Guerra in Ucraina: Mykolaiv, attacco missilistico (Foto STWN - AgenSir)
Chi, tra i comuni cittadini, vuole la guerra? Apparentemente nessuno. Tutti sembrano affaccendati nella loro vita di sempre, a rincorrere i propri personali progetti, problemi ed impegni; ma è proprio a causa di questa indifferenza che il rischio bellico può farsi sempre più forte.
Con il passare dei giorni, gli attuali governanti europei fanno dubitare di non essere all’altezza di gestire adeguatamente la difficile situazione internazionale, a differenza di quanto accadde negli anni della “Guerra Fredda” (1947/1991), quando vi era una maggiore consapevolezza diffusa del disastro che poteva derivare dall’uso delle nuove armi, in particolare quelle atomiche; sicché gli arsenali dei due blocchi contrapposti (la Nato ad Ovest ed il “patto di Varsavia” ad Est) ebberofondamentalmente una funzione di deterrenza e crearono una perdurante situazione di stallo, gestita senza uno scontro militare, riguardo al quale nessuno poteva fare la prima mossa, perché si sarebbe trovato esposto ad un contrattacco devastante.
Ebbene, non è che la situazione oggi sia cambiata. Semmai, le armi attuali non possono che fare temere scenari ancora peggiori. Come durante la “Guerra Fredda”, occorre, allora, sangue freddo ed un costante e raffinato lavoro di diplomazia. Quello che è clamorosamente mancato, attorno alla questione del Donbass e della Crimea, dal 2010 al 2022, quando gli Stati europei erano più preoccupati di trattare le forniture di gas dalla Russia che di risolvere un “bubbone” da cui poteva scaturire - come è poi avvenuto - una clamorosa infezione.
Si pensava che tutti ormai avessero compreso come dalla soluzione pacifica dei conflitti, anche attraverso gli scambi commerciali, derivino molti più vantaggi rispetto ad una guerra, dalla quale invece derivano prevalentemente distruzione e morte. E quindi fa strano sentire i leader dell’Unione Europea (già insignita, non dimentichiamolo, del Premio Nobel per la Pace) usare toni bellicisti, senza sapere mettere sul tavolo una ragionevole proposta di soluzione diplomatica della crisi ucraina.
La nostra premier, da parte sua, ha affermato che non sarebbe tollerabile concludere un accordo in cui l’Ucraina perda ufficialmente una parte del suo territorio; ma va considerato, per converso, il concreto rischio (già ampiamente prevedibile due anni fa) che con il proseguire della guerra ne perda una parte ancora più grande. Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che i confini odierni degli Stati europei dipendono per lo più dall’esito delle guerre del passato, che ciò piaccia o no.
Sempre in tema di precedenti storici, da oltre due anni si cita sempre quello del 1938/39, quando le democrazie europee non seppero frenare le mire espansionistiche della Germania; ma si dimentica quello del 1914, quando nessuno voleva una guerra di grandi proporzioni, ma un concatenarsi di scelte avventate e di accordi di alleanza già scritti portarono in una spirale che condusse dritti nell’inferno della Prima Guerra Mondiale. Ed anche allora ci fu chi (come i Futuristi) inneggiava alla guerra come metodo migliore per la risoluzione dei problemi e addirittura per selezionare i migliori, a discapito delle “pappemolli” e dei debosciati (“Guerra, sola igiene del mondo!”, inneggiava Marinetti); ma il risultato fu una tragedia immane in cui anche i coraggiosi venivano annientati come mosche, dai gas e dalle mitragliatrici. Il piccolo dettaglio odierno è che esiste anche la bomba atomica; e - come durante la “Guerra Fredda” - permane la situazione di stallo dovuta al fatto che la posseggono tutti i potenziali contendenti (inclusa l’Europa, grazie alla Francia), per cui chi la usasse per primo potrebbe dire di aver vinto la guerra più o meno per dieci minuti, prima che gli arrivino sulla testa le atomiche dei suoi avversari.
Preso atto di ciò, la cosa più saggia sarebbe sicuramente una trattativa che prenda le mosse da questo dato di fatto. A cosa possa condurre, lo potrebbero stabilire solo le diplomazie dei diversi Paesi coinvolti, le quali dovrebbero avere (si spera) una visione di insieme, più tecnica e completa di quella (spesso miope ed incompleta) di molti loro leader.
