editoriale

Il delitto Matteotti e l’inizio del regime fascista a Borgo San Dalmazzo

16 giugno 2024

Cuneo

Achille Starace a Borgo negli Anni Trenta mentre abbraccia due bambini Achille Starace a Borgo negli Anni Trenta mentre abbraccia due bambini; sullo sfondo si vede anche don Michele Roaschio (archivo privato di Walter Cesana) Nei giorni scorsi è stato ampiamente ricordato il centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti e, al di là delle trattazioni mass-mediatiche e delle molte pubblicazioni, può essere sorprendente scoprire come all’epoca quel tragico fatto fu vissuto dalla popolazione locale, ad esempio a Borgo San Dalmazzo, come attestano inediti documenti dell’archivio comunale.  Maggio 1924: un sindaco coraggioso rifiuta di sottostare alle imposizioni del Fascio locale Il 18 maggio 1924 il consiglio comunale presieduto dal sindaco Varrone Gio. Battista si riunisce per trattare il primo punto all’ordine del giorno cioè “Dimissioni dell’Amministrazione chieste dal Fascio locale”. Il sindaco dà lettura di una lettera inviata dalla Sezione locale del Partito Nazionale Fascista con la quale si invitano gli Amministratori a dimettersi «perché non rappresentano più il volere della maggioranza» e si minacciano inchieste dell’autorità superiore. Il sindaco dichiara testualmente: «onorevoli Consiglieri, grave questione debbo oggi a voi sottoporre: quella delle eventuali dimissioni da Consiglieri. Queste dimissioni, come già voi conoscete, ci sono richieste dalla Sezione del Partito Nazionale Fascista del luogo, con la motivazione che l’attuale Amministrazione non rappresenta più la volontà della maggioranza del paese. Io appena ebbi la lettera del Fascio mi sono fatto dovere di recarmi alla regia prefettura per sapere se l’autorità superiore, quella che avrebbe unicamente in ogni caso il dovere e il diritto di intervenire, fosse essa pure del parere che la nostra Amministrazione dovesse lasciare il suo posto. Si fece un primo accertamento dei voti riportati dalle liste nelle elezioni politiche e si constatò che il Fascio aveva riportato nel paese una votazione tutt’altro che plebiscitaria (meno del 25 %), si fece anche un rapido esame del come si era amministrato, e l’Autorità, convinta che noi non siamo esponenti di nessun partito, ma padri di famiglia che portiamo la croce dell’Amministrazione col solo scopo di fare gli interessi generali, senza ripicche di parte, e senza colori politici, con onestà, ha dichiarato apertamente che essa Autorità Prefettizia non aveva per ora provvedimenti da prendere. La cosa si ridusse quindi ad un puro calcolo di opportunità. Il segretario comunale ci ha fatto presente che col 1925 occorrerà sistemare di bel nuovo tutta la contabilità e gli accertamenti tributari, che vengono interamente modificati: che varie nuove difficoltà si presentano all’Amministrazione che aveva avuto il merito di riassestare il Comune. Considerando quindi queste difficoltà, e il pericolo di portare divisioni nel paese, noi dovremmo considerare se non sia conveniente all’Amministrazione di lasciare ad altri il posto che abbiamo coscienza di aver tenuto con onestà assoluta, o se pure dobbiamo rimanervi. Il mio parere, pensando a quanto mi costa, questo posto, di sacrifici e di perdite dovrebbe essere di accogliere senz’altro l’invito del Fascio e di andarcene con il buon nome che ci siamo accaparrati innegabilmente. Ma temo che in paese ciò potrebbe portare divisioni assai più gravi, perché tutti dicono e affermano alto che chi vuole le dimissioni dell’Amministrazione non è il Fascio, ma sono pochi signori a tutti noti, che hanno il bruciore di tasse loro imposte senza ingiustizia da noi e dalla stessa Giunta Provinciale amministrativa alla quale si è fatto ricorso dai reclamanti. E d’altra parte le nostre dimissioni potrebbero significare, stando alla lettera del Fascio, che abbiamo fatto delle cose poco pulite nella esecuzione delle opere pubbliche. Noi per contro abbiamo la certezza che non si sono fatti privilegi di sorta, e non temiamo il controllo della prefettura che ci viene minacciato: anzi lo desideriamo. Debbo quindi, contro i miei interessi, e forse contro i vostri, concludere che dobbiamo rispondere negativamente all’invito del Fascio, e vi propongo senz’altro il seguente ordine del giorno: “Il Consiglio Comunale, vista la lettera del Fascio in data 30 aprile, ritiene che la maggioranza del paese sia tuttora dalla parte dell’Amministrazione per il fatto che l’attuale amministrazione comunale non è esponente di nessun partito politico, ma rappresentanza di cittadini e di operai e di esercenti: che la sola Autorità Superiore abbia veste di invitare per motivi legittimi l’Amministrazione a dimettersi: e delibera di conseguenza di rifiutarsi dalle imposte dimissioni da parte di un partito, rimettendosi completamente ai provvedimenti che la prefettura credesse di prendere”. Su questo ordine del giorno si apre la discussione. Il consigliere Lovera Stefano, a nome della minoranza popolare, dichiara che se un partito si ritenesse autorizzato a dire che ha vinto nelle recenti elezioni politiche, quel partito dovrebbe essere il popolare che ebbe una vittoria schiacciante nel paese, e che occupa, a distanza da tutti, il primo posto. Ma egli a nome della