Andrea Costamagna, morozzese, dopo avere conseguito la Laurea in Biotecnologie Molecolari presso l’Università di Torino con lode e dignità di stampa e successivamente il Dottorato di Ricerca con una tesi sul ruolo della proteina p130Cas nello sviluppo del tumore pancreatico, attualmente è borsista Post Dottorato nel gruppo di Cancer Cell Signaling presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino.
Come e quando nasce la sua scelta professionale?
Sono sempre stato appassionato di scienza già da bambino. Ho scelto l’indirizzo biologico sanitario al Liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Cuneo proprio per questo motivo e, dopo l’iscrizione all’Università di Torino, Facoltà di Biotecnologie, mi è stata una scelta naturale.
Quale è stata la sfida più impegnativa affrontata finora e quale è stato il suo primo traguardo?
Di sfide in questo lavoro ce ne sono di continuo e per questo è difficile sceglierne una. Sono però abbastanza sicuro che la sfida più grande io la stia affrontando ora, nel passaggio verso una indipendenza che dovrebbe portarmi fuori dal mondo del precariato così diffuso nell’ambito universitario.
Che cosa l’appassiona maggiormente del suo lavoro?
La sfida continua è stimolante, fa sì che il tuo lavoro non sia mai lo stesso. E poi continuo ad essere affascinato da come si comportano le cellule e come si trasformano. Per farvi un paragone: se vi siete mai fermati a guardare una colonia di formiche al lavoro e ne siete rimasti così colpiti da dimenticarvi di cosa stavate facendo, ecco quella è la sensazione di cui sto parlando.
Quanto tempo richiede una ricerca prima di arrivare al brevetto e poi alle farmacie?
Alcune ricerche si concretizzano subito dopo la loro pubblicazione, altre invece dopo svariati decenni. Dipende da molti fattori: qualità della ricerca, importanza per la gestione della malattia, la diffusione della malattia e lo stato di avanzamento tecnico sono solo alcune delle variabili. Dal brevetto alla farmacia solitamente erano richiesti circa 10 anni. Ma dopo il Covid abbiamo capito che in caso di emergenza possiamo fare molto prima.
Su cosa vertono le sue attuali ricerche? Ha mai pensato di svilupparle all’estero?
Al momento, dopo avere vinto una borsa di studio finanziata dal gruppo Mapei, studio i meccanismi alla base della tumorigenesi nel pancreas in modo da poterlo capire meglio e individuarli prima. Il mio gruppo di lavoro è guidato dalla professoressa Miriam Martini. Fuori dall’Italia la situazione non è così rosea come spesso si pensa, a meno che non si parli di centri di ricerca molto prestigiosi come Harvard o Boston. Si può fare un’ottima ricerca anche stando in Italia anche se, anno dopo anno, le scelte governative la rendono sempre più complicata.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sono felice di poter dire che sto facendo esattamente il lavoro dei miei sogni!
Quali passioni e passatempi coltiva nel suo tempo libero?
Troppe! Sono una persona che si appassiona facilmente e a cui piace imparare sempre cose nuove. Verosimilmente non riuscirò mai a raggiungere alti livelli in tutte, ma annoiandomi facilmente, l’eterogeneità per me è necessaria. Sono appassionato di musica e suono il sassofono nella Filarmonica Morozzese; mi diletto in fotografia e acquariologia.
Quale valore mette al primo posto nella sua vita?
Sembrerà una risposta ovvia, ma la mia famiglia viene prima di tutto il resto. Ho due bimbi meravigliosi e una moglie fantastica cui dedico tutto il tempo possibile!
Che cosa le suscita meraviglia?
Quasi tutto quello che è naturale! Dalle cose più grandi alle più piccole: animali, piante, insetti, cellule.... Se ci si ferma un momento, anche un filo d’erba è interessante.
Nei momenti difficili che cosa la sostiene?
Faccio un lavoro in cui il 90% delle volte il risultato non viene come sperato, quindi diciamo che ormai ho fatto il callo contro i momenti difficili. Però nel momento del bisogno nulla batte il sorriso delle persone che ti aspettano ogni sera a casa.