Il clamoroso errore iniziale della Russia è stato sicuramente quello di pensare di gestire la questione ucraina come se riguardasse un “fatto interno” dell’ex Unione Sovietica, senza tenere conto del fatto che da 31 anni l’Ucraina era diventato uno Stato indipendente e l’Unione Sovietica non esisteva più. Dall’altra parte, ad avvalorare questa iniziativa, in quanto simile ad altre già adottate del recente passato dal “blocco occidentale”, pesano taluni evidenti errori compiuti da quest’ultimo, in particolare con la fallimentare invasione dell’Iraq del 2003, alla quale l’opinione pubblica era assolutamente contraria e che non ha prodotto risultati tangibili, se non un caos che tuttora perdura in quella nazione (oltre ad essere stata basata su argomentazioni di cui è poi stata ammessa pubblicamente la falsità; e rivolta contro un proprio ex-alleato).
Se i risultati della “soluzione militare” a tratti adombrata dalla Nato possono essere quelli (del tutto fallimentari) che si sono visti con le missioni militari in Afganistan e Iraq, risulta evidente che c’è una ragione di più per considerare la via della trattativa diplomatica come la soluzione prioritaria, che deve essere necessariamente percorsa nell’interesse di tutti.
Certo, inglobando nel 2004 e 2007 molti paesi dell’ex “Patto di Varsavia”, l’Unione Europea e la Nato si sono fatte garanti dalla loro indipendenza dall’ex alleato russo; e adesso si trovano coinvolte in una situazione che forse non era stata adeguatamente valutata.
editoriale
Guerra in Ucraina: Mykolaiv, attacco missilistico (Foto STWN - AgenSir)
Chi, tra i comuni cittadini, vuole la guerra? Apparentemente nessuno. Tutti sembrano affaccendati nella loro vita di sempre, a rincorrere i propri personali progetti, problemi ed impegni; ma è proprio a causa di questa indifferenza che il rischio bellico può farsi sempre più forte.
Con il passare dei giorni, gli attuali governanti europei fanno dubitare di non essere all’altezza di gestire adeguatamente la difficile situazione internazionale, a differenza di quanto accadde negli anni della “Guerra Fredda” (1947/1991), quando vi era una maggiore consapevolezza diffusa del disastro che poteva derivare dall’uso delle nuove armi, in particolare quelle atomiche; sicché gli arsenali dei due blocchi contrapposti (la Nato ad Ovest ed il “patto di Varsavia” ad Est) ebberofondamentalmente una funzione di deterrenza e crearono una perdurante situazione di stallo, gestita senza uno scontro militare, riguardo al quale nessuno poteva fare la prima mossa, perché si sarebbe trovato esposto ad un contrattacco devastante.
Ebbene, non è che la situazione oggi sia cambiata. Semmai, le armi attuali non possono che fare temere scenari ancora peggiori. Come durante la “Guerra Fredda”, occorre, allora, sangue freddo ed un costante e raffinato lavoro di diplomazia. Quello che è clamorosamente mancato, attorno alla questione del Donbass e della Crimea, dal 2010 al 2022, quando gli Stati europei erano più preoccupati di trattare le forniture di gas dalla Russia che di risolvere un “bubbone” da cui poteva scaturire - come è poi avvenuto - una clamorosa infezione.
Si pensava che tutti ormai avessero compreso come dalla soluzione pacifica dei conflitti, anche attraverso gli scambi commerciali, derivino molti più vantaggi rispetto ad una guerra, dalla quale invece derivano prevalentemente distruzione e morte. E quindi fa strano sentire i leader dell’Unione Europea (già insignita, non dimentichiamolo, del Premio Nobel per la Pace) usare toni bellicisti, senza sapere mettere sul tavolo una ragionevole proposta di soluzione diplomatica della crisi ucraina.
La nostra premier, da parte sua, ha affermato che non sarebbe tollerabile concludere un accordo in cui l’Ucraina perda ufficialmente una parte del suo territorio; ma va considerato, per converso, il concreto rischio (già ampiamente prevedibile due anni fa) che con il proseguire della guerra ne perda una parte ancora più grande. Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che i confini odierni degli Stati europei dipendono per lo più dall’esito delle guerre del passato, che ciò piaccia o no.
