritornato a S. Giacomo, a distribuire il grano dei partigiani alle famiglie  sinistrate . Quando ai primi di febbraio Vian raggiunge il gruppo in valle Iosina, il ten. Aceto ordina il presentat’arm  e lui si commuove. Da Pradeboni al rifugio Regina Margherita, poi al Pian delle Gorre  con Dunchi e Aceto. Si cambia tattica: non più in montagna, ma pattuglie in pianura per atti di sabotaggio, colpi di mano improvvisi. Vian gira per la pianura, raccoglie notizie, organizza colpi di mano, visita altre formazioni, tiene collegamenti tra tutti; calmo, acuto, instancabile. Cerca più volte di ricostituire la Formazione VIAN. A Combe di Chiusa Pesio espone il suo progetto in 14 punti: (comandi, uffici stampa, propaganda, ufficio operazioni, controspionaggio, stato maggiore, servizi collegamento…); la sua preparazione militare emerge con il suo amor di patria. Proprio dalle sue vedute nascerà la terza divisione ALPI ( P.Cosa). Sempre in febbraio si sposta verso Mondovì, in val Corsaglia e valle Ellero;  pone il suo comando a Fontane di Frabosa e assume il ruolo di comandante in seconda del 1° gruppo divisioni alpine degli “autonomi” accanto ai comandanti “MAURI”, il magg. Enrico Martini delle forze autonome della val Casotto, COSA in valle Pesio e FRANCO I^ in valle Ellero. Dopo la controffensiva tedesca di inizio marzo dalla valle monregalese e dalla Liguria con i giorni di combattimento  in val Casotto e con  400 partigiani caduti, con tutti i feriti degli ospedali passati per le armi se riconosciuti partigiani, dispersi gli uomini, catturato quasi tutto il materiale, Vian si rifugia nelle  grotte di Bossea, poi, ferito, si trasferisce ad Alba. Occorre programmare una nuova tattica: estrema mobilità  e azioni a sorpresa. Vian rannoda collegamenti con il CLN piemontese, in crisi dopo l’arresto del gen. Perotti e dei componenti il comitato militare. Ancora in marzo/aprile Vian continua a tenere legami con le squadre di Boves  (S. Giacomo, Rosbella, Gigotin, Maruna, Roncaia, Fontanelle Malandrè) e Valle Pesio anche se la sua formazione si è disgregata e divisa: chi va in Toscana (Dunchi-Ravinale-Capellini), in Liguria (Martelli –Durante), a Demonte (Beppe Lerda- Boschiero), a Busca (Sacchetti –Paolini), in Valle Gesso (Padova), a Robilante e Fontanelle (Bombelli). Vian va a Torino più volte, si dà da fare per riorganizzare la resistenza “in tutto il Piemonte”, tiene legami con altri capi partigiani per riannodare le file… Il 19 aprile  a Dogliani, si incontra con Mauri all’albergo Reale per la divisione delle zone di competenza: Vian agirà nei territori di Alba e Bra, il comandante Mauri nelle Langhe, “Con la libertà e per la libertà” come recita il loro motto. La prigioni e la morte Il 21 aprile viene sorpreso e riconosciuto da una spia e arrestato alla stazione di Porta Nuova a Torino. È tradotto al braccio tedesco delle Carceri Nuove di Torino: interrogatori e continue torture. Si taglia le vene dei polsi con una lametta: “Meglio morire che tradire” scriverà in cella col suo sangue. Viene curato in infermeria perché è troppo importante farlo parlare. Si confida con Don Carlo Falco (don Lino) nella cella accanto. Colloquiano fino al 6 giugno, quando don Lino è liberato; porterà con sé una pagnotta di pane con scritti i nomi dei cari di Ignazio. Resta in cella di isolamento tutto solo. Muore martire a Torino il tardo pomeriggio del 22 luglio 1944, impiccato in corso Vinzaglio, angolo via Cernaia al primo albero a destra con altri 5 compagni di sventura. Lui sull’autocarro resta silenzioso, il volto eretto, sguardo sicuro. Un sacerdote della Consolata, cappellano alle Nuove di Torino, padre Vittorio Sandrone, li assiste. Il solito macabro rituale: una folla costretta ad assistere; quattro condannati che salgono sull’autocarro, il capestro attorno al collo: Vian, Bena Battista, contadino, Briccarello Felice, commerciante, Valentino Francesco, partigiano; gli  altri due saranno condotti a morire altrove, in zona Barriera di Milano. Il mezzo si muove, i soldati tedeschi e i fascisti italiani del gruppo “ Leonessa” al servizio dell’invasore che spingono i malcapitati. L’impiccagione e la morte quasi immediata. Un allarme aereo disperde la folla e costringe i militari a ritirarsi. I quattro resteranno appesi fino a notte. Raccontano che Vian prima di morire urlò pure lui : VIVA l’ITALIA. Il cappio è custodito nel Memoriale della resistenza presso la biblioteca  del comune di Chiusa di Pesio. La sua tomba è al sacrario della Certosa di Pesio. Chi era Ignazio Vian Due riflessioni finali dalle tante  testimonianze di amici e di partigiani. Alcuni sottolineano la sua scelta della “via dell’onore” senza esitazioni e della resistenza per motivi “etici” e di testimonianza, la sua fedeltà al giuramento alla patria, il suo carisma di trascinatore, le  qualità organizzative, la forte volontà di riscatto, il senso severo dell’essere soldato al servizio di un’idea. Buono coi buoni, giusto coi giusti, severissimo con i malfattori, lo definì Nardo Dunchi e Radio Londra lo fece proverbiale monito e esempio a tutti gli Italiani. Era uomo di grande fede cristiana, un cattolico convinto e convincente. La sua fede lo portava all’interiorità, a reagire al totalitarismo che soffoca l’individuo, all’antifascismo, alla condanna delle leggi razziali. Forse, al di sopra di ogni convinzione personale, è importante ricordare non solo il suo impegno per la libertà e la democrazia, col dono della sua giovane vita, ma il suo attaccamento alla comunità bovesana e umana. La riconoscenza passa anche attraverso lo studio della sua figura. Lorenzo Vian, nipote di Ignazio, mentre consegna al Carcere Le Nuove di Torino una riproduzione in 3D del pane sul quale Ignazio, prima di essere impiccato, aveva inciso la frase: “Coraggio mamma” ed il nome dei familiari La lapide collocata nel luglio 2023 in corso Vinzaglio a Torino nel luogo in cui Ignazio Vian fu impiccato. Ignazio Vian ritratto da Adriana Filippi Ignazio Vian ritratto da Adriana Filippi.
Resistenza Boves Partigiano Ignazio Vian Auto prende fuoco