editoriale

All’aumento del reddito non sempre corrisponde un aumento di felicità

15 settembre 2024

Cuneo

corsa su tapis roulant Sono passati cinquant’anni da quando, nel 1974, Richard Easterlin, allora docente di economia presso l’Università della California meridionale, pubblicò una ricerca dal titolo “Il paradosso della felicità”. Il paradosso sta nel fatto che, come osservato dal professor Easterlin, all’aumentare del reddito di una persona, la sua felicità aumenta, ma fino a un certo punto; oltre una certa soglia, all’aumento del reddito non corrisponde un aumento di felicità. I dati erano stati raccolti sulla base di questionari di autovalutazione. Alle persone intervistate era stata sottoposta una domanda rispetto alla percezione della propria felicità e le risposte consentivano di dirsi “molto felice, abbastanza felice, infelice, molto infelice”. Per ciò che riguarda la felicità soggettiva, i risultati statistici dell’indagine dimostrarono, non sorprendentemente, che le persone ricche si dicevano, generalmente, più felici di quelle povere. Tuttavia, gli effetti dell’incremento di ricchezza sulla felicità erano molto diversi. Per chi era povero, a un aumento della ricchezza corrispondeva un aumento della propria felicità. Per chi era già ricco non era così: a un aumento di felicità iniziale conseguente all’incremento della ricchezza, seguiva, in un secondo momento, un ritorno al livello precedente. Molti studiosi si sono occupati dei risultati dell’indagine, ritenuti validi ancora oggi, e hanno tentato di spiegare quello che, in effetti, appariva un paradosso, soprattutto in un periodo in cui, in ambito accademico, non pochi tendevano a far coincidere la felicità con l’utilità che si poteva trarre dai beni e, quindi, maggiore era la disponibilità di beni, maggiore avrebbe dovuto essere la felicità. Lo stesso Easterlin, con lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, ha spiegato il paradosso attraverso l’immagine del tapis roulant (in inglese, “treadmill”). La rincorsa all’incremento dei beni materiali, in sintesi, si traduce in una corsa in cui siamo sempre fermi, pur aumentando la velocità. L’acquisto di un’automobile più lussuosa o di una casa più grande, se non corrisponde a una effettiva necessità, produce una gratificazione effimera perché, in poco tempo, si torna al livello di soddisfazione iniziale. Oltre che economicamente non utili, questi sforzi generano anche problemi legati, da un lato, agli effetti che la spinta ai consumi hanno sul sistema e, dall’altro, ai sacrifici che vengono sostenuti per aumentare redditi poi destinati ad acquisti che non gratificano. Se gli effetti negativi del consumismo sono noti (o dovrebbero esserlo), pare ancora non godere della dovuta considerazione il sacrificio dei cosiddetti “beni relazionali”, che spesso accompagna le spinte all’aumento dei redditi. I “beni relazionali” sono una categoria economica introdotta, a metà degli anni Ottanta, dal filosofo e sociologo Pierpaolo Donati e dalla filosofa Martha Nussbaum e poi studiata e approfondita da illustri economisti, come i professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni. Si tratta di beni intangibili, che possono essere prodotti e fruiti solo insieme ad altri. Sebbene sul loro contenuto non ci sia uniformità di vedute, si tende a concordare che i beni relazionali consistano oppure siamo parte fondamentale delle relazioni sociali. Il dato interessante è che, secondo gli studi in merito, la fruizione di beni relazionali incide in modo molto significativo sulla felicità delle persone. Vivere un’esperienza insieme ad altri, anche le semplici attività quotidiane, è molto più appagante che farlo da soli e, contrariamente a quanto capita per risorse che generano competizione, la relazionalità di questi beni comporta che la gratificazione sia comune a tutti coloro che partecipano. Evidentemente, per questi fini, la custodia delle relazioni è fondamentale. Le relazioni autentiche, per nascere, crescere ed esprimere la loro generatività, richiedono tempi, spazi, energie, attenzione e cura. Quando si sale sul tapis roulant della rincorsa ai beni di consumo, tutto questo viene compresso e sacrificato. Cinquant’anni or sono, Easterlin ha documentato che, sul tapis roulant, la nostra felicità non aumenta. Da circa quarant’anni, sociologi, filosofi ed economisti indicano nei beni relazionali una componente importante della nostra felicità. I tempi dovrebbero essere maturi per una nuova consapevolezza e, come pare necessario, correggere la rotta.
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