Sempre in tema di precedenti storici, da oltre due anni si cita sempre quello del 1938/39, quando le democrazie europee non seppero frenare le mire espansionistiche della Germania; ma si dimentica quello del 1914, quando nessuno voleva una guerra di grandi proporzioni, ma un concatenarsi di scelte avventate e di accordi di alleanza già scritti portarono in una spirale che condusse dritti nell’inferno della Prima Guerra Mondiale. Ed anche allora ci fu chi (come i Futuristi) inneggiava alla guerra come metodo migliore per la risoluzione dei problemi e addirittura per selezionare i migliori, a discapito delle “pappemolli” e dei debosciati (“Guerra, sola igiene del mondo!”, inneggiava Marinetti); ma il risultato fu una tragedia immane in cui anche i coraggiosi venivano annientati come mosche, dai gas e dalle mitragliatrici. Il piccolo dettaglio odierno è che esiste anche la bomba atomica; e - come durante la “Guerra Fredda” - permane la situazione di stallo dovuta al fatto che la posseggono tutti i potenziali contendenti (inclusa l’Europa, grazie alla Francia), per cui chi la usasse per primo potrebbe dire di aver vinto la guerra più o meno per dieci minuti, prima che gli arrivino sulla testa le atomiche dei suoi avversari.
Preso atto di ciò, la cosa più saggia sarebbe sicuramente una trattativa che prenda le mosse da questo dato di fatto. A cosa possa condurre, lo potrebbero stabilire solo le diplomazie dei diversi Paesi coinvolti, le quali dovrebbero avere (si spera) una visione di insieme, più tecnica e completa di quella (spesso miope ed incompleta) di molti loro leader.
Il clamoroso errore iniziale della Russia è stato sicuramente quello di pensare di gestire la questione ucraina come se riguardasse un “fatto interno” dell’ex Unione Sovietica, senza tenere conto del fatto che da 31 anni l’Ucraina era diventato uno Stato indipendente e l’Unione Sovietica non esisteva più. Dall’altra parte, ad avvalorare questa iniziativa, in quanto simile ad altre già adottate del recente passato dal “blocco occidentale”, pesano taluni evidenti errori compiuti da quest’ultimo, in particolare con la fallimentare invasione dell’Iraq del 2003, alla quale l’opinione pubblica era assolutamente contraria e che non ha prodotto risultati tangibili, se non un caos che tuttora perdura in quella nazione (oltre ad essere stata basata su argomentazioni di cui è poi stata ammessa pubblicamente la falsità; e rivolta contro un proprio ex-alleato).
Se i risultati della “soluzione militare” a tratti adombrata dalla Nato possono essere quelli (del tutto fallimentari) che si sono visti con le missioni militari in Afganistan e Iraq, risulta evidente che c’è una ragione di più per considerare la via della trattativa diplomatica come la soluzione prioritaria, che deve essere necessariamente percorsa nell’interesse di tutti.
Certo, inglobando nel 2004 e 2007 molti paesi dell’ex “Patto di Varsavia”, l’Unione Europea e la Nato si sono fatte garanti dalla loro indipendenza dall’ex alleato russo; e adesso si trovano coinvolte in una situazione che forse non era stata adeguatamente valutata.
Vogliamo davvero la guerra? Non crediamo più nella diplomazia?
14 aprile 2024
Cuneo
Guerra in Ucraina: Mykolaiv, attacco missilistico (Foto STWN - AgenSir)
Chi, tra i comuni cittadini, vuole la guerra? Apparentemente nessuno. Tutti sembrano affaccendati nella loro vita di sempre, a rincorrere i propri personali progetti, problemi ed impegni; ma è proprio a causa di questa indifferenza che il rischio bellico può farsi sempre più forte.
Con il passare dei giorni, gli attuali governanti europei fanno dubitare di non essere all’altezza di gestire adeguatamente la difficile situazione internazionale, a differenza di quanto accadde negli anni della “Guerra Fredda” (1947/1991), quando vi era una maggiore consapevolezza diffusa del disastro che poteva derivare dall’uso delle nuove armi, in particolare quelle atomiche; sicché gli arsenali dei due blocchi contrapposti (la Nato ad Ovest ed il “patto di Varsavia” ad Est) ebberofondamentalmente una funzione di deterrenza e crearono una perdurante situazione di stallo, gestita senza uno scontro militare, riguardo al quale nessuno poteva fare la prima mossa, perché si sarebbe trovato esposto ad un contrattacco devastante.
Ebbene, non è che la situazione oggi sia cambiata. Semmai, le armi attuali non possono che fare temere scenari ancora peggiori. Come durante la “Guerra Fredda”, occorre, allora, sangue freddo ed un costante e raffinato lavoro di diplomazia. Quello che è clamorosamente mancato, attorno alla questione del Donbass e della Crimea, dal 2010 al 2022, quando gli Stati europei erano più preoccupati di trattare le forniture di gas dalla Russia che di risolvere un “bubbone” da cui poteva scaturire - come è poi avvenuto - una clamorosa infezione.
