Nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, edito da Einaudi e vincitore del Premio Strega 2024, l’età fragile è quella dei vent’anni, quando si è naturalmente portati a prendere la rincorsa e buttarsi con slancio nella vita, con l’energia fatta apposta per le sfide che è propria della giovinezza.
Tuttavia può accadere a quell’età il primo incontro impattante con il male, il dolore, la morte, che paralizzano quello slancio e inibiscono quell’energia. A quell’età fermarsi sembra un gesto contro natura. Eppure è quello che fa Amanda, la figlia ventenne della protagonista, Lucia, che è anche la voce narrante. Partita con baldanza dall’Abruzzo, appena un anno prima, alla volta di Milano “perché sembra di stare in Europa”, rientra su uno degli ultimi treni per il sud, dopo l’esplosione dell’emergenza del Covid-19, saluta a stento sua madre, entra nella propria camera per non uscirne quasi mai, passando la maggior parte del tempo a dormire. A epidemia risolta Milano non è nemmeno un’opzione. A ritirare gli oggetti rimasti nell’appartamento milanese andrà Lucia, che recupererà altri elementi sulla notte dell’aggressione subita a Milano e su cui Amanda aveva sorvolato.
“La verità sugli altri non la sappiamo, perché non conosciamo nemmeno quella su di noi” ha detto l’autrice in un’intervista. E questa è anche la chiave del romanzo. Lucia fatica a comprendere la figlia, a leggerne la verità, perché la verità di Amanda, per essere compresa, ha bisogno della verità che sua madre Lucia non ricorda più riguardo a se stessa.
Anche lei ha avuto vent’anni: gli anni dell’autonomia e delle scelte universitarie, delle gite al mare o in montagna, come quella al Dente del Lupo, sulla Maiella, dove la sua migliore amica aveva rischiato di morire e le due ragazze che erano con lei erano invece morte, ammazzate e non solo. Lucia a poco a poco ricorda: la testimonianza chiave di Doralice al processo, il suo spegnimento, la partenza per il Canada dove è rimasta; e poi il proprio spegnimento, il bisogno di dormire, l’impossibilità di studiare, schiacciata sotto il peso del male imprevedibile che pesa sulle cose del mondo. È un’età fragile, in cui se ci si frange rispetto allo slancio iniziale, dopo ci si aggiusta come si può.
Il finale non offre una soluzione ma una consolazione a suo modo catartica.
editoriale
Nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, edito da Einaudi e vincitore del Premio Strega 2024, l’età fragile è quella dei vent’anni, quando si è naturalmente portati a prendere la rincorsa e buttarsi con slancio nella vita, con l’energia fatta apposta per le sfide che è propria della giovinezza.
Tuttavia può accadere a quell’età il primo incontro impattante con il male, il dolore, la morte, che paralizzano quello slancio e inibiscono quell’energia. A quell’età fermarsi sembra un gesto contro natura. Eppure è quello che fa Amanda, la figlia ventenne della protagonista, Lucia, che è anche la voce narrante. Partita con baldanza dall’Abruzzo, appena un anno prima, alla volta di Milano “perché sembra di stare in Europa”, rientra su uno degli ultimi treni per il sud, dopo l’esplosione dell’emergenza del Covid-19, saluta a stento sua madre, entra nella propria camera per non uscirne quasi mai, passando la maggior parte del tempo a dormire. A epidemia risolta Milano non è nemmeno un’opzione. A ritirare gli oggetti rimasti nell’appartamento milanese andrà Lucia, che recupererà altri elementi sulla notte dell’aggressione subita a Milano e su cui Amanda aveva sorvolato.
“La verità sugli altri non la sappiamo, perché non conosciamo nemmeno quella su di noi” ha detto l’autrice in un’intervista. E questa è anche la chiave del romanzo. Lucia fatica a comprendere la figlia, a leggerne la verità, perché la verità di Amanda, per essere compresa, ha bisogno della verità che sua madre Lucia non ricorda più riguardo a se stessa.
Anche lei ha avuto vent’anni: gli anni dell’autonomia e delle scelte universitarie, delle gite al mare o in montagna, come quella al Dente del Lupo, sulla Maiella, dove la sua migliore amica aveva rischiato di morire e le due ragazze che erano con lei erano invece morte, ammazzate e non solo. Lucia a poco a poco ricorda: la testimonianza chiave di Doralice al processo, il suo spegnimento, la partenza per il Canada dove è rimasta; e poi il proprio spegnimento, il bisogno di dormire, l’impossibilità di studiare, schiacciata sotto il peso del male imprevedibile che pesa sulle cose del mondo. È un’età fragile, in cui se ci si frange rispetto allo slancio iniziale, dopo ci si aggiusta come si può.
Il finale non offre una soluzione ma una consolazione a suo modo catartica.
L’età fragile
28 luglio 2024
Cuneo
Nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, edito da Einaudi e vincitore del Premio Strega 2024, l’età fragile è quella dei vent’anni, quando si è naturalmente portati a prendere la rincorsa e buttarsi con slancio nella vita, con l’energia fatta apposta per le sfide che è propria della giovinezza.
Tuttavia può accadere a quell’età il primo incontro impattante con il male, il dolore, la morte, che paralizzano quello slancio e inibiscono quell’energia. A quell’età fermarsi sembra un gesto contro natura. Eppure è quello che fa Amanda, la figlia ventenne della protagonista, Lucia, che è anche la voce narrante. Partita con baldanza dall’Abruzzo, appena un anno prima, alla volta di Milano “perché sembra di stare in Europa”, rientra su uno degli ultimi treni per il sud, dopo l’esplosione dell’emergenza del Covid-19, saluta a stento sua madre, entra nella propria camera per non uscirne quasi mai, passando la maggior parte del tempo a dormire. A epidemia risolta Milano non è nemmeno un’opzione. A ritirare gli oggetti rimasti nell’appartamento milanese andrà Lucia, che recupererà altri elementi sulla notte dell’aggressione subita a Milano e su cui Amanda aveva sorvolato.
“La verità sugli altri non la sappiamo, perché non conosciamo nemmeno quella su di noi” ha detto l’autrice in un’intervista. E questa è anche la chiave del romanzo. Lucia fatica a comprendere la figlia, a leggerne la verità, perché la verità di Amanda, per essere compresa, ha bisogno della verità che sua madre Lucia non ricorda più riguardo a se stessa.
Anche lei ha avuto vent’anni: gli anni dell’autonomia e delle scelte universitarie, delle gite al mare o in montagna, come quella al Dente del Lupo, sulla Maiella, dove la sua migliore amica aveva rischiato di morire e le due ragazze che erano con lei erano invece morte, ammazzate e non solo. Lucia a poco a poco ricorda: la testimonianza chiave di Doralice al processo, il suo spegnimento, la partenza per il Canada dove è rimasta; e poi il proprio spegnimento, il bisogno di dormire, l’impossibilità di studiare, schiacciata sotto il peso del male imprevedibile che pesa sulle cose del mondo. È un’età fragile, in cui se ci si frange rispetto allo slancio iniziale, dopo ci si aggiusta come si può.
Il finale non offre una soluzione ma una consolazione a suo modo catartica.