(foto Regione Piemonte)
Per una realtà imprenditoriale, la ricerca del profitto, in sé, è legittima. Nessuno nega che il lavoro, il coraggio, il sacrificio, la fantasia e le capacità organizzative di un imprenditore non debbano essere remunerati. Tutto ciò, evidentemente, fino a quando il guadagno non sia costruito sullo sfruttamento o sull’ingiustizia.
Al di là di questi scontati limiti, tuttavia, un certo modo di intendere il profitto, in sé opinabile, è diventato l’unico nelle economie occidentali. Si tratta di un modo di vedere le cose figlio del capitalismo anglosassone, fortemente condizionato da un’etica molto distante dai valori solidaristici. La concorrenza come meccanismo di selezione “naturale” ha fatto la sua irruzione nel capitalismo fino a diventarne l’essenza; l’idea che il risultato economico sia l’unico scopo da perseguire è diventata l’anima dei pensieri e delle azioni di molti.
Come se non bastasse, questo monopolio culturale di uno specifico modo di vedere il mercato è diventato il riferimento anche per realtà che nulla dovrebbero avervi a che fare. La stagione delle privatizzazioni ha comportato la progressiva espansione di criteri e canoni di gestione propri del capitalismo più aggressivo fino a comprendere anche settori vitali dello stato sociale. Trasporti e sanità sono solo due esempi di sfortunata applicazione a servizi essenziali di paradigmi evidentemente inappropriati.
I malanni della linea ferroviaria Cuneo - Torino e la fuga dall’Ospedale di Cuneo (con progressiva espansione della sanità privata, per chi se lo può permettere) sono solo due esempi degli effetti di un modo fuorviato di intendere servizi pubblici essenziali. In questi casi, certo, non si parla di profitto; tuttavia, politiche aggressive di contenimento dei costi non sono così diverse. L’esasperata volontà di risparmio nel breve periodo ha inciso in modo negativo sui livelli di servizio perché i tagli e le “razionalizzazioni” non sono stati accompagnati da adeguati investimenti sulle strutture e sui servizi presenti nel territorio. Con il paradosso, per quel che riguarda la sanità, che l’abbassamento dei livelli dei servizi (uno su tutti, i tempi di attesa per esami e interventi) hanno alimentato la concorrenza di strutture sanitarie private presso le quali vanno a operare anche medici e personale sanitario formato e cresciuto nella sanità pubblica.
I motivi dell’esodo sono molteplici e, certamente, non si possono colpevolizzare i medici che, in non poche circostanze, hanno indirizzato il loro tempo e le loro competenze verso il privato a causa delle difficoltà incontrate nella sanità pubblica. Tuttavia, il paradosso pare evidente. Sarebbe come dire che Amazon, in virtù dei principi della concorrenza e del profitto (o del contenimento dei costi), mettesse in atto scelte aziendali il cui effetto fosse quello di regalare alla concorrenza i propri dipendenti e le relative competenze. Il paradosso dei criteri economici applicati ai servizi essenziali nasce sia dal fatto che questi servizi non dovrebbero essere governati da criteri economici ma, anche, che questi criteri vengono applicati in modo sbagliato. Se proprio si vuole percorrere la discutibilissima via del mercato applicata alla sanità o ai trasporti, allora il pensiero dovrebbe essere quello di programmare investimenti per migliorare i servizi e, così, non concedere quote di mercato alla concorrenza.
Gli investimenti, inoltre, non dovrebbero essere governati da logiche che paiono più congeniali all’immagine e alle promesse elettorali che alla sostanza. Anche in questo caso, l’esempio più vicino è quello del nuovo Ospedale. Senza voler semplificare, la domanda pare spontanea: se la nuova struttura ospedaliera è così desiderabile e necessaria e la sua realizzazione così certa anche nei tempi e nelle modalità, come mai tutto questo non ha arrestato l’esodo di medici e personale sanitario verso altre strutture, pubbliche o private? Anche in questo caso, un immaginario paragone con realtà commerciali strutturate sembra chiarificatore. Se dopo l’annuncio di una nuova e importante, struttura di Stellantis o Microsoft o Intesa Sanpaolo continuasse l’abbandono del personale di queste imprese, con conseguente, ulteriore, abbassamento del livello dei servizi, molto probabilmente la proprietà tornerebbe sui propri passi.
