editoriale

I braccianti agricoli in America negli anni ‘20 e quelli della Langa di oggi

04 agosto 2024

Cuneo

Langhe “Uomini e topi” è un piccolo gioiello di John Steinbeck, Premio Nobel per la letteratura nel 1962. Si tratta di un romanzo breve, poco più di un racconto, nel quale vengono anticipati alcuni dei temi di “Furore”, pubblicato nel 1939, nel quale lo scrittore americano ha raccontato il dramma dei nuovi poveri, che si muovevano verso la California dopo aver perso casa e lavoro per effetto delle tempeste di polvere che avevano colpito i terreni agricoli del Midwest. Il contesto descritto in “Uomini e topi”, invece, è quello dei braccianti agricoli negli Stati Uniti degli anni Venti, costantemente alla ricerca di un lavoro che, però, non si rivela mai stabile e non consente il superamento di una precarietà che non è solo economica ma, anche, esistenziale. I protagonisti sono due amici, Lennie Small e George Milton, accomunati nella sorte non semplice del lavoro stagionale, ma privilegiati rispetto ad altri, non solo perché non sono soli ma possono contare l’uno sull’altro, ma anche perché condividono il sogno comune di acquistare, prima o poi, un pezzetto di terra dove vivere del loro lavoro. In un dialogo che torna più volte, Lennie, il più semplice dei due, ama sentire ripetere da George che quelli “… che lavorano nei ranch, sono le persone più sole al mondo. Non hanno famiglia, non appartengono a nessun posto. Arrivano in un ranch e mettono insieme un gruzzolo, poi vanno in città e fanno fuori il loro gruzzolo, e puoi star certo che la prima cosa che fanno è mettersi a sgobbare in un altro ranch. Non hanno niente a cui aspirare… Per noi non è così, noi abbiamo un avvenire. Possiamo parlare con qualcuno al quale importa di noi …”. Steinbeck desiderava che anche le persone semplici come Lennie e George potessero fruire del racconto e, consapevole del basso livello di alfabetizzazione in quelle realtà, lo aveva scritto quasi come una sceneggiatura, ricco di dialoghi e pronto per essere rappresentato. Secondo i critici, l’intenzione iniziale di Steinbeck era che potesse esserne fatta una rappresentazione itinerante. Non è escluso che l’idea della rappresentazione derivasse dall’esempio de “La capanna dello zio Tom” che, neppure un secolo prima, messa in scena in tutto il Paese, aveva contribuito alla diffusione della consapevolezza sulla condizione degli schiavi e della cultura abolizionista. Pubblicato nel 1937, “Uomini e topi” venne tradotto in italiano da Cesare Pavese. Certamente, la passione di Pavese per la letteratura americana non si esauriva con Steinbeck, prova ne è la traduzione di Moby Dick. Forse forzando un pochino il discorso, si potrebbe, però, pensare che Lennie e George gli siano stati cari anche per le origini dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Certo, le Langhe sono lontane dalle distese dei campi americani, ma la povertà, la precarietà e la solitudine si assomigliano sempre. Fa un certo effetto leggere, ancora in questi giorni, di “caporalato in Langa”. Si dice che i classici siano sempre attuali ma, sicuramente, di questo tipo di attualità si sarebbe fatto volentieri a meno. Al di là di situazioni di evidente illegalità e che, ci si augura, siano confinate nel ristretto perimetro dell’eccezione rispetto a ben altra regola, la sensibilità letteraria di Steinbeck e Pavese potrebbe avere il salutare effetto di risvegliare una sensibilità umana che pare appannata. L’abitudine a parlare degli immigrati e dei lavoratori in termini statistici, sociologici o economici, può, infatti, contribuire a far perdere uno sguardo autenticamente umano su queste persone. Non è difficile immaginare che, in quelle lingue così diverse dalla nostra, anche i Lennie e i George di oggi parlino di solitudine e di speranza. La violenza e la negazione dei diritti che sono state riprese nascono e sono alimentate dalla negazione dell’umanità delle vittime. Recuperare uno sguardo umano sui braccianti agricoli, con tutto quanto ne consegue anche in fatto di dignità della retribuzione e delle condizioni di lavoro e di vita, è un compito dal quale nessuno può sottrarsi. Il curioso legame tra Steinbeck e il suo breve capolavoro e le nostre zone, tramite Cesare Pavese, potrebbe rappresentare un piccolo tratto di quella strada che, evidentemente, dobbiamo percorrere. La letteratura apre la mente e allarga lo sguardo verso orizzonti sconosciuti; in questo caso, potrebbe aiutarci anche a comprendere meglio paesaggi e contesti umani e sociali ben più domestici e familiari, e, proprio per questo, meritevoli di attenzione e di cura.
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