Quale legame ha con il suo territorio e quali sono gli incontri che le hanno lasciato un segno?
Sono molto legato al territorio e non penso di poter vivere in altri luoghi per troppo tempo. Ho vissuto a Torino da studente e a quel tempo non mi dispiaceva, ma preferisco la vita tranquilla del paese di Margarita, oltre al fatto di essere più vicino ai miei genitori e al resto della famiglia. Credo che l’incontro più importante io l’abbia avuto al Liceo Scientifico “G. Peano” di Cuneo con il professore Ettore Lo Nigro, docente di fisica. Da lui ho avuto la conferma che il mio modo di studiare, basato sul ragionamento e la comprensione piuttosto che sulla mera memoria, poteva funzionare. Anzi era particolarmente adatto per le materie scientifiche e mi ha aiutato a costruire le fondamenta del pensiero logico scientifico, base per le mie ricerche.
Quali consigli darebbe a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Vista la precarietà del nostro lavoro, direi che prima di tutto bisogna esserne molto sicuri prima di lanciarsi in questo campo. Poi bisogna avere sicuramente una forte motivazione e voglia di mettersi in gioco.
Il suo sogno per la medicina di oggi?
Poter finalmente avere una medicina personalizzata, basata su test genetici e molecolari per poter dare ad ogni persona il farmaco più adatto, almeno per le patologie più gravi.
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Andrea Costamagna, morozzese, dopo avere conseguito la Laurea in Biotecnologie Molecolari presso l’Università di Torino con lode e dignità di stampa e successivamente il Dottorato di Ricerca con una tesi sul ruolo della proteina p130Cas nello sviluppo del tumore pancreatico, attualmente è borsista Post Dottorato nel gruppo di Cancer Cell Signaling presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino.
Come e quando nasce la sua scelta professionale?
Sono sempre stato appassionato di scienza già da bambino. Ho scelto l’indirizzo biologico sanitario al Liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Cuneo proprio per questo motivo e, dopo l’iscrizione all’Università di Torino, Facoltà di Biotecnologie, mi è stata una scelta naturale.
Quale è stata la sfida più impegnativa affrontata finora e quale è stato il suo primo traguardo?
Di sfide in questo lavoro ce ne sono di continuo e per questo è difficile sceglierne una. Sono però abbastanza sicuro che la sfida più grande io la stia affrontando ora, nel passaggio verso una indipendenza che dovrebbe portarmi fuori dal mondo del precariato così diffuso nell’ambito universitario.
Che cosa l’appassiona maggiormente del suo lavoro?
La sfida continua è stimolante, fa sì che il tuo lavoro non sia mai lo stesso. E poi continuo ad essere affascinato da come si comportano le cellule e come si trasformano. Per farvi un paragone: se vi siete mai fermati a guardare una colonia di formiche al lavoro e ne siete rimasti così colpiti da dimenticarvi di cosa stavate facendo, ecco quella è la sensazione di cui sto parlando.
Quanto tempo richiede una ricerca prima di arrivare al brevetto e poi alle farmacie?
Alcune ricerche si concretizzano subito dopo la loro pubblicazione, altre invece dopo svariati decenni. Dipende da molti fattori: qualità della ricerca, importanza per la gestione della malattia, la diffusione della malattia e lo stato di avanzamento tecnico sono solo alcune delle variabili. Dal brevetto alla farmacia solitamente erano richiesti circa 10 anni. Ma dopo il Covid abbiamo capito che in caso di emergenza possiamo fare molto prima.
Su cosa vertono le sue attuali ricerche? Ha mai pensato di svilupparle all’estero?
Al momento, dopo avere vinto una borsa di studio finanziata dal gruppo Mapei, studio i meccanismi alla base della tumorigenesi nel pancreas in modo da poterlo capire meglio e individuarli prima. Il mio gruppo di lavoro è guidato dalla professoressa Miriam Martini. Fuori dall’Italia la situazione non è così rosea come spesso si pensa, a meno che non si parli di centri di ricerca molto prestigiosi come Harvard o Boston. Si può fare un’ottima ricerca anche stando in Italia anche se, anno dopo anno, le scelte governative la rendono sempre più complicata.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sono felice di poter dire che sto facendo esattamente il lavoro dei miei sogni!
