( Foto Agensir)
È morto dissanguato a 31 anni per un incidente sul lavoro che gli ha procurato la perdita di un braccio e diverse lesioni sul corpo. Lavorava da un paio d’anni con la moglie, indiana pure lei, in un’azienda agricola di Latina, in nero, a tre euro l’ora, per dodici ore al giorno.
Non l’hanno soccorso, ma abbandonato davanti a casa, con il braccio amputato deposto in una cassetta destinata ai meloni. L’azienda, la Lovato, è sotto inchiesta da anni.
Si sa che i suoi lavoratori sono sfruttati, che vengono invitati ad assumere pasticche per aumentare la resistenza alla fatica e la resa lavorativa, che nel fine settimana a trovarsi in queste condizioni sono ragazzini di 12-15 anni, i loro figli, utili a sostenere il carico di lavoro aggiuntivo in vista del lunedì, giornata di consegna dei prodotti freschi agli esercizi alimentari e alla grande distribuzione. Il Bel Paese è anche questo: stato di diritto e terra di agromafie, dove il razzismo si esprime anche così, attraverso l’oggettificazione dei marginali.
“È uno schiavo. No, un uomo”. Sono parole che il filosofo latino Seneca scrive a difesa della pari dignità naturale tra schiavi e liberi nel I secolo d. C.. Al tempo, la schiavitù era un istituto accettato, nemmeno Seneca lo mette in discussione, pur perorando la necessità di trattare umanamente i propri schiavi: perché uomini come gli altri, perché lo status sociale non si sceglie alla nascita, perché la Fortuna, intesa come sorte, è una ruota che gira e chi è libero oggi potrebbe non esserlo domani. Alto e basso, vantaggio e svantaggio, sono mutevoli come mutevole è la condizione umana. Per questo Seneca ricorda di trattare i propri sottoposti come si vorrebbe essere trattati dai propri superiori, perché tutto si tiene, “noi siamo membra di un gran corpo” (Seneca, Lettere a Lucilio, XV, 52): quando fai del male a qualcuno alla fine scopri che hai fatto del male a te stesso.
editoriale
( Foto Agensir)
È morto dissanguato a 31 anni per un incidente sul lavoro che gli ha procurato la perdita di un braccio e diverse lesioni sul corpo. Lavorava da un paio d’anni con la moglie, indiana pure lei, in un’azienda agricola di Latina, in nero, a tre euro l’ora, per dodici ore al giorno.
Non l’hanno soccorso, ma abbandonato davanti a casa, con il braccio amputato deposto in una cassetta destinata ai meloni. L’azienda, la Lovato, è sotto inchiesta da anni.
Si sa che i suoi lavoratori sono sfruttati, che vengono invitati ad assumere pasticche per aumentare la resistenza alla fatica e la resa lavorativa, che nel fine settimana a trovarsi in queste condizioni sono ragazzini di 12-15 anni, i loro figli, utili a sostenere il carico di lavoro aggiuntivo in vista del lunedì, giornata di consegna dei prodotti freschi agli esercizi alimentari e alla grande distribuzione. Il Bel Paese è anche questo: stato di diritto e terra di agromafie, dove il razzismo si esprime anche così, attraverso l’oggettificazione dei marginali.
“È uno schiavo. No, un uomo”. Sono parole che il filosofo latino Seneca scrive a difesa della pari dignità naturale tra schiavi e liberi nel I secolo d. C.. Al tempo, la schiavitù era un istituto accettato, nemmeno Seneca lo mette in discussione, pur perorando la necessità di trattare umanamente i propri schiavi: perché uomini come gli altri, perché lo status sociale non si sceglie alla nascita, perché la Fortuna, intesa come sorte, è una ruota che gira e chi è libero oggi potrebbe non esserlo domani. Alto e basso, vantaggio e svantaggio, sono mutevoli come mutevole è la condizione umana. Per questo Seneca ricorda di trattare i propri sottoposti come si vorrebbe essere trattati dai propri superiori, perché tutto si tiene, “noi siamo membra di un gran corpo” (Seneca, Lettere a Lucilio, XV, 52): quando fai del male a qualcuno alla fine scopri che hai fatto del male a te stesso.
Satnam
28 giugno 2024
Cuneo
( Foto Agensir)
È morto dissanguato a 31 anni per un incidente sul lavoro che gli ha procurato la perdita di un braccio e diverse lesioni sul corpo. Lavorava da un paio d’anni con la moglie, indiana pure lei, in un’azienda agricola di Latina, in nero, a tre euro l’ora, per dodici ore al giorno.
Non l’hanno soccorso, ma abbandonato davanti a casa, con il braccio amputato deposto in una cassetta destinata ai meloni. L’azienda, la Lovato, è sotto inchiesta da anni.
Si sa che i suoi lavoratori sono sfruttati, che vengono invitati ad assumere pasticche per aumentare la resistenza alla fatica e la resa lavorativa, che nel fine settimana a trovarsi in queste condizioni sono ragazzini di 12-15 anni, i loro figli, utili a sostenere il carico di lavoro aggiuntivo in vista del lunedì, giornata di consegna dei prodotti freschi agli esercizi alimentari e alla grande distribuzione. Il Bel Paese è anche questo: stato di diritto e terra di agromafie, dove il razzismo si esprime anche così, attraverso l’oggettificazione dei marginali.
“È uno schiavo. No, un uomo”. Sono parole che il filosofo latino Seneca scrive a difesa della pari dignità naturale tra schiavi e liberi nel I secolo d. C.. Al tempo, la schiavitù era un istituto accettato, nemmeno Seneca lo mette in discussione, pur perorando la necessità di trattare umanamente i propri schiavi: perché uomini come gli altri, perché lo status sociale non si sceglie alla nascita, perché la Fortuna, intesa come sorte, è una ruota che gira e chi è libero oggi potrebbe non esserlo domani. Alto e basso, vantaggio e svantaggio, sono mutevoli come mutevole è la condizione umana. Per questo Seneca ricorda di trattare i propri sottoposti come si vorrebbe essere trattati dai propri superiori, perché tutto si tiene, “noi siamo membra di un gran corpo” (Seneca, Lettere a Lucilio, XV, 52): quando fai del male a qualcuno alla fine scopri che hai fatto del male a te stesso.