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I coltelli “robilantini” nuova gloria della Val Vermenagna

08 settembre 2024

Cuneo

Ci sono passioni che esordiscono presto, al punto da sembrare quasi ossessioni. Deve essere stato un po’ così per Michele Macario di Robilante quando ha fatto il suo primo coltello e aveva solo dieci anni. Manico di legno e lavorato con la mola del padre come meglio poteva - ci racconta. Voleva copiare un eroe dei fumetti degli anni ’50 (Michele è del 1949) che si chiamava Blek Macigno, ed era un trapper canadese che lottava per la libertà e, oltre ad avere un Winchester usava anche i coltelli in modo prodigioso per difendersi dai soldati o dagli indiani. Poi, però, negli anni della maturità, la passione è ricomparsa. Lavoro da uomo pratico, manutenzione agli impianti di risalita al Colle di Tenda e lì la mola e gli attrezzi più svariati li doveva sapere usare bene. Quando c’era poco da fare era anche addetto alle seggiovie e agli skilift e lì incontrò alcuni di Vernante che la tradizione dei coltelli la conoscevano da generazioni, si fece spiegare un po’ di cose e piano piano ci riprovò. Sua moglie, mentre arrostisce gli zucchini per pranzo (“ne vengono su un’infinità tutti insieme… bisogna ben che mi inventi qualcosa, magari una parte li metto in carpione” ) mi spiega, senza che lui senta, che il marito aveva perso il padre molto giovane ma la madre non si era persa d’animo: aveva qualche mucca e con i pochi risparmi comprò un tetto che aveva poi affittato, garantendosi una piccola rendita. Ingegnosità ereditata. E Michele oggi abita, in pensione, nella casa di famiglia, in uno dei posti più solatii della collina sopra Robilante, poco prima del Malandrè. A pochi passi dal Pilone del Moro. La casa ha due mobili incisi con la sgorbia, una madia (dal padre) e una credenza, ma il pezzo forte è ovviamente l’officina doppia in cui nascono, fra un caos che è confusione totale solo per chi non capisce, ma che per lui deve essere un ordine quasi perfetto, i suoi coltelli. Molti anni dopo quello realizzato a dieci anni, Michele si procurò a fatica un manuale, e cominciò a studiarne la tecnica di fabbricazione. Non voleva copiare i vernantini però, ma fare qualcosa di tutto suo. E piano piano si è inventato vari modelli e lavorazioni: oggi quella che gli piace di più e di cui è più orgoglioso fa nascere la lama dai nastri delle seghe elettriche usate. Tecnica di riciclo perfetto quindi. Le recupera ovunque, a volte gliele regalano, e poi le fonde e le riduce in blocchetti. Dal blocchetto, con forgia e pinze, viene fuori il foglio da cui trae la nuova lama. Ma è un momento critico: c’è un punto di fusione delicato e il problema dell’ossigeno che, se in eccesso, manda tutto a rotoli. Se si aspetta troppo la lama fonde o brucia e sarà inutilizzabile. Si impara con la pratica e i fallimenti. Una volta ottenuto il primo taglio della lama bisogna molare e affilare, e qualche volta, aggiungere il tocco creativo della brunitura, che è la sua cifra, e rende la superficie della lama simile a un disegno: un acquarello su metallo. Per i manici poi altra ricerca: i tradizionali di osso o di legno sono i più semplici, in fondo, a volte le corna si trovano sui mercatini, in Francia magari, ma Michele non si accontenta della tradizione e prova con vari materiali: radiche, radici varie, della rosa canina, ma anche della palma, o anche resine mischiate col materiale più impensato: ne ha realizzato uno con strati di jeans usati, e un altro con le pagliette di ferro per pulire le pentole. Da questo materiale unito a resina anzi è venuto fuori un grazioso manico che sembra impreziosito da paillettes, lo si potrebbe definire un coltello da signora. Comunque i coltelli di Michele, senza essere vernantini appunto (non hanno la tipica brocca) e senza volerlo essere, sono una nuova gloria artigianale della Val Vermenagna, e hanno collaborato anche all’iniziativa del progetto della creazione dell’Orrido delle Balme, la bella cascata sopra Robilante nascosta in un anfratto della roccia per cui Michele ha realizzato una serie di coltelli numerati e firmati che sono stati messi all’asta per finanziare il progetto di creazione della Riserva dell’Orrido stesso. Hanno la sua firma, il suo sigillo, ovviamente, sopra la lama e il bel simbolo dell’Orrido: la felce. Felce e coltello, insomma, per il nuovo Blek di Robilante. Michele Macario nella sua offficina Michele Macario nella sua offficina I corni da cui trae i manici I corni da cui trae i manici
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