Quali passioni e passatempi coltiva nel suo tempo libero?
Troppe! Sono una persona che si appassiona facilmente e a cui piace imparare sempre cose nuove. Verosimilmente non riuscirò mai a raggiungere alti livelli in tutte, ma annoiandomi facilmente, l’eterogeneità per me è necessaria. Sono appassionato di musica e suono il sassofono nella Filarmonica Morozzese; mi diletto in fotografia e acquariologia.
Quale valore mette al primo posto nella sua vita?
Sembrerà una risposta ovvia, ma la mia famiglia viene prima di tutto il resto. Ho due bimbi meravigliosi e una moglie fantastica cui dedico tutto il tempo possibile!
Che cosa le suscita meraviglia?
Quasi tutto quello che è naturale! Dalle cose più grandi alle più piccole: animali, piante, insetti, cellule.... Se ci si ferma un momento, anche un filo d’erba è interessante.
Nei momenti difficili che cosa la sostiene?
Faccio un lavoro in cui il 90% delle volte il risultato non viene come sperato, quindi diciamo che ormai ho fatto il callo contro i momenti difficili. Però nel momento del bisogno nulla batte il sorriso delle persone che ti aspettano ogni sera a casa.
Quale legame ha con il suo territorio e quali sono gli incontri che le hanno lasciato un segno?
Sono molto legato al territorio e non penso di poter vivere in altri luoghi per troppo tempo. Ho vissuto a Torino da studente e a quel tempo non mi dispiaceva, ma preferisco la vita tranquilla del paese di Margarita, oltre al fatto di essere più vicino ai miei genitori e al resto della famiglia. Credo che l’incontro più importante io l’abbia avuto al Liceo Scientifico “G. Peano” di Cuneo con il professore Ettore Lo Nigro, docente di fisica. Da lui ho avuto la conferma che il mio modo di studiare, basato sul ragionamento e la comprensione piuttosto che sulla mera memoria, poteva funzionare. Anzi era particolarmente adatto per le materie scientifiche e mi ha aiutato a costruire le fondamenta del pensiero logico scientifico, base per le mie ricerche.
Quali consigli darebbe a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Vista la precarietà del nostro lavoro, direi che prima di tutto bisogna esserne molto sicuri prima di lanciarsi in questo campo. Poi bisogna avere sicuramente una forte motivazione e voglia di mettersi in gioco.
Il suo sogno per la medicina di oggi?
Poter finalmente avere una medicina personalizzata, basata su test genetici e molecolari per poter dare ad ogni persona il farmaco più adatto, almeno per le patologie più gravi.
Andrea, l’incontro decisivo con un professore del Liceo
13 luglio 2024
Cuneo
Andrea Costamagna, morozzese, dopo avere conseguito la Laurea in Biotecnologie Molecolari presso l’Università di Torino con lode e dignità di stampa e successivamente il Dottorato di Ricerca con una tesi sul ruolo della proteina p130Cas nello sviluppo del tumore pancreatico, attualmente è borsista Post Dottorato nel gruppo di Cancer Cell Signaling presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino.
Come e quando nasce la sua scelta professionale?
Sono sempre stato appassionato di scienza già da bambino. Ho scelto l’indirizzo biologico sanitario al Liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Cuneo proprio per questo motivo e, dopo l’iscrizione all’Università di Torino, Facoltà di Biotecnologie, mi è stata una scelta naturale.
Quale è stata la sfida più impegnativa affrontata finora e quale è stato il suo primo traguardo?
Di sfide in questo lavoro ce ne sono di continuo e per questo è difficile sceglierne una. Sono però abbastanza sicuro che la sfida più grande io la stia affrontando ora, nel passaggio verso una indipendenza che dovrebbe portarmi fuori dal mondo del precariato così diffuso nell’ambito universitario.
Che cosa l’appassiona maggiormente del suo lavoro?
