editoriale

La concezione del benessere e la felicità di chi ci sta accanto

07 luglio 2024

Cuneo

Uomo solo (foto Pixabay) (foto Pixabay) Gary Becker, economista statunitense Premio Nobel per l’economia nel 1992, ha avuto il merito di estendere alcuni metodi di analisi dei comportamenti economici anche a discipline non economiche, come la sociologia e la criminologia. Secondo Becker, ogni persona orienta le proprie scelte in vista del conseguimento di un beneficio, pur nella consapevolezza dei sacrifici o delle conseguenze negative legate alle azioni che conseguono alle scelte. “Gli individui - ha scritto l’economista - massimizzano il benessere così come lo concepiscono, siano essi egoisti, altruisti, leali, malevoli o masochisti”. Anche i comportamenti irrazionali o disfunzionali, dunque, hanno una loro logica, sebbene distorta o, in casi estremi, perversa. Il problema, infatti, non sta nella scelta in sé, ma nella percezione del contesto e delle alternative percorribili che, per qualcuno, possono anche apparire meno preferibili rispetto a comportamenti anche autodistruttivi. Si tratta di una lettura inquietante ma che, per certi aspetti, si rivela utile per individuare nella concezione del benessere il centro del ragionamento. Se, infatti, è vero che ogni persona è naturalmente indotta a cercare la propria felicità, è altrettanto vero che non è sempre semplice capire e perseguire ciò che davvero rende felici noi e le persone alle quali vogliamo bene. In tempi di narcisismi, egocentrismi, individualismi e consumismi di ogni sorta, la percezione del benessere veicolata da media e social è spesso legata all’autogratificazione esclusivamente personale. In questo modo, i beni e anche le persone diventano strumenti di affermazione di ego sempre più ipertrofici. Purtroppo, neppure gli affetti si salvano da dinamiche appropriative, che sviliscono la dignità anche di chi è più caro. In una delle sue pagine più dirette, applicando i principi della teoria economica alla natalità, Becker afferma che, per alcuni genitori, i figli sono fonte di “reddito affettivo” e che, dunque, secondo le categorie economiche, andrebbero classificati come “beni di consumo”. Si tratta di una affermazione brutale, da inquadrare in un pensiero più ampio ma che, certamente, colpisce, forse perché contiene un fondo di verità. Se, infatti, la dignità di una persona, anche cara, viene svuotata nella rincorsa all’autogratificazione, in questo caso affettiva, allora tutto diventa oggetto, strumento o ostacolo sulla via della appropriazione di una certa risorsa o del raggiungimento di un traguardo. Il corto circuito che consegue alla negazione della dignità altrui, però, ha conseguenze negative per tutti. Chi conosce, anche superficialmente, gli scacchi, sa che la vittoria si consegue con lo “scacco matto”, che è quella situazione nella quale il re avversario non può più effettuare alcuna mossa senza essere “mangiato” dai pezzi avversari. Il gioco degli scacchi, affermano gli esperti, è tra i più violenti e crudeli, e non solo perché simula una guerra, ma perché riserva all’avversario una fine peggiore della distruzione. La follia alla quale è condannato il re sconfitto, infatti, è quella che deriva dalla constatazione di non avere più mosse per salvarsi. L’eterna riconcorsa di un benessere che non sazia condanna a un’insoddisfazione di questo tipo. Il problema, infatti, sta nella corretta identificazione di ciò che rende veramente felici perché è da ciò che dipende tutto il resto. In questo percorso di discernimento, il primo equivoco da superare è che si possa autenticamente essere felici da soli. Le ricerche in merito, infatti, hanno da tempo dimostrato che, tra i principali fattori di benessere, c’è l’inserimento in una adeguata rete di relazioni sociali. La nostra felicità, in altri termini, dipende in modo significativo dalla bontà e dalla solidità dei rapporti che abbiamo con altre persone. I meccanismi puramente competitivi o autoreferenziali, al contrario, se esasperati, generano isolamento. Per quanto non sia possibile semplificare, e certamente sia sbagliato generalizzare, non sono infrequenti i racconti di vite “di successo” ma infelici. Gary Becker direbbe che si tratta di esistenze nelle quali il benessere, per come era concepito dal protagonista, è stato massimizzato. Per quanto banale possa sembrare, tuttavia, la dimensione comunitaria pare quella più feconda anche per chi, forse un pochino ingenuamente, crede che la propria felicità dipenda esclusivamente da sé.  
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