Si pensava che tutti ormai avessero compreso come dalla soluzione pacifica dei conflitti, anche attraverso gli scambi commerciali, derivino molti più vantaggi rispetto ad una guerra, dalla quale invece derivano prevalentemente distruzione e morte. E quindi fa strano sentire i leader dell’Unione Europea (già insignita, non dimentichiamolo, del Premio Nobel per la Pace) usare toni bellicisti, senza sapere mettere sul tavolo una ragionevole proposta di soluzione diplomatica della crisi ucraina.
La nostra premier, da parte sua, ha affermato che non sarebbe tollerabile concludere un accordo in cui l’Ucraina perda ufficialmente una parte del suo territorio; ma va considerato, per converso, il concreto rischio (già ampiamente prevedibile due anni fa) che con il proseguire della guerra ne perda una parte ancora più grande. Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che i confini odierni degli Stati europei dipendono per lo più dall’esito delle guerre del passato, che ciò piaccia o no.
Sempre in tema di precedenti storici, da oltre due anni si cita sempre quello del 1938/39, quando le democrazie europee non seppero frenare le mire espansionistiche della Germania; ma si dimentica quello del 1914, quando nessuno voleva una guerra di grandi proporzioni, ma un concatenarsi di scelte avventate e di accordi di alleanza già scritti portarono in una spirale che condusse dritti nell’inferno della Prima Guerra Mondiale. Ed anche allora ci fu chi (come i Futuristi) inneggiava alla guerra come metodo migliore per la risoluzione dei problemi e addirittura per selezionare i migliori, a discapito delle “pappemolli” e dei debosciati (“Guerra, sola igiene del mondo!”, inneggiava Marinetti); ma il risultato fu una tragedia immane in cui anche i coraggiosi venivano annientati come mosche, dai gas e dalle mitragliatrici. Il piccolo dettaglio odierno è che esiste anche la bomba atomica; e - come durante la “Guerra Fredda” - permane la situazione di stallo dovuta al fatto che la posseggono tutti i potenziali contendenti (inclusa l’Europa, grazie alla Francia), per cui chi la usasse per primo potrebbe dire di aver vinto la guerra più o meno per dieci minuti, prima che gli arrivino sulla testa le atomiche dei suoi avversari.
Preso atto di ciò, la cosa più saggia sarebbe sicuramente una trattativa che prenda le mosse da questo dato di fatto. A cosa possa condurre, lo potrebbero stabilire solo le diplomazie dei diversi Paesi coinvolti, le quali dovrebbero avere (si spera) una visione di insieme, più tecnica e completa di quella (spesso miope ed incompleta) di molti loro leader.
Il clamoroso errore iniziale della Russia è stato sicuramente quello di pensare di gestire la questione ucraina come se riguardasse un “fatto interno” dell’ex Unione Sovietica, senza tenere conto del fatto che da 31 anni l’Ucraina era diventato uno Stato indipendente e l’Unione Sovietica non esisteva più. Dall’altra parte, ad avvalorare questa iniziativa, in quanto simile ad altre già adottate del recente passato dal “blocco occidentale”, pesano taluni evidenti errori compiuti da quest’ultimo, in particolare con la fallimentare invasione dell’Iraq del 2003, alla quale l’opinione pubblica era assolutamente contraria e che non ha prodotto risultati tangibili, se non un caos che tuttora perdura in quella nazione (oltre ad essere stata basata su argomentazioni di cui è poi stata ammessa pubblicamente la falsità; e rivolta contro un proprio ex-alleato).
Se i risultati della “soluzione militare” a tratti adombrata dalla Nato possono essere quelli (del tutto fallimentari) che si sono visti con le missioni militari in Afganistan e Iraq, risulta evidente che c’è una ragione di più per considerare la via della trattativa diplomatica come la soluzione prioritaria, che deve essere necessariamente percorsa nell’interesse di tutti.
Certo, inglobando nel 2004 e 2007 molti paesi dell’ex “Patto di Varsavia”, l’Unione Europea e la Nato si sono fatte garanti dalla loro indipendenza dall’ex alleato russo; e adesso si trovano coinvolte in una situazione che forse non era stata adeguatamente valutata.