La sfida continua è stimolante, fa sì che il tuo lavoro non sia mai lo stesso. E poi continuo ad essere affascinato da come si comportano le cellule e come si trasformano. Per farvi un paragone: se vi siete mai fermati a guardare una colonia di formiche al lavoro e ne siete rimasti così colpiti da dimenticarvi di cosa stavate facendo, ecco quella è la sensazione di cui sto parlando.
Quanto tempo richiede una ricerca prima di arrivare al brevetto e poi alle farmacie?
Alcune ricerche si concretizzano subito dopo la loro pubblicazione, altre invece dopo svariati decenni. Dipende da molti fattori: qualità della ricerca, importanza per la gestione della malattia, la diffusione della malattia e lo stato di avanzamento tecnico sono solo alcune delle variabili. Dal brevetto alla farmacia solitamente erano richiesti circa 10 anni. Ma dopo il Covid abbiamo capito che in caso di emergenza possiamo fare molto prima.
Su cosa vertono le sue attuali ricerche? Ha mai pensato di svilupparle all’estero?
Al momento, dopo avere vinto una borsa di studio finanziata dal gruppo Mapei, studio i meccanismi alla base della tumorigenesi nel pancreas in modo da poterlo capire meglio e individuarli prima. Il mio gruppo di lavoro è guidato dalla professoressa Miriam Martini. Fuori dall’Italia la situazione non è così rosea come spesso si pensa, a meno che non si parli di centri di ricerca molto prestigiosi come Harvard o Boston. Si può fare un’ottima ricerca anche stando in Italia anche se, anno dopo anno, le scelte governative la rendono sempre più complicata.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sono felice di poter dire che sto facendo esattamente il lavoro dei miei sogni!
Quali passioni e passatempi coltiva nel suo tempo libero?
Troppe! Sono una persona che si appassiona facilmente e a cui piace imparare sempre cose nuove. Verosimilmente non riuscirò mai a raggiungere alti livelli in tutte, ma annoiandomi facilmente, l’eterogeneità per me è necessaria. Sono appassionato di musica e suono il sassofono nella Filarmonica Morozzese; mi diletto in fotografia e acquariologia.
Quale valore mette al primo posto nella sua vita?
Sembrerà una risposta ovvia, ma la mia famiglia viene prima di tutto il resto. Ho due bimbi meravigliosi e una moglie fantastica cui dedico tutto il tempo possibile!
Che cosa le suscita meraviglia?
Quasi tutto quello che è naturale! Dalle cose più grandi alle più piccole: animali, piante, insetti, cellule.... Se ci si ferma un momento, anche un filo d’erba è interessante.
Nei momenti difficili che cosa la sostiene?
Faccio un lavoro in cui il 90% delle volte il risultato non viene come sperato, quindi diciamo che ormai ho fatto il callo contro i momenti difficili. Però nel momento del bisogno nulla batte il sorriso delle persone che ti aspettano ogni sera a casa.
Quale legame ha con il suo territorio e quali sono gli incontri che le hanno lasciato un segno?
Sono molto legato al territorio e non penso di poter vivere in altri luoghi per troppo tempo. Ho vissuto a Torino da studente e a quel tempo non mi dispiaceva, ma preferisco la vita tranquilla del paese di Margarita, oltre al fatto di essere più vicino ai miei genitori e al resto della famiglia. Credo che l’incontro più importante io l’abbia avuto al Liceo Scientifico “G. Peano” di Cuneo con il professore Ettore Lo Nigro, docente di fisica. Da lui ho avuto la conferma che il mio modo di studiare, basato sul ragionamento e la comprensione piuttosto che sulla mera memoria, poteva funzionare. Anzi era particolarmente adatto per le materie scientifiche e mi ha aiutato a costruire le fondamenta del pensiero logico scientifico, base per le mie ricerche.
Quali consigli darebbe a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Vista la precarietà del nostro lavoro, direi che prima di tutto bisogna esserne molto sicuri prima di lanciarsi in questo campo. Poi bisogna avere sicuramente una forte motivazione e voglia di mettersi in gioco.
Il suo sogno per la medicina di oggi?
Poter finalmente avere una medicina personalizzata, basata su test genetici e molecolari per poter dare ad ogni persona il farmaco più adatto, almeno per le patologie più gravi.