minoranza popolare è autorizzato a dire che il partito popolare conserva la sua fiducia piena all’Amministrazione attuale, cui riconosce onestà di propositi e nessuna faziosità. Il consigliere della maggioranza Camisassa Michele rileva che l’attuale Amministrazione non può  accettare imposizioni di dimissioni da uno sparuto gruppo di oppositori ben individuati e punto seguiti dal paese. Ricorda che gli attuali amministratori hanno assestato le finanze comunali, pagato debiti per arretrati di stipendio, per rimborso di canone daziario, sistemarono gli acquedotti, le strade, il patrimonio del Comune, che si fece dell’amministrazione e non della politica, rispettando la religione, le istituzioni e le leggi: trattando con bontà non solo ma con ogni riguardo gli stessi impiegati fascisti: mettendosi in una parola al di sopra delle competizioni di parte per non fare che il bene generale. Invita quindi il consiglio comunale a dare unanime la sua approvazione all’ordine del giorno proposto dal sindaco aspramente censurando coloro che vogliono tornare al comando della cosa pubblica per fare le loro vendette personali, che son purtroppo ricordate. Dopo queste parole l’ordine del giorno proposto dal sindaco è messo ai voti ed approvato per alzata e seduta ad unanimità. Giugno 1924: Borgo sconvolto e indignato per il delitto Matteotti Il 29 giugno 1924 alla riunione straordinaria del consiglio comunale il sindaco Varrone Gio. Battista «rileva che il nefando delitto che ha tolto al parlamento e al popolo il deputato di opposizione onorevole Matteotti è stato giudicato severamente anche nel nostro paese, e ha suscitato indignazione e commozione profonda. Interprete della cittadinanza tutta invia un commosso saluto alla memoria del trucidato, auspicando una epoca di pace, di matura serenità e di civiltà superiore ed umana, anche con le competizioni politiche. Il consigliere Michele Camisassa ha quindi la parola. Egli rileva la grande, tragica impressione che causò non solo fra noi, ma in tutto il mondo civile l’assassinio e lo strazio di Matteotti, sorpreso inerme da cinque manigoldi armati di tutto punto, in pieno giorno, nelle vie di Roma, mandanti coloro che erano insediati a fianco del Governo. Questa impressione è più triste e più profonda in coloro che vedono nella opposizione la difesa dei loro diritti, e che vedono nel contempo a quale prezzo soltanto sia possibile oggi l’opposizione fra noi. Egli dice che però la figura di Matteotti è ora più grande, dopo il martirio. Egli diventò simbolo di fede, speranza di tempi migliori, di una superiore civiltà umana. Conchiude: al glorioso martire il riverente saluto nostro e del paese: alla desolata famiglia, all’eroica donna che dichiara, nello spasimo più atroce, di non voler vendette, ma giustizia e pace, la nostra ammirazione e le nostre condoglianze». Tutti si associano alle parole del consigliere Camisassa e approvano unanimi l’invio del seguente telegramma alla vedova dell’onorevole Matteotti in Roma: “Consiglio Comunale di Borgo San Dalmazzo interprete accorato indignato sentimenti cittadinanza tutta invia commosso riverente saluto alla memoria del martire luminoso: a Lei prega conforto auspicando che dal sangue generoso germini pace e senso civile fraterno in una Patria libera, degna della immortale idea e immortale sacrificio Matteotti”. Su questo documento, in tempi successivi, una mano anonima sottolineò in rosso e in blu alcune frasi del verbale e particolarmente la parola “martire”. Dicembre 1925: il regime fascista destituisce il sindaco e scioglie il consiglio comunale Il 20 dicembre 1925 in Comune si presenta, alle ore nove, l’avv. Alessandro Albertengo, munito del decreto prefettizio 18 dicembre 1925 n. 1218 Gab., il quale viene incaricato di reggere l’Amministrazione Comunale. È ricevuto dal sindaco Varrone Gio. Battista con la assistenza del segretario comunale Bongiovanni. Il Commissario «rivolge al sindaco parole di cordialità affermando che l’opera sua sarà svolta sotto la scrupolosa osservanza delle leggi, avendo come fine il benessere del Comune, secondo lo spirito del mutato indirizzo politico, che, auspice S.E. Benito Mussolini, tende alla maggior grandezza d’Italia». Il sindaco Varrone prende atto e ringrazia, e rende edotto il Commissario delle pratiche pendenti, che sono: 1° il bilancio 1926, 2° la questione per cessione dazio agli esercenti, 3° la caserma Reali Carabinieri, 4° il mutuo per acquedotto, 5° il regolamento organico dipendenti, 6° le carceri mandamentali, 7° i contributi per scuole e insegnanti, 8° la federazione enti autarchici. Preso atto di quanto sopra il Commissario Prefettizio, assistito dal segretario avv. Bongiovanni, delibera di insediarsi da oggi per la temporanea amministrazione del Comune, e redige un manifesto alla popolazione, per notizia e per augurale saluto». È questo il primo documento comunale borgarino in cui compare il nome di Benito Mussolini e da questo momento inizia ufficialmente anche a Borgo il regime fascista che durerà per venti anni fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. Anni Trenta - allestimento artigianale per festa fascista in piazza Anni Trenta - allestimento artigianale per festa fascista in piazza 
Borgo San Dalmazzo Fascismo delitto Matteotti regime fascista