Se, nei servizi essenziali, proprio si desidera importare prassi e principi dall’economia di mercato, che almeno lo si faccia in modo virtuoso.
editoriale
(foto Regione Piemonte)
Per una realtà imprenditoriale, la ricerca del profitto, in sé, è legittima. Nessuno nega che il lavoro, il coraggio, il sacrificio, la fantasia e le capacità organizzative di un imprenditore non debbano essere remunerati. Tutto ciò, evidentemente, fino a quando il guadagno non sia costruito sullo sfruttamento o sull’ingiustizia.
Al di là di questi scontati limiti, tuttavia, un certo modo di intendere il profitto, in sé opinabile, è diventato l’unico nelle economie occidentali. Si tratta di un modo di vedere le cose figlio del capitalismo anglosassone, fortemente condizionato da un’etica molto distante dai valori solidaristici. La concorrenza come meccanismo di selezione “naturale” ha fatto la sua irruzione nel capitalismo fino a diventarne l’essenza; l’idea che il risultato economico sia l’unico scopo da perseguire è diventata l’anima dei pensieri e delle azioni di molti.
Come se non bastasse, questo monopolio culturale di uno specifico modo di vedere il mercato è diventato il riferimento anche per realtà che nulla dovrebbero avervi a che fare. La stagione delle privatizzazioni ha comportato la progressiva espansione di criteri e canoni di gestione propri del capitalismo più aggressivo fino a comprendere anche settori vitali dello stato sociale. Trasporti e sanità sono solo due esempi di sfortunata applicazione a servizi essenziali di paradigmi evidentemente inappropriati.
I malanni della linea ferroviaria Cuneo - Torino e la fuga dall’Ospedale di Cuneo (con progressiva espansione della sanità privata, per chi se lo può permettere) sono solo due esempi degli effetti di un modo fuorviato di intendere servizi pubblici essenziali. In questi casi, certo, non si parla di profitto; tuttavia, politiche aggressive di contenimento dei costi non sono così diverse. L’esasperata volontà di risparmio nel breve periodo ha inciso in modo negativo sui livelli di servizio perché i tagli e le “razionalizzazioni” non sono stati accompagnati da adeguati investimenti sulle strutture e sui servizi presenti nel territorio. Con il paradosso, per quel che riguarda la sanità, che l’abbassamento dei livelli dei servizi (uno su tutti, i tempi di attesa per esami e interventi) hanno alimentato la concorrenza di strutture sanitarie private presso le quali vanno a operare anche medici e personale sanitario formato e cresciuto nella sanità pubblica.
I motivi dell’esodo sono molteplici e, certamente, non si possono colpevolizzare i medici che, in non poche circostanze, hanno indirizzato il loro tempo e le loro competenze verso il privato a causa delle difficoltà incontrate nella sanità pubblica. Tuttavia, il paradosso pare evidente. Sarebbe come dire che Amazon, in virtù dei principi della concorrenza e del profitto (o del contenimento dei costi), mettesse in atto scelte aziendali il cui effetto fosse quello di regalare alla concorrenza i propri dipendenti e le relative competenze. Il paradosso dei criteri economici applicati ai servizi essenziali nasce sia dal fatto che questi servizi non dovrebbero essere governati da criteri economici ma, anche, che questi criteri vengono applicati in modo sbagliato. Se proprio si vuole percorrere la discutibilissima via del mercato applicata alla sanità o ai trasporti, allora il pensiero dovrebbe essere quello di programmare investimenti per migliorare i servizi e, così, non concedere quote di mercato alla concorrenza.
Gli investimenti, inoltre, non dovrebbero essere governati da logiche che paiono più congeniali all’immagine e alle promesse elettorali che alla sostanza. Anche in questo caso, l’esempio più vicino è quello del nuovo Ospedale. Senza voler semplificare, la domanda pare spontanea: se la nuova struttura ospedaliera è così desiderabile e necessaria e la sua realizzazione così certa anche nei tempi e nelle modalità, come mai tutto questo non ha arrestato l’esodo di medici e personale sanitario verso altre strutture, pubbliche o private? Anche in questo caso, un immaginario paragone con realtà commerciali strutturate sembra chiarificatore. Se dopo l’annuncio di una nuova e importante, struttura di Stellantis o Microsoft o Intesa Sanpaolo continuasse l’abbandono del personale di queste imprese, con conseguente, ulteriore, abbassamento del livello dei servizi, molto probabilmente la proprietà tornerebbe sui propri passi.
Se, nei servizi essenziali, proprio si desidera importare prassi e principi dall’economia di mercato, che almeno lo si faccia in modo virtuoso.
Quando il profitto è l’unico fine, cosa diventano i servizi essenziali?
26 maggio 2024
Cuneo
(foto Regione Piemonte)
Per una realtà imprenditoriale, la ricerca del profitto, in sé, è legittima. Nessuno nega che il lavoro, il coraggio, il sacrificio, la fantasia e le capacità organizzative di un imprenditore non debbano essere remunerati. Tutto ciò, evidentemente, fino a quando il guadagno non sia costruito sullo sfruttamento o sull’ingiustizia.
Al di là di questi scontati limiti, tuttavia, un certo modo di intendere il profitto, in sé opinabile, è diventato l’unico nelle economie occidentali. Si tratta di un modo di vedere le cose figlio del capitalismo anglosassone, fortemente condizionato da un’etica molto distante dai valori solidaristici. La concorrenza come meccanismo di selezione “naturale” ha fatto la sua irruzione nel capitalismo fino a diventarne l’essenza; l’idea che il risultato economico sia l’unico scopo da perseguire è diventata l’anima dei pensieri e delle azioni di molti.
Come se non bastasse, questo monopolio culturale di uno specifico modo di vedere il mercato è diventato il riferimento anche per realtà che nulla dovrebbero avervi a che fare. La stagione delle privatizzazioni ha comportato la progressiva espansione di criteri e canoni di gestione propri del capitalismo più aggressivo fino a comprendere anche settori vitali dello stato sociale. Trasporti e sanità sono solo due esempi di sfortunata applicazione a servizi essenziali di paradigmi evidentemente inappropriati.
I malanni della linea ferroviaria Cuneo - Torino e la fuga dall’Ospedale di Cuneo (con progressiva espansione della sanità privata, per chi se lo può permettere) sono solo due esempi degli effetti di un modo fuorviato di intendere servizi pubblici essenziali. In questi casi, certo, non si parla di profitto; tuttavia, politiche aggressive di contenimento dei costi non sono così diverse. L’esasperata volontà di risparmio nel breve periodo ha inciso in modo negativo sui livelli di servizio perché i tagli e le “razionalizzazioni” non sono stati accompagnati da adeguati investimenti sulle strutture e sui servizi presenti nel territorio. Con il paradosso, per quel che riguarda la sanità, che l’abbassamento dei livelli dei servizi (uno su tutti, i tempi di attesa per esami e interventi) hanno alimentato la concorrenza di strutture sanitarie private presso le quali vanno a operare anche medici e personale sanitario formato e cresciuto nella sanità pubblica.
I motivi dell’esodo sono molteplici e, certamente, non si possono colpevolizzare i medici che, in non poche circostanze, hanno indirizzato il loro tempo e le loro competenze verso il privato a causa delle difficoltà incontrate nella sanità pubblica. Tuttavia, il paradosso pare evidente. Sarebbe come dire che Amazon, in virtù dei principi della concorrenza e del profitto (o del contenimento dei costi), mettesse in atto scelte aziendali il cui effetto fosse quello di regalare alla concorrenza i propri dipendenti e le relative competenze. Il paradosso dei criteri economici applicati ai servizi essenziali nasce sia dal fatto che questi servizi non dovrebbero essere governati da criteri economici ma, anche, che questi criteri vengono applicati in modo sbagliato. Se proprio si vuole percorrere la discutibilissima via del mercato applicata alla sanità o ai trasporti, allora il pensiero dovrebbe essere quello di programmare investimenti per migliorare i servizi e, così, non concedere quote di mercato alla concorrenza.
Gli investimenti, inoltre, non dovrebbero essere governati da logiche che paiono più congeniali all’immagine e alle promesse elettorali che alla sostanza. Anche in questo caso, l’esempio più vicino è quello del nuovo Ospedale. Senza voler semplificare, la domanda pare spontanea: se la nuova struttura ospedaliera è così desiderabile e necessaria e la sua realizzazione così certa anche nei tempi e nelle modalità, come mai tutto questo non ha arrestato l’esodo di medici e personale sanitario verso altre strutture, pubbliche o private? Anche in questo caso, un immaginario paragone con realtà commerciali strutturate sembra chiarificatore. Se dopo l’annuncio di una nuova e importante, struttura di Stellantis o Microsoft o Intesa Sanpaolo continuasse l’abbandono del personale di queste imprese, con conseguente, ulteriore, abbassamento del livello dei servizi, molto probabilmente la proprietà tornerebbe sui propri passi.
Se, nei servizi essenziali, proprio si desidera importare prassi e principi dall’economia di mercato, che almeno lo si faccia in modo virtuoso.