Riconoscimento
Ne abbiamo bisogno come l’aria. Ma la competizione ammazza la nostra capacità di riconoscerci a vicenda. Lo dice bene Umberto Galimberti quando mette a confronto il senso di colpa della società di ieri - l’età della disciplina - legato alla trasgressione, con il senso di inadeguatezza di oggi, legato alla dimensione competitiva in cui siamo immersi. Un tempo il senso di colpa accumulato diventava depressione. Nell’età della tecnica invece e nel modello anglo-americano - efficienza e produttività - la tematica della depressione si coagula intorno al senso di inadeguatezza. “Ce la faccio o non ce la faccio a raggiungere gli obiettivi che l’apparato mi impone, alzando di continuo l’asticella, per non riconoscere che sto facendo un buon lavoro, per spremermi di più e tenermi sotto controllo?”. Ma anche tra pari, se sono in competizione con te, non posso riconoscerti, nella tua unicità e differenza, perché tu non sei un compagno, un amico, un collega ma un “competitor”, un’antagonista. I tuoi punti deboli e il tuo senso di inadeguatezza diventeranno un’arma nelle mie mani, nella mia corsa verso il podio. Galimberti fa un passo oltre, commentando i dati sulla depressione in Italia: risulta ammalato di ansia e depressione un italiano su cinque. È la malattia del riconoscimento mancato, il frutto avvelenato della competizione onnipervasiva, del tutti contro tutti, il cui esito è il non potersi più fidare di nessuno. La verità è che abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per costruire la nostra identità. Feriti dall’indifferenza di chi ci ignora o dal giudizio premeditato e mirato a indebolirci, ci sgretoliamo, la vita si ripiega, l’energia che ci attraversa implode.
Lo aveva intuito anche Cesare Pavese che ne “Il mestiere di vivere” scrive: “Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi sé stessi: dato che agli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri”.
editoriale
Riconoscimento
Ne abbiamo bisogno come l’aria. Ma la competizione ammazza la nostra capacità di riconoscerci a vicenda. Lo dice bene Umberto Galimberti quando mette a confronto il senso di colpa della società di ieri - l’età della disciplina - legato alla trasgressione, con il senso di inadeguatezza di oggi, legato alla dimensione competitiva in cui siamo immersi. Un tempo il senso di colpa accumulato diventava depressione. Nell’età della tecnica invece e nel modello anglo-americano - efficienza e produttività - la tematica della depressione si coagula intorno al senso di inadeguatezza. “Ce la faccio o non ce la faccio a raggiungere gli obiettivi che l’apparato mi impone, alzando di continuo l’asticella, per non riconoscere che sto facendo un buon lavoro, per spremermi di più e tenermi sotto controllo?”. Ma anche tra pari, se sono in competizione con te, non posso riconoscerti, nella tua unicità e differenza, perché tu non sei un compagno, un amico, un collega ma un “competitor”, un’antagonista. I tuoi punti deboli e il tuo senso di inadeguatezza diventeranno un’arma nelle mie mani, nella mia corsa verso il podio. Galimberti fa un passo oltre, commentando i dati sulla depressione in Italia: risulta ammalato di ansia e depressione un italiano su cinque. È la malattia del riconoscimento mancato, il frutto avvelenato della competizione onnipervasiva, del tutti contro tutti, il cui esito è il non potersi più fidare di nessuno. La verità è che abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per costruire la nostra identità. Feriti dall’indifferenza di chi ci ignora o dal giudizio premeditato e mirato a indebolirci, ci sgretoliamo, la vita si ripiega, l’energia che ci attraversa implode.
Lo aveva intuito anche Cesare Pavese che ne “Il mestiere di vivere” scrive: “Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi sé stessi: dato che agli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri”.
Riconoscimento
19 maggio 2024
Cuneo
Riconoscimento
Ne abbiamo bisogno come l’aria. Ma la competizione ammazza la nostra capacità di riconoscerci a vicenda. Lo dice bene Umberto Galimberti quando mette a confronto il senso di colpa della società di ieri - l’età della disciplina - legato alla trasgressione, con il senso di inadeguatezza di oggi, legato alla dimensione competitiva in cui siamo immersi. Un tempo il senso di colpa accumulato diventava depressione. Nell’età della tecnica invece e nel modello anglo-americano - efficienza e produttività - la tematica della depressione si coagula intorno al senso di inadeguatezza. “Ce la faccio o non ce la faccio a raggiungere gli obiettivi che l’apparato mi impone, alzando di continuo l’asticella, per non riconoscere che sto facendo un buon lavoro, per spremermi di più e tenermi sotto controllo?”. Ma anche tra pari, se sono in competizione con te, non posso riconoscerti, nella tua unicità e differenza, perché tu non sei un compagno, un amico, un collega ma un “competitor”, un’antagonista. I tuoi punti deboli e il tuo senso di inadeguatezza diventeranno un’arma nelle mie mani, nella mia corsa verso il podio. Galimberti fa un passo oltre, commentando i dati sulla depressione in Italia: risulta ammalato di ansia e depressione un italiano su cinque. È la malattia del riconoscimento mancato, il frutto avvelenato della competizione onnipervasiva, del tutti contro tutti, il cui esito è il non potersi più fidare di nessuno. La verità è che abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per costruire la nostra identità. Feriti dall’indifferenza di chi ci ignora o dal giudizio premeditato e mirato a indebolirci, ci sgretoliamo, la vita si ripiega, l’energia che ci attraversa implode.
Lo aveva intuito anche Cesare Pavese che ne “Il mestiere di vivere” scrive: “Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi sé stessi: dato che agli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri”.