editoriale

Disturbare

25 maggio 2024

Cuneo

meditazione (Foto Pixabay) (Foto Pixabay) “Non cerco un percorso per essere lasciata in pace e, se anche lo conoscessi, non lo insegnerei mai.” Sono parole spiazzanti, perché pronunciate, anzi scritte, da Chandra Candiani, poetessa, nel suo libro “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione”, Einaudi 2018. Prosegue: “È meraviglioso lasciarci disturbare dalla vita, dagli altri e nello stesso tempo non restarne schiacciati. Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbati dal turbamento”. Di solito preferiamo non essere disturbati. Non essere messi in discussione. Chandra Candiani offre un altro punto di vista sul disturbo. Dice in sostanza che ogni disturbo e ogni disturbatore ha un messaggio da recapitarti. E che i più scomodi e molesti hanno grandi doni in tasche nascoste. Che accogliere il momento presente con quello che c’è non è accettare ma osservare, attraversare per poi lasciar andare. Si può accogliere e attraversare l’inaccettabile per poi più efficacemente ribellarsi, ma da un altro punto di consapevolezza e profondità. La meditazione non è solo acquietare, sedare, ma “raggiungere un campo base di quiete per poter guardare in profondità i paesaggi interiori ed esteriori che vivere porta con sé”. Non si tratta di imparare a non avere paura, ma di imparare a tremare e che è umano e normale. Non si tratta di diventare migliore, ma di sorridere al mio peggio. “Non si tratta di volere essere un’altra, ma di adottarmi tutta intera”. La meditazione è accoglienza: il visitatore (un’emozione, un’esperienza, un pensiero) viene ammesso, differenziato dagli altri, raccolto con la sua specifica fertilità e possibilità di rinascita, di riciclo. La meditazione insegna a restare connessi alla vastità, per vedere come parziali e transitori i disturbi che si presentano. “Non è facile, si tratta di spiazzarsi, non essere più un centro, ma una periferia sconfinata, dove veder sorgere e tramontare i fenomeni su uno sfondo che resta, che è di tutti e di nessuno”, per riscrivere il concetto di “farcela”, che non è più sfida e conquista, ma esserci, da “